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ottobre 30, 2017 | Leave comment | Read More

Video del convegno di Treviso “Facciamo Memoria”

del 30-10-2017 Parte 3^ Intervento del prof. Antonio Serena
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Video del convegno di Treviso “Facciamo Memoria” episodi della guerra civile in Veneto. Relatori il filosofo prof.Francesco Lamendola, Mons. Romualdo Baldissera testimone diretto degli eventi di Oderzo e lo storico e scrittore prof. Antonio Serena. Convegno del 15 ottobre 2017 presso il “Circolo Ufficiali Unificato dell’Esercito” di Treviso. Per gli altri interventi di Mons. Romualdo Baldissera e del prof.Francesco lamendola vai nei siti dell’Accademia di Filosofia o dell’istituto Studi delle Venezie
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Parte Terza – Intervento del Prof. Antonio Serena
Storico e scrittore della “Guerra civile”

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Le baggianate femministe di Pietro Grasso

di Enzo Chiaradia del 28-10-2017

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Le istituzioni non funzionano e il presidente del Senato Grasso si dimette dal partito, ma non dalle istituzioni che non funzionano; e il PD lo invita a farlo, per coerenza. La “decisione inaspettata”, che arriva in un  momento in cui i sondaggi elettorali danno il PD in rapida discesa, meraviglia anche perché in più occasioni Grasso aveva stigmatizzato i cambi di casacca.

Puo’ anche darsi che, nel merito, la protesta di Grasso abbia delle motivazioni valide, in quanto porre la fiducia in Parlamento equivale sempre a non discutere adeguatamente i problemi. Resta comunque il fatto che quello in carica è il quarto governo di “nominati”, cioè non eletto dai cittadini. Se, come recita la Costituzione, il popolo è sovrano, deve poter esprimere il suo pensiero.  Non risulta che Grasso abbia fatto nel cinque anni di presidenza gesti dimostrativi forti per sollecitare la discussione sul sistema di voto; se lo avesse fatto, forse ci sarebbero stati i tempi per partorire una legge migliore.

E’ naturale che la decisione assunta da un uomo che rappresenta la seconda carica dello Stato, in un momento di grave difficoltà politica attraversato dal Paese,  presti il fianco a giudizi pesanti.  Ma Grasso, ex magistrato datosi alla politica, sembra aver assunto ultimamente atteggiamenti disinvolti senza mitigarli con la prudenza tipica degli ambienti istituzionali.

Ha fatto molto parlare nei giorni scorsi una sua intervista rilasciata al “Corriere della Sera” in tema  di violenza sulle donne in cui si è espresso in questi termini: “La violenza di genere è soprattutto un problema degli uomini…Non esistono giustificazioni, attenuanti, eccezioni di alcun genere…E’ un problema che parte dagli uomini e solo noi possiamo porvi rimedio…Troppe volte si è messa in discussione la vittima piuttosto che il carnefice…”.

Prevedibili le risposte, che l’ex magistrato ha invece accolto con sorpresa: “Su Facebook tanti mi hanno scritto: -Come ti permetti di chiedere scusa a nome mio che non ho mai violentato una donna? ‘Toni che fanno pensare’, ha aggiunto. Da ex magistrato non imputavo responsabilità specifiche a nessuno, ma ritengo urgente un cambio culturale. Evidentemente c’è ancora strada da fare”.

E chiaro che Grasso non ha ben presente la situazione in cui versano le famiglie italiane che la sua parte politica ha contribuito in maniera pesante a distruggere misconoscendo una parte del problema: quella legata alle situazioni di molti figli di separati e di molti padri di famiglia, cacciati di casa e ridotti, spesso a seguito di sentenze scandalose emesse da Tribunali italiani, a lavorare, mendicare e dormire all’interno delle loro auto.

Ma non solo gli uomini si sono scandalizzati per le dichiarazioni di Grasso. Federica Poddighe, sul giornale “OltrelaLinea”, ha parlato di “ridicolo femminismo” del Presidente del Senato, rincarando la dose in questi termini.

“Pietro Grasso, presidente del Senato, chiede scusa – da parte di tutti gli uomini – a Nicolina, la ragazzina uccisa a Foggia. -È colpa nostra, di noi uomini…

Io penso a mio padre, a mio marito, a mio fratello e a mio figlio e dico che queste sono baggianate. Pietro Grasso si scusi piuttosto come ex magistrato, per tutti quegli assassini, stupratori, ladri e delinquenti a piede libero che devastano la vita delle persone – donne e uomini – che ancora in questo benedetto Paese cercano di condurre una vita nel rispetto di quelle leggi che sembrano invece fatte apposta per fotterli.

Chieda scusa come uomo delle istituzioni, per la ragazzina uccisa da uno segnalato alle forze dell’ordine e ai servizi sociali, ma a piede libero. Chieda scusa come esponente del governo per le vittime del branco di Rimini che in Italia non dovevano manco starci. Si ricordi, da magistrato quale è, che la responsabilità penale è personale e non la si può estendere ad un intero Paese, o alla metà che urina in piedi, per la sola appartenenza al genere che – in questo caso – non ha stranamente nulla di “fluido” o discrezionale.

E come uomo, abbia il coraggio di rivolgersi alle donne, di smetterla di compatirle come subumane, bisognose di tutela e protezione speciali e ricordi loro che hanno una responsabilità verso se stesse e verso i loro figli… Non bastasse l’orrore di quello che è successo a Foggia, queste dichiarazioni aggiungono il carico da novanta del grottesco e dell’ipocrisia e la puzza immonda della strumentalizzazione.

Attendiamo anche le scuse, il rammarico e il mea culpa contrito di qualcuno, per il 65enne sfrattato e senza luce che si è impiccato ieri a Parma, dagli scranni maledetti da cui decretano la nostra agonia, giorno dopo giorno”.

Insomma, sembra che la gente non sia più disposta a sopportare prediche da istituzioni screditate, si tratti di governanti “nominati” o di rappresentanti democraticamente eletti, che sono lontani dalla gente e dal loro sentire, anche  in tema di accoglienza, di quote rosa, di famiglia, di diritti e di doveri e, soprattutto, di giustizia.

Ha ragione Pietro Grasso: c’è ancora molta  strada da fare, ma nel senso opposto a quello indicato da lui o dalla sua collega della Camera, Laura Boldrini.

 

ottobre 30, 2017 | Leave comment | Read More

All’armi siam fascisti?

di Luigi Iannone Il Giornale del 26-10-2017

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Eravamo convinti che, passato qualche decennio, le tracce della «guerra civile» potessero progressivamente dissolversi. Ci aspettavamo che tutto fosse prima o poi sottratto alla ossessiva politicizzazione e finalmente storicizzato. Non è stato così! Dovevamo coglierne i primi segnali già alla fine degli anni Ottanta quando, nonostante sul tavolo vi fossero i corposi studi di De Felice (e non solo i suoi!), non si riuscì a sanare alcuna ferita. Anzi, all’alba della seconda Repubblica, si riaprirono pure quelle cicatrizzate da lungo tempo. Eppure, l’operazione defeliciana doveva essere colta al volo e poteva risultare doppiamente positiva. Innanzitutto perché depotenziava il nostalgismo dall’abituale carica mitologica entro cui si rinserrava. Riportando con serenità di giudizio e di obiettività i singoli tratti del fascismo, lo strappava dalla glorificazione postuma, in questo modo sottraendo al nostalgismo il suo fondamentale pilastro. Ma, dall’altra parte, delegittimava l’antifascismo militante perché, una volta che quell’epoca, quel fenomeno e quel regime, venivano consegnati alla storia, nessuno poteva più trarne profitto per meschine rendite di posizione e il Ventennio essere finalmente trattato alla stregua del periodo giolittiano, di quello risorgimentale, e così via. E invece nessuno vuole abdicare alle proprie rendite anche perché un percorso di scavo nella biografia della Nazione imporrebbe l’ammissione di verità inconfutabili. Bisognerebbe ammettere che, per esempio, oltre a errori e immani tragedie (su tutte, le leggi razziali) il regime ebbe dalla sua un ampio consenso, intensificò rispetto al passato giolittiano le riforme in ambito sociale, mise in cantiere e completò molte opere. Questa esasperante narrazione estiva che va in tutt’altra direzione, perché gravata di codici, minacce di querele e tutto l’armamentario di certo tracotante giustizialismo, ci ricorda allora che il nostro è un Paese «irrisolto», privo di un filo comune che lo affranchi dalla guerra civile permanente. E, arrivati a questo punto, ne intendiamo le non arcane ragioni. Dalla fine della Seconda guerra mondiale si è infatti aderito al cliché dell’antifascismo militante che fa rima con tanti pelosi cascami dell’ideologia comunista e, proprio per tale motivo, tende a trasformare in inconfutabili appelli morali ogni minima diversione dalla narrazione originale. Cova, sotto questo antifascismo, l’idea censoria e totalitaria che sempre ha animato le anime belle demo-progressiste il cui scopo inconfessato è lo stesso da una vita: fare tacere voci dissenzienti, depotenziare ogni pensiero non ortodosso fino a ritenere pericolosi anche coloro i quali ingenuamente si aggrappano a nostalgismi di maniera, al folklore, all’esibizione di qualche gingillo datato che andrebbe catalogato più nel versante della chincaglieria kitsch che sotto le mentite spoglie della pericolosa apologia …

Brano tratto da “All’armi siamo (ancora?) fascisti”, il mio libricino che troverete da oggi (giovedì 26 ottobre) per 15 giorni allegato al Giornale.

Fonte:http://blog.ilgiornale.it/iannone/2017/10/26/allarmi-siamo-ancora-fascisti/ del 26 Ottobre 2017

ottobre 26, 2017 | Leave comment | Read More

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