Ci si può ancora fidare di Onu e Ong?

di Cinzia Palmacci del 12-05-2017

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La domanda non è per niente capziosa ma molto pertinente, dal momento che alcune inchieste e reportage hanno fatto emergere una verità inquietante: il terrorismo infiltra le organizzazioni umanitarie, e l’ONU ne risulta dentro fino al collo. La notizia clamorosa apparsa sui tabloid risale all’anno scorso, ed è scaturita da un comunicato dei servizi di sicurezza israeliani. I media mainstream italiani l’hanno trattata come fanno di solito in questi casi: con una pressoché sistematica censura. O per non aver compreso la portata del fatto, oppure, avendola compresa fin troppo bene, per evitare di sollevare interrogativi inquietanti. L’organizzazione terroristica Hamas ha per anni sottratto e distorto fondi ingentissimi destinati agli aiuti umanitari in Palestina. Ne è stato responsabile un uomo di Hamas strategicamente collocato nel ramo dell’organizzazione umanitaria internazionale World Vision operante nella striscia di Gaza. World Vision ha sede in America ed e’ attiva in 100 paesi del mondo (Italia inclusa), ed è finanziata sia dalle Nazioni Unite sia dai singoli paesi occidentali. La figura chiave quella di un ingegnere di 38 anni tale Mohammed El Halabi, direttore dell’organizzazione a Gaza, in realtà membro di Hamas sin dalla giovinezza, che sarebbe riuscito a dirottare circa il 60% del budget annuale della sua associazione al finanziamento del gruppo terroristico finanziando progetti fittizi. Il sistema funzionava per lo più lanciando false gare d’appalto. L’azienda ‘vincente’ era consapevole del fatto che il 60% dei fondi del progetto erano destinati ad Hamas. Secondo gli investigatori, tra i progetti umanitari “fittizi” figurano la costruzione di serre, il rinnovamento di campi agricoli, progetti per la salute fisica e mentale, una falsa associazione per aiutare i pescatori, un centro per il trattamento di handicap fisici e mentali, la creazione di organizzazioni agricole. I campi agricoli venivano usati da Hamas per installare postazioni militari, nonostante il fatto che essi cadessero sotto l’egida dei programmi di sviluppo delle Nazioni Unite.

 

Halabi venne scelto nel 2005 dall’organizzazione perché si infiltrasse in World Vision (grazie a un parente dipendente dell’Onu) con il compito di rubare i soldi a favore dell’organizzazione terroristica. In questo modo, denaro teoricamente destinato ad aiutare poveri, disabili, sofferenti, e’ stato utilizzato per stipendiare terroristi, per costruire tunnel funzionali ad attaccare Israele, per acquistare armi, o anche per l’uso personale dei capi di Hamas.Dalle rivelazioni di El Halabi venne fuori che anche suo padre, impiegato sempre a Gaza presso le Nazioni Unite, avrebbe operato secondo il medesimo criterio. Spesso i camion inviati dalla ong attraverso il valico di Kerem Shalom venivano scaricati nel cuore della notte dai terroristi direttamente nei magazzini di Hamas. Con questo sistema Hamas è riuscita a procurarsi attrezzature altrimenti proibite. Un progetto per la costruzione di serre ha permesso al gruppo di esplorare i luoghi adatti per lo scavo di tunnel, mentre l’inesistente programma di assistenza ai pescatori è stato utilizzato per acquistare barche a motore destinate al contrabbando e mute destinate ai sommozzatori di Hamas per attacchi contro Israele. E’ emerso che Hamas ha dirottato decine di milioni di dollari di aiuti umanitari verso spese militari, come i tunnel per infiltrazioni terroristiche in Israele. In questo senso Emmanuel Nahshon, portavoce del Ministero degli esteri israeliano, ha accusato World Vision di grave “negligenza” per aver permesso un tale finanziamento indiretto del terrorismo. Le ong internazionali farebbero bene a capirlo una volta per tutte. “Un’organizzazione che riceveva sostegno delle Nazioni Unite è stata colta a finanziare il terrorismo”, ha detto l’ambasciatore d’Israele all’Onu, Danny Danon. “Invece di costruire serre, il direttore a Gaza della World Vision finanziava incubatori di terrorismo e aiutava Hamas a minacciare i cittadini israeliani. Le Nazioni Unite devono garantire che altre organizzazioni sostenute dalla comunità internazionale non aiutino i terroristi”.

 

Il reportage che costò la vita alla giornalista Serena Shim

 

Serena Shim era una giornalista americana di origini libanesi. Lavorava per Press Tv Istanbul. E’ morta, ufficialmente, in un drammatico incidente stradale. Nel 2014, dopo aver terminato un reportage a Suruc, una località turca vicino alla frontiera siriana che accoglie migliaia di rifugiati, la giornalista si era messa in viaggio. Un camion aveva centrato frontalmente la sua vettura e la donna era morta sul colpo. Il cameraman che l’accompagnava è rimasto ferito. Press TV ha diffuso un messaggio della giornalista, dove questa aveva espresso, pochi giorni prima di morire, il timore di essere arrestata dai servizi segreti turchi, che l’avevano accusata di essere una spia, in quanto sosteneva che il governo di Ankara avesse legami con lo Stato islamico. Aveva parlato dell’infiltrazione di guerriglieri in Siria attraverso la frontiera turca e in diretta televisiva aveva affermato di avere le immagini di questi miliziani che entravano in territorio siriano, nascosti nei camion di organizzazioni umanitarie e del programma alimentare mondiale dell’ONU. Riguardo all’accusa di spionaggio, la giornalista si era difesa:“Sono molto sorpresa di questa accusa. Ho pensato di parlare ai servizi segreti turchi per dir loro che mi limito a fare il mio lavoro. Sono abbastanza preoccupata, perchè in Turchia i giornalisti rischiano facilmente la prigione”. Il direttore delle informazioni di Press TV, Hamid Reza Emadi, respinse la teoria dell’incidente d’auto con questa dichiarazione: “Pensiamo che il governo turco debba essere considerato responsabile di fronte alla comunità internazionale. Si deve far luce su quanto è davvero accaduto”. Anche in questo caso, i media mainstream osservarono il più colpevole silenzio sull’accaduto.

 

Rischi umanitari e infiltrazioni terroristiche in Italia

 

Già dal 2011, l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, paventava con notevole lungimiranza il rischio di una vera e propria emergenza umanitaria con l’arrivo di centinaia di persone sulle coste italiane in fuga dai paesi del Maghreb.  Secondo Maroni, la fuga di centinaia (allora erano “solo” poche centinaia) di cittadini dall’Africa, costituiva fondato motivo di allarme terrorismo per il pericolo di infiltrazioni tra i migranti di agenti destinati all’azione violenta in Europa. Oggi, la lungimiranza di Maroni si è tradotta in profezia: un’invasione vera e propria di migliaia e migliaia di persone tra le quali si nascondono pericolosi e addestratissimi guerriglieri ISIS che ogni giorno sbarcano sulle coste italiane, grazie alla complicità di alcune ONG che, coinvolte direttamente o meno, vengono sfruttate con il pretesto di azioni umanitarie a beneficio di poveri e profughi di guerra. A questo punto viene da farsi soprattutto due domande:

1. Che tipo di controlli esistono nel nostro Paese per evitare che cose di questo genere possano accadere attraverso funzionari infedeli di ONG finanziate dall’Italia? Quando una ONG e’ finanziata dall’Italia, siamo sempre certi della catena di comando e della struttura organizzativa che concretamente gestirà le risorse? E i controlli sono sufficientemente penetranti anche per l’effettiva verifica della realizzazione dei progetti umanitari dichiarati?

2. Siamo certi che l’attuale meccanismo di cooperazione non sia in radice esposto a distorsioni e tradimenti? Con riferimento anche agli accordi di cooperazione tra UE o singoli paesi occidentali e paesi in via di sviluppo. Molto spesso questi accordi includono lodevoli clausole relative al rispetto dei diritti umani o ad altri principi sacrosanti. Ma il fatto è che, nonostante tali disposizioni siano regolarmente violate, il flusso di denaro non viene quasi mai interrotto. E quel denaro diventa automaticamente uno strumento di rafforzamento o di dittature o dei gruppi autoritari al potere in un territorio. Occorre imporre un principio radicalmente diverso: se vuoi disporre di risorse, devi garantire in modo effettivo e stringente libertà, democrazia, garanzie per le minoranze, rifiuto e contrasto al terrorismo. In mancanza di ciò, quel denaro non servirà a far fiorire un deserto, ma solo ad “innaffiare” il terrore e i regimi che lo fiancheggiano. Se poi consideriamo che c’è una massa di denaro destinata all’accoglienza dei migranti che attira gli interessi delle organizzazioni mafiose in Italia, come da risultanze investigative in corso, la faccenda si complica perché i migranti diventano “merce di scambio” tra mafia e organizzazioni terroristiche.

 

 

 

Cinzia Palmacci

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