Che cosa saremmo noi senza di Lui?

di Francesco Lamendola del 12-05-2017

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Ora che la nostra società e la nostra cultura si stanno prendendo la discutibile soddisfazione di cancellare sin le ultime tracce della loro identità e delle loro radici cristiane; ora che la Chiesa stessa, presa da un furore di autodistruzione, sta facendo il possibile e l’impossibile per stravolgere la divina Rivelazione di cui era depositaria, e che aveva trasmesso fedelmente per duemila anni, sostituendola con un vangelo d’accatto, fatto sulla misura delle miserie umane, del relativismo e del peccato, sulla misura di uomini accidiosi e svergognati, che non vogliono cambiar vita, né convertirsi, perché hanno scoperto che ciò è faticoso, ed è più semplice far dire a Dio quel che non ha detto, e garantirsi così, a nome suo, un’improbabile approvazione e una ancor più improbabile salvezza, è tempo di fare un bilancio e di vedere se, e in che cosa, sia stato un bene, per l’uomo occidentale, e, poi, per l’umanità tutta, aver conosciuto il cristianesimo.

Chi era l’uomo antico prima di Cristo; chi era l’uomo pagano, a confronto con l’uomo cristiano, che sarebbe venuto poi, e del quale, ci piaccia o non ci piaccia, siamo i legittimi eredi, non solo in senso morale e religioso, ma anche in senso intellettuale, culturale, giuridico e politico? Innanzitutto, era un uomo che attribuiva valore solo a se stesso, in base alla stirpe ed al censo, ma non attribuiva alcun valore agli altri, ai nemici, agli schiavi, e assai poco valore alla donna; e ciò anche nella splendida civiltà greca (un po’ meglio, in quest’ultimo caso, nella romana, erede diretta di quella etrusca, dove la donna godeva di maggiore considerazione). Pertanto, è più esatto dire che l’uomo antico non conosceva neppure il concetto di persona: quest’ultimo è stato un’acquisizione del cristianesimo. Solo col cristianesimo l’uomo diventa persona, cioè individuo unico e irrepetibile, dotato di una dignità intrinseca, che niente e nessuno hanno il diritto di calpestare. Solo il cristianesimo ha insegnato al padre che egli non ha il diritto di esporre alla morte il neonato indesiderato, o malformato, e alla madre che ella non ha il diritto di abortire, perché ogni vita appartiene solo a Dio, e ciò vale anche per il proprio figlio.

Nel mondo antico, il concetto di persona  non c’era, né quello della dignità innata e individuale. I bambini non avevano valore; gli schiavi non avevano valore; i delinquenti, i condannati, i guerrieri nemici presi prigionieri, non avevamo alcun valore: potevano essere venduti, comprati, sfruttati, brutalizzati, uccisi. Era lecito uccidere per divertimento; era considerato un bello spettacolo riempirsi gli occhi con la carneficina di dieci, ventimila gladiatori alla volta; di uomini divorati dalle belve e di belve che si divoravano tra loro; di uomini impalati e crocifissi, oppure bruciati vivi; di uomini fatti combattere tra loro nelle maniera più ingegnose, con le armi più strane, al solo scopo di prolungare il più possibile l’incertezza dello scontro e di goder di più dell’uccisione finale di uno dei due. Il sadismo, il godimento di fronte alle altrui sofferenze, erano cose belle e naturali; nessuno se ne dava pena: per trovare una parola di biasimo, bisogna attendere Seneca; per il resto, silenzio. Una volta che dei gladiatori, prigionieri di guerra germanici, decisero di strangolarsi a vicenda per non combattere, negando quell’ultima soddisfazione ai loro carcerieri, il pubblicò gridò tutta la sua delusione e la sua indignazione: come osavamo, quei barbari, sottrargli il meritato divertimento? Sarà un imperatore cristiano, Onorio, a proibire definitivamente i giochi gladiatorî, nel 404 d. C.: fino a quel momento, nell’arco di circa sette secoli, i Romani si erano divertiti a quelle atroci rappresentazioni, che trasformavamo la morte, la crudeltà e il sangue in un teatro dalle inesauribili risorse di diabolica malvagità.

L’uomo antico stimava solo il valore della guerra, ammirava solo la forza bruta, non aveva stima del lavoro manuale, né della donna, se non come madre dei suoi figli, allo scopo di propagare la stipe; riteneva la compassione una debolezza, e la pietà una forma di vigliaccheria. Non aveva pietà per nessuno, nemmeno per se stesso: non la concedeva e non si aspettava di riceverla. Invano Ettore supplica Achille che il suo cadavere sia consegnato al padre e alla madre: Achille gli risponde che darà il suo corpo in pasto ai cani, anzi, che vorrebbe farlo a brani con i suoi stessi denti: vuole vederlo spirare disperato, senza il conforto di sapere che i suoi genitori potranno rendergli le dovute esequie. Se cambierà idea, sarà, più tardi, non tanto per le lacrime di Priamo, ma soprattutto per la consistenza del riscatto offertogli dal vecchio padre affranto. In linea di massima, però, l’uomo antico disprezza tutto ciò che non è guerra e violenza, con l’accompagnamento di una crudeltà belluina, per noi quasi inconcepibile: Agamennone, sotto le mura di Troia, non si limita a trafiggere i nemici, a metterli fuori combattimento; non gli basta ucciderli, per spogliarli delle armi preziose; no, ha bisogno di godere dello scempio dei loro corpi. Ad uno, per esempio, tronca le braccia e le gambe con la spada, poi lo spinge a calci giù per la china, dopo averlo reso simile a una orrida mola sanguinolenta. Ma non ci sarà pietà neanche per lui, quando tornerà a casa, dopo dieci anni di guerra: la moglie Clitennestra, che non gli ha mai perdonato d’aver sacrificato ad Artemide la figlia Ifigenia, lo uccide nel bagno, a colpi di scure, insieme all’amante Egisto. Delitto che non le sarà perdonato dal figlio Oreste, che non si darà pace fino a quando non avrà trucidato, per vendetta, la propria madre. E così via. La tragedia greca è una galleria degli orrori: figli che uccidono i padri e sposano le madri; fratelli che si ammazzano a vicenda, e le cui spoglie seguitano a odiarsi, anche dopo la morte fisica; mogli tradite e abbandonate che uccidono i figli e li servono a pranzo allo sposo fedifrago, che ignora la provenienza di quelle carni succulente; e via di questo passo. Non c’è perdono, non c’è misericordia, non c’è umanità possibile, se non per gli amici e per i familiari, ma sempre a condizione che righino dritto: ogni offesa va lavata nel sangue, ogni infedeltà è meritevole di morte. Non c’è rispetto neanche per il valore del nemico vinto: ad Asteropeo, che ha osato sfidarlo e battersi con lui, Achille, mentre costui sta morendo, rinfaccia la sua temerità e, calpestandolo, si vanta d’essere invincibile, deridendo lo sfortunato avversario. E quando Troia, alfine, verrà presa, con l’inganno, suo figlio Neottolemo non esiterà a sfracellare il piccolo Astianatte, figlio di Ettore, scagliandolo giù dall’alto di una torre.

Lasciando la guerra e passando all’amore fra uomo e donna, il mondo antico non mostra una sensibilità molto maggiore. Si tratta sovente di rapporto carnali, miranti al puro piacere fisico: senza pudore, senza delicatezza, senza rispetto, senza alcun incontro d’anime: giochi erotici, sui quali si può anche scherzare e ghignare cinicamente. Orazio descrive l’orrore del rapporto con una vecchia amante rugosa, lo squallore di una frenesia dei corpi che si conclude con lo schianto del letto, che si fracassa a terra; non esita a indulgere nella descrizione delle miserie fisiologiche, non arretra nel mostrare la pelle cascante della donna, le ascelle sudate, perfino il suo cattivo odore. Ancora più turpe il compiacimento circa i rapporti omosessuali: e non solo in scrittori francamente amorali, come Luciano, ma anche in quelli che noi moderni scambiamo per delicati, come Catullo. Un ragazzo sta facendo l’amore con la sua bella? Ecco che il poeta gli arriva da dietro e lo monta, lo possiede come fosse un animale: poi ne fa una poesia, e se ne vanta. E Catullo è uno dei più sensibili. Ancora Orazio ci mostra due vecchie megere che hanno un rapporto lesbico, poi scendono dalla carrozza, di notte, in piena città, e orinano per strada. E si compiace di notare che, l’indomani, il nobile romano, andando al foro per le sue faccende, calpesterà l’orina rappresa di sua moglie. Marziale è ancora più terribile: con perfida malizia, per esempio, chiede per chi un tale, vizioso e civettuolo, si sia depilato l’ano. Luciano racconta la storia di un giovane che moriva di passione per la statua di una dea ignuda, e che ogni giorno si recava nel tempio per possederla, da tergo. Le arti figurative, e specialmente le pitture su vaso, sono ancora più crude: ci mostrano ogni sorta di amplesso possibile e immaginabile, eterosessuale e omosessuale. Ma anche nell’ambito dei rapporti sessuali fra uomo e donna, osservando l’inclinazione della postura maschile, un dotto grecista inglese, Kenneth J. Dover, è stato in grado di specificare, su decine di campioni di vasi dipinti, quando si trattasse di penetrazione vaginale, e quando anale. Evidentemente, i pittori greci erano molto scrupolosi nei dettagli anatomici delle loro opere: ci tenevano a essere chiari, a non lasciare margini d’incertezza. Potremmo seguitare a lungo; crediamo che basti. Senza il cristianesimo, che ha ingentilito e spiritualizzato il rapporto fa uomo e donna, e che ha esaltato le virtù coniugali, la civiltà europea sarebbe rimasta ferma al livello di Orazio, Luciano e Marziale. Fa eccezione Virgilio, con la sua tenerezza quasi femminea: l’eccezione che conferma la regola.

Abbiamo parlato della guerra e dell’amore; potremmo parlare di cento altri aspetti della vita dell’uomo antico, e sempre arriveremmo alla stessa conclusione: se non fosse per il cristianesimo, i rapporti umani sarebbero rimasti fermi ad un livello quasi animalesco, con la sola eccezione dell’amicizia raffinata tra due persone nobili e colte di sesso maschile; come si vede, ad esempio, nell’epistolario di Cicerone.

Ebbene: tutto questo, oggi, è in forse. Dopo una ripulsa di almeno tre secoli, partita con l’illuminismo, la civiltà occidentale, sbarazzandosi del cristianesimo, si è sbarazzata anche del pudore, della delicatezza, del rispetto, del concetto stesso di persona, insieme alla dignità intrinseca dell’essere umano. Con la scusa di rispettare e ampliare la sfera della libertà, dell’auto-decisione dell’uomo, si torna a praticare l’aborto di massa (sei milioni nella sola Italia, dal 1978), si legalizza l’eutanasia, si dà via libera alla fecondazione artificiale, si pratica la clonazione su larga scala, un domani forse anche per l’essere umano. Estromesso il cristianesimo, non gli è subentrata la ragione, ma un neopaganesimo selvaggio, ultraindividualista, relativista, anarcoide, ove ciascuno ha il diritto di fare tutto quel che gli pare, purché ne abbia la voglia e i mezzi, anche economici: una sorta di naturalismo di massa (s’ei piace, ei lice, scriveva Torquato Tasso nell’Aminta, preconizzando questa linea di sviluppo, quattro secoli e mezzo fa). E il ritorno al paganesimo è anche un ritorno alla crudeltà gratuita, al sadismo, alla violenza cieca, al culto della forza, alla magia, all’occultismo, al satanismo, ai sacrifici umani, al disprezzo dell’altro, alla negazione della persona, alla spietatezza inumana, come nella distruzione atomica della città d’Hiroshima e Nagasaki. Il grande odiatore del cristianesimo, Nietzsche, se vivesse oggi, forse sarebbe contento; o forse avrebbe un moto di orrore vedendo a quale marea di fango ha aperto la via il crollo della diga. L’altro grande odiatore del cristianesimo, Marx, potrebbe essere ancora più lieto, per esempio osservando come le sue idee, benché sconfitte e smentite sul piano concreto della storia, si son prese la rivincita insinuandosi clandestinamente proprio nel cristianesimo, e specialmente nel cattolicesimo, pervertendolo dall’interno e trasformandolo in qualcosa di diverso, in una sorta di dottrina fondamentalista a forti tinte sociali, ormai quasi del tutto priva di spiritualità e di trascendenza, pressoché dimentica del divino, a favore d’una pseudo religiosità tutta immanente, tutta rivolta alle cose del mondo, però in nome della giustizia sociale, come avrebbe voluto l’autore del Capitale.

Resta perciò la domanda: che cosa saremmo noi, oggi, se non ci fosse stato Cristo? Che cosa saremmo come individui, e cosa come società, se il cristianesimo non avesse plasmati, per secoli e secoli, la nostra anima e la nostra consapevolezza di noi stessi e del mondo? Saremmo dei bruti, incapaci dei più piccoli sentimenti di pietà, incapaci di perdono, violenti, aggressivi, ammiratori della sola forza, e spregiatori di tutti quanti la fora possiedono: i bambini, i vecchi, le donne. Verso di essi, non avremmo che impazienza e un segreto disprezzo: li vedremmo come un impiccio, come un fardello che rallenta il corso dei nostri piaceri. Ma questa è appunto una mentalità che sta tornando, perché al cristianesimo sta subentrando un neopaganesimo edonista, utilitarista e amorale. Il consumismo ci ha insegnato ad adorare le cose al posto delle persone; la natura si vendica facendo regredire le persone, nella nostra considerazione, al livello delle cose. Le usiamo e le gettiamo, come si fa con la carta straccia. Le sopprimiamo, con l’aborto e con l’eutanasia, quando ci disturba la loro nascita o la loro agonia. Abbiamo ricominciato a non aver pietà per nessuno e a non attendercene più nemmeno per noi stessi: proprio come gli eroi greci. Era inevitabile: avendo sostituito al cristianesimo il naturalismo, siamo praticamente obbligati a fare della natura, così com’essa è (e non trasfigurata dall’opera divina, come avviene nel cristianesimo) il nostro nuovo dio: e, per la natura, tutto ciò che è debolezza, è un peso da eliminare, se possibile; se no, da trascurare, per procedere oltre. La natura è spietata; anche l’uomo naturalistico lo è: solo l’uomo spirituale è capace di compassione e di perdono.

Dovremmo fare molta attenzione: ci siamo messi per una china che scende direttamente verso il baratro. Se il neopaganesimo dovesse prevalere, come tanti indizi farebbero credere, non vi sarà alcun futuro per la nostra civiltà. Sarà la fine. Se siamo diventati qualcosa, se possiamo coltivare la speranza, è solo per merito di Gesù Cristo: e ciò vale per tutti gli esseri umani, anche per chi non crede, anche per chi Lo odia. Cosa saremmo noi, senza di Lui? Saremmo come polvere al vento…

 

 

 

Francesco Lamendola

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