Ma chi credete di prendere in giro?

di Francesco Lamendola del 16-05-2017

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Esiste una cosa che si chiama, o almeno si chiamava, buon senso, e che troppo spesso i meccanismi, quasi automatici, della vita moderna, e anche della cosiddetta cultura moderna, ci inducono a trascurare, a non vedere affatto. Una bambina diventa anoressica; un ragazzino cade in depressione: entrambi provengono da una famiglia che si è appena disgregata, perché i genitori si sono separati. Si va dagli specialisti, si va dagli psichiatri, si mobilitano i nutrizionisti, li si riempie di farmaci; ma il puro e semplice buon senso dovrebbe suggerire che, invece di andare a cercar lontano, la risposta è lì, propri lì, vicinissima: in quel trauma affettivo che i due pre-adolescenti hanno subito, e che non avevano le spalle abbastanza forti per reggere. I genitori assicurano che le separazioni sono state civili, civilissime; che entrambi i ragazzini continuano avere e frequentare sia l’uno che l’altro genitore; in poche parole, che non hanno sofferto di quell’evento, cui, del resto, erano stati preparati con tatto e delicatezza, e che essi stessi giudicavano ormai inventabile, e perfino necessario. Perché sa, dottore, c’era un clima pesante in casa, prima della separazione: io e mio marito quasi non ci parlavamo più, e nostra figlia (o nostro figlio) ne soffriva moltissimo; ma ora che ci siamo separati e ci siamo rifatto una vita con un’altra persona, le cose si sono molto rasserenate, e la bambina (o il bambino) l’ha presa benissimo, è perfino diventata una grande amica del mio nuovo compagno (della mia nuova compagna). No, il problema non è quello. Devono esserci altri motivi, bisogna scavare in profondità, nell’inconscio. Fin da piccola (o da piccolo) era una bambina molto, troppo sensibile. Una volta, si figuri, pianse due intere giornate perché aveva visto il nostro gatto ghermire un uccellino. Dopo, non lo ha più perdonato; abbiamo dovuto darlo via, perché la sua sola presenza la faceva (lo faceva) star male, tremava addirittura…

Ma quante balle siamo capaci di raccontarci, non è vero? Come sarebbe a dire che la bambina (o il bambino) non ha sofferto per niente della separazione dei genitori? Questo è quel che piace immaginare a loro: a loro e a tutta la cultura politicamente corretta, che poggia sul sacro dogma del pieno diritto di ciascuno, sposato o non sposato, con figli o senza figli, alla ricerca della propria personale felicità, costi quello che costi, qualunque cosa possano dire o pensare gli altri. I figli? Un giorno capiranno e saranno perfino grati. Non bisogna sottovalutare la loro maturità, la loro capacità di comprensione: anche i bambini, se preparati opportunamente, sono perfettamente in grado di rendersi conto di certe situazioni, e possono arrivare  a condividere la scelta del genitore che decide di andarsene, anche a prezzo di lasciarlo. La signora Macron, quand’era una quarantenne insegnante di liceo, non lasciò il marito e ben tre figli per inseguire l’amore con il suo allievo quindicenne, l’attuale presidente della Repubblica francese? L’importante è seguire la propria strada, fare ciò che ci si sente portati a fare: bisogna volersi bene, e reprimere il proprio diritto alla felicità è un non volersi bene. Se non vogliamo trasmettere ai nostri figli un messaggio di rinuncia e disamore verso se stessi, dobbiamo far vedere loro che il papà o la mamma, pur amandoli, non rinunciano a fare la propria vita, a inseguire i propri sogni. Solo così anche i figli cresceranno con la convinzione che inseguire i propri sogni è legittimo, e che gli altri devono accettare le loro scelte. Insomma, quasi, quasi, i genitori che decidono di separarsi lo fanno per amore dei figli, anche se poi li abbandonano, anche se li sballottano di qua e di là, un po’ dall’uno, un po’ dall’altro, come dei pacchi postali; quasi, quasi, i figli dovrebbero esser grati di avere dei genitori così maturi, così sinceri, così vitali, da non rinunciare ai propri sogni, e, in tal modo, da dare loro l’esempio del vero amore per la vita. Eh, sì: quante balle pur di scusarsi, pur di assolversi.

E invece no: quell’anoressia, quella depressione, sono proprio il risultato della ferita affettiva provocata dalla separazione dei genitori. Quando i genitori decidono di lasciarsi, di disgregare il nido familiare, tutto si può dire, tranne che lo facciano per il bene dei loro figli: a parte alcuni casi veramente estremi, peraltro rarissimi. Di norma, lo fanno perché hanno voglia di farlo, perché si sono stancati del rispetto coniuge, o perché hanno incontrato un’altra persona più affascinante, più interessante, più sexy, che li stimola di più, che li capisce di più, che li apprezza di più. Questa è la verità: il resto sono balle. Balle confezionate in una elegante carta da regalo politicamente corretta, e infiocchettate con le chiacchiere edoniste, femministe, progressiste, che hanno la sola ed unica funzione di mascherare, alla bell’e meglio, lo sfrontato egoismo che muove il genitore. Perché non dire la verità? Perché non dire che la mamma s’è incapricciata di un boy toy che ha vent’anni meno di lei? Perché non dire che il papà ha perso la testa per il bel seno e il bel sedere d’una ventenne? Semplice: perché dire la verità, innanzitutto a se stessi, poi agli altri, richiede un po’ di fegato: e i vigliacchi, narcisisti e viziati, non ce l’hanno; nemmeno un poco. Gli adulti farebbero qualsiasi cosa, farebbero carte false pur di scrollarsi di dosso, se possibile anticipatamente, il senso di colpa per la sofferenza che le loro scelte egoistiche infliggono ai figli. È così che ragionano i genitori desiderosi di “farsi la propria vita”, perché essere sposati – per Giove! – non vuol mica dire essere presi in ostaggio da qualcuno, o peggio, venire incatenati alla prigione del matrimonio indissolubile. Non hanno il fegato per dire che a loro importa più di se stessi che dei figli; non hanno il coraggio, né l’onestà intellettuale, per ammettere che, tra la felicità dei figli e la loro, non sono, né saranno mai, disposti a scegliere la prima e rinunciare alla seconda. Del resto, si sa: ogni lasciata è persa; e, specie dopo i quaranta, non parliamo dopo i cinquanta, se capita che la fortuna passi accanto, sotto la forma d’un bel ragazzo o una bella ragazza disponibili, recando un soffio di freschezza nella vita ormai ingrigita della casalinga frustrata e del marito irrequieto, come si fa a rifiutarla, a prenderla a calci? Sarebbe un incredibile sciupio, una decisione terribilmente stupida. Sacrificarsi? E perché mai? Che senso ha sacrificar la propria vita, voltar le spalle a una splendida occasione?

Via, non si esageri col dire che i figli soffriranno d’una cosa simile. No; essi capiranno e saranno contenti che mamma o papà cerchino di essere un po’ felici, anche loro, in questa vita. Non mancano degli psicologi più spregiudicati, i quali arrivano a dire che i bambini, pur di vedere felici i genitori, rimboccherebbero loro le lenzuola quando fanno l’amore con un altro uomo o un’altra donna. Lo farebbero anche con il papà che, dopo aver lasciato la mamma (e i figli), si è risposato una volta, due volte, tre volte. Noi, personalmente, conosciamo casi del genere. Oh, i figli del primo matrimonio, o della prima unione, soffrono appena un poco, pro forma; poi si mettono l’anima in pace e frequentano le nuove compagne del papà, vanno nelle loro case, come se niente fosse; come se quelle donne, quelle sconosciute, fossero la loro seconda, o terza, o quarta mamma. Qualcuno – forse proprio i loro genitori – spiega loro che anche quelle sono famiglie; che non c’è un solo tipo di famiglia, formata dal papà, dalla mamma e dai figli; ci sono anche molte famiglie così, “aperte”, dove s’incontrano gli ex coniugi e i diversi figli nati dalle varie relazioni, tutti insieme appassionatamente: senza rancori, né gelosie, né cattive parole o cattivi pensieri. Basta spiegare le cose e i bambini capiscono tutto. Sono assai più maturi di quel che non pensiamo, sapete? Oh, sì: capiscono tutto. Siamo noi adulti che facciamo tante tragedie per una separazione, per un divorzio: colpa della nostra educazione cattolica. Ci hanno insegnato che il matrimonio è indissolubile, ma questo non è vero: se lo fosse, sarebbe disumano. Come posso, io, al momento di sposarmi, promettere che non m‘innamorerò di qualcun altro? È una pretesa temeraria, ed è logico che siano pochi, a conti fatti, quelli che riescono a mantenerla sino in fondo. Gli altri, a un certo punto devono arrendersi: lottano, ma poi si arrendono; non si può lottare contro le passioni. Non sarebbe giusto, non sarebbe umano. Come dice sempre Susanna Tamaro, e come recitano anche le perle di saggezza sui bigliettini dei Baci Perugina: devi andare là dove ti porta il cuore.

Del resto, non bisogna lasciar credere ai figli che i genitori siano perfetti: devono sapere che sono umani, che hanno le loro fragilità. Questo è realismo, ed è la migliore delle pedagogie possibili. Niente idealizzazioni; l’idealismo porta le catastrofi, bisogna diffidarne. Del resto, se la mamma o il papà rimanessero insieme, pur essendosi innamorati d’un altro, non sarebbe ipocrisia? Anche da questo lato, gira e rigira, si arriva sempre alla stessa conclusione: la separazione o il divorzio sono la cosa migliore, proprio per i figli; sono un atto di lealtà, di responsabilità, e quindi, in definitiva, sono un atto di vero amore, proprio verso di essi. Come dite? I figli sono caduti in depressione? Via, sarà per qualche altra ragione; mica per questa. Il divorzio, che sarà mai?

Cari psicologi progressisti, cari psicologi che tenete le vostre rubriche sulle riviste femminili, tra le lettere al direttore (alla direttrice) e il servizio sulla prossima linea estate, dovete smetterla di contar balle: chi credete di prendere in giro? Potrete infinocchiare qualcuno, ma la stragrande maggioranza della gente ha più buon senso di quel non v’immaginate: il vostro trucco c’è, e si vede benissimo. Voi volete salvare capra e cavoli: il diritto dei genitori a cercare la propria “felicità”, anche sfasciando la famiglia che avevano creato; e il diritto dei bambini all’affetto dei genitori e ad una crescita serena, fondata sull’equilibrio interiore. Spiacenti, ma non è possibile: la coperta non è abbastanza lunga. O coprite le spalle e scoprite i piedi, o viceversa; ma l’una e l’altra cosa, questo no, non potete farlo. Non potete pretendere di aver la moglie ubriaca e la botte piena. Perciò dite pure a quei genitori dalla separazione facile: Volete inseguire il vostro sogno di felicità? Benissimo; ma sappiate che i vostri figli ne soffriranno: saranno loro a pagare il prezzo del biglietto verso la “libertà” che voi avete voluto acquistare a tutti i costi. I nostri atti ci seguono, e questo è uno dei casi nei quali tale principio appare più facilmente osservabile.

Il fatto è che, oggi, viviamo talmente immersi in una cultura edonista, che il messaggio impalpabile, ovunque diffuso, è sempre lo stesso: Non rinunciare a nulla! Devi cogliere al volo tute le possibilità di piacere che ti si offrono: è un dovere verso te stesso! Già, verso noi stessi: come se si potesse costruire la propria felicità sulla sofferenza degli altri. Essere genitori implica una scelta di fondo: o meglio, una promessa. La promessa che viene fatta al bambino, sin da quando nasce, o piuttosto fin da quando viene concepito, è questa: Io ti proteggerò! Io ti starò accanto e ti accompagnerò sempre, se lo vorrai, ma specialmente nelle fasi iniziali della tua vita. Non ti lascerò solo, non ti pianterò in asso; non preferirò a te qualcun altro o qualcos’altro. Su di me potrai sempre contare! Questa è la promessa, ed è una promessa solenne, perché viene presa nei confronti di qualcuno che ha totalmente bisogno di noi; e, inoltre, di qualcuno che noi stessi abbiamo chiamato alla vita. Chiamandolo, ci siamo assunti una grossa responsabilità: ora dobbiamo essere all’altezza di un tale impegno. Non ci sono scuse, non ci sono balle che tengano: tutto il resto viene dopo. Un genitore che non sa fare un passo indietro rispetto ai suoi personali desideri, che non sa un poco sacrificarsi, se necessario, per restare accanto a suo figlio, per mantenere la tacita, ma sacra promessa che aveva contratto con lui, nel momento di chiamarlo alla vita, è un genitore indegno: possiamo immaginare tutte le attenuanti, tutte le giustificazioni possibili, ma resta sempre il fatto che egli, se viene meno alla sua promessa, viene meno alla sua dignità di genitore. E questo, suo figlio, avrebbe il diritto di non perdonarglielo mai più. Eppure i figli, sovente, sono troppo buoni e gentili: sono migliori dei loro genitori egoisti; pertanto, non muovono rimproveri, non lanciano accuse; si proibiscono perfino di pensarle, s’inibiscono perfino di provare dei normali sentimenti di rancore, benché la delusione e la sofferenza siano fortissime. Però, si sforzano di tenerle per sé: non vogliono farle pesare sulla mamma o sul papà. La natura, però, si vendica: l’affettività oltraggiata, calpestata, reclama i suoi diritti; esige, pretende, di gridare forte la sua rabbia, la sua indignazione. Ed ecco l’anoressia e i disturbi alimentari; ecco la sindrome depressiva. Chi lo dice che una bambina di otto anni, o che un ragazzino di dodici, non possono cadere in depressione? Certo che lo possono: e, per favore, cari psicologi e psicanalisti di tendenza freudiana, lasciate perdere le vostre menate sul complesso di Edipo e sul complesso di Elettra, sull’invidia del pene e sulla gelosia per il fratellino o per la sorellina. Le cose sono chiare, evidenti, per chi le vuol vedere; basta un po’ di buon senso: quella bambina, quel bambino, sfogano nella sindrome depressiva l’enorme sofferenza provocata dalla rottura della promessa di amore e protezione, che il genitore aveva fatto loro, sin dal momento del concepimento. E anche voi, psicologhe femministe a un tanto il chilo: potete risparmiarvi la vostra filippica sul dovere della donna di non farsi ricattare dal matrimonio e dai figli; sul diritto di ogni donna, anche se madre, a seguire la propria strada, la propria ricerca della felicità. Sono tutte delle maledette stupidaggini. La verità è che una mamma – o anche un padre, beninteso – la quale non sia capace di stringere i denti e tenere in piedi una famiglia, per quanto vacillante, per quanto sofferente possa essere, in nome dell’amore dovuto ai figli, della promessa di star sempre loro vicino e di proteggerli, non è degna di fare la mamma; e un padre del genere, non è degno di fare il padre. Si sono allontanati da Dio e dalla giustizia: e Dio li ha abbandonati alle loro più torbide passioni…

 

Francesco Lamendola

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