Per animare il dissenso, follow the money. Seguire il denaro

di Roberto Pecchioli del 16-05-2017

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Nella poesia Una disperata vitalità, Pier Paolo Pasolini, un grande, ma dissoluto reazionario, gridava con l’amarezza di un’intera vita: “la morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi”. Questa riflessione ci è balzata in mente in un momento di sconforto legato alla difficoltà incredibile di ottenere ascolto nel mondo contemporaneo, diffondendo verità e convincimenti in dissenso dalla narrazione corrente, così pervasiva e potente da essere dittatura. TINA, è uno dei tanti acronimi di ascendenza anglo-tecnocratica: there is no alternative, non c’è alternativa. Nessun cervello libero potrebbe crederlo, giacché solo la morte corporale è certa e priva di scelta. Il resto è totalitarismo.

Abbiamo quindi cercato di immaginare attraverso quale codice “far passare” idee, notizie, valori, progetti alternativi al totalitarismo morbido vigente, feticismo delle merci più valore di scambio in denaro che sussume ogni altra pretesa di verità. Follow the money, segui il denaro, ci è sembrata l’unica speranza. Resi indifferenti a tutto, impenetrabili a principi millenari ed a venerande concezioni della realtà liquidate come relitti del passato, i postmoderni sono più sensibili che in ogni altra epoca al potere del portafogli, anzi della carta di credito. Le neoplebi desideranti, come le definì Costanzo Preve, sono preda della folle logica del consumo. La loro condizione quotidiana è quella del “desiderio di desiderare, rinvio infinito e perpetuo di soddisfarsi che si perde avrebbe detto Hegel, in un cattivo infinito” (Paolo Becchi). La realtà, ahimè, è dura come il pane raffermo, ed è fatta essenzialmente di bisogni, di difficoltà, di lotte giornaliere contro la scarsità.

Per questo, vogliamo rappresentare a chi abbia la pazienza di ascoltare, un quadro completamente diverso da quello inscenato dalla società dello spettacolo, seguendo il denaro, appunto, più che mai potente cavaliere. Poderoso caballero es Don Dinero, scriveva Francisco de Quevedo.

La psicologia delle folle insegnò fin dal tempo di Gustave Le Bon che i popoli hanno bisogno di identificare fisicamente il nemico. Non si riesce a canalizzare l’indignazione contro i poteri finanziari ed i giganti multinazionali, vere canaglie ed autentici assassini, poiché è molto difficile attribuire loro un nome ed un volto. Gianluigi Paragone, il noto giornalista della Gabbia televisiva, ha pubblicato da poco un libro significativamente intitolato Gangbank. La categoria pornografica dell’orgia di gruppo (gangbang) applicata al potere del denaro. Non diversamente, Il regista cinematografico Costa Gavras rappresentò il potere come un’orgia compulsiva (Z, l’orgia del potere) alla fine degli anni 60, mentre è celebre il quadro espressionista di George Grosz I pilastri della società (1926).

Vent’anni fa, un grande intellettuale non conformista, Giano Accame, diede alla stampe un saggio di enorme valore, “Il potere del denaro svuota le democrazie”. Venne pubblicato da un piccolo editore di nicchia, il Settimo Sigillo, ed una sua ristampa sarebbe un giusto tributo alla grandezza di Accame oltreché un’operazione di verità, conoscenza storica, chiarezza culturale. Paragone inizia il suo libro ponendosi la domanda da un fantastiliardo di dollari: perché i popoli odiano i politici, che, in fondo, se rubano, lo fanno con somme relativamente modeste, e non se la prendono con finanzieri, banchieri, manager (la famigerata ceo economy), padroni delle tecnologie di dominio, i cui profitti illeciti, sottratti direttamente ai popoli ed ai singoli sono incalcolabili? Cita un magistrato come Percamillo Davigo, tutt’altro che un bolscevico, il quale confessò il suo profondo turbamento, nel noto processo relativo allo scandalo Parmalat, dinanzi alle somme immense sottratte con l’inganno a decine di migliaia di risparmiatori.

Si costituirono ben quarantacinquemila parti civili, e non erano che una parte dei truffati. I risparmi di vite intere, le speranze dissolte di innumerevoli famiglie. Davigo si chiedeva quanti ladri di strada, quanti rapinatori seriali ci sarebbero voluti per mettere insieme le somme rubate con un clic, una firma ed un tratto di penna da quei criminali in camicia di seta, cravatta e valigetta firmata. Cerchiamo allora di fornire qualche cifra, e magari alcuni nomi.

Cominciamo da una stima di Corrado Passera, secondo il quale il costo finale per il contribuente italiano della vergognosa vicenda della mala gestione delle banche, sarà di circa venticinque miliardi di euro, che, per i meno giovani, sono quasi cinquantamila miliardi delle vecchie, care lirette. C’è da credergli, se ne intende: Passera, all’inizio del millennio, per “salvare” la Banca Commerciale, bruciò il patrimonio che garantiva una pensione integrativa ai dipendenti della banca che fu di Raffaele Mattioli. E’ in piedi una causa civile, che finirà per morte degli attori e resistenza del convenuto, comunque, con transazioni che risarciranno sì e no un quinto di quanto perduto.

Altro acronimo da imparare a memoria è NPL, non performing loans, crediti bancari deteriorati, o prestiti non performanti, insomma non esigibili. Sulla loro consistenza, vi è disparere tra gli osservatori qualificati, ma duecento miliardi di euro è la cifra minima su cui c’è concordanza. E’ un quarto del bilancio pubblico, cui dovrebbe essere aggiunto il criminale sistema dei “derivati”, le scommesse al buio. L’evidenza è che molti istituti hanno finanziato amici ed amiconi senza badare alle garanzie nello stesso momento in cui torturavano i piccoli e medi richiedenti. Non è che l’esito naturale del principio della riserva frazionaria, ovvero la possibilità per le banche di moltiplicare il denaro trattenendone non più dell’uno per cento a patrimonio.  La trasmissione RAI Report ha dimostrato che molti istituti hanno affidi insoluti, o almeno non performanti (NPL) per tre, quattro, fino a quasi otto volte il patrimonio, come è capitato ad un istituto teramano fallito.

Nondimeno, Monte dei Paschi ha allegramente finanziato giganti come Marcegaglia e Sorgenia di De Benedetti. Non stupisce che trattisi di gruppi i cui esponenti sono membri influentissimi del potere non solo italiano. Dell’ingegnere cittadino svizzero ma tessera numero 1 del PD sappiamo molto, sin dai tempi di Olivetti, Fiat, Banco Ambrosiano. Emma Marcegaglia, past president di Confindustria, per utilizzare il linguaggio da Rotary di lorsignori, è ora al vertice di Eni, con Finmeccanica l’ultimo vero gioiello di famiglia dell’azienda Italia. Il suo gruppo ha almeno due miliardi di debiti, da non molto ristrutturati, come si dice pudicamente.  A dare credito al Fatto Quotidiano, almeno il 70 per cento delle perdite di MPS non riguardano piccoli e medi debitori, ma, appunto, gli amici, gli amiconi, e compagni, e venerabili fratelli, e, pro quota, devoti di precisi centri di potere affaristico religioso (uno sconcertante ossimoro).

Quanto a Banca Etruria, non solo sappiamo che ha messo sul lastrico migliaia di azionisti e obbligazionisti, non solo esiste il forte sospetto di un conflitto d’interessi gigantesco con al centro il ministro Boschi. La valutazione data dei crediti in sofferenza, con il solo 17 per cento di possibilità di recupero, ha sferrato un colpo potentissimo all’intero sistema bancario nazionale, per la gioia degli acquirenti esteri a prezzo stracciato ed in particolare dei fondi avvoltoio, che acquistano il pacchetto debiti per tre soldi e cominciano a dare il tormento ai debitori, tra i quali, lo ricordiamo, ci sono tantissime imprese e privati già messi in ginocchio dalla crisi decennale. In questo quadro, la politica fa la parte dell’anello debole, tutt’al più del complice che tiene il sacco. Gli organi di controllo, ovvero Banca d’Italia, sono a loro volta coinvolti nel conflitto, poiché dovrebbero vigilare su banche che sono le loro azioniste, o ne sono possedute in complessi incroci azionari.

Via Nazionale, inoltre, non apre per nulla i cordoni della borsa del quantitative easing, ossia del denaro fiat creato dal nulla dalla Banca Centrale Europea. La domanda decisiva è la seguente: se la privata BCE, proprietaria dell’euro all’atto dell’emissione, può stampare denaro a piacimento, o farlo comparire con un semplice clic sulla tastiera del server principale del sistema informatico, perché non possono farlo gli Stati, o perfino una ridefinita Unione Europea? Intanto, c’è chi si suicida per debiti (ai grandi debitori ed ai banchieri però non capita…) o per la rovina abbattutasi sull’impresa e sulla famiglia a causa delle malversazioni, dell’imperizia o dell’autentica criminalità finanziaria. Ebbe ragione Giacinto Auriti, allorché denunciò i vertici bancari (le potentissime “autorità monetarie”, depositarie di un sapere economico finanziario esoterico ed immenso) per istigazione al suicidio, esigendo nel contempo la proprietà popolare nella moneta.

Nel frattempo, l’Italia si impoverisce ogni giorno di più. Colpisce, tra le altre, la manifestazione pubblica dei professionisti (avvocati, medici, geometri, giudici di pace, architetti), colpiti anch’essi dalle liberalizzazioni che minano i loro redditi senza migliorare la condizione della clientela. Il feroce dumping sociale non si ferma un attimo, mietendo vittime anche tra categorie e gruppi sociali una volta privilegiati.

Qui conviene dedicare un paragrafo alla nuova economia mascalzona dominata da pochissimi giganti. Pensiamo ai GAFA (l’acronimo che designa Google, Amazon, Facebook ed Apple), a Microsoft, all’altro acronimo NATU (Netflix, Airbnb, Tesla, Uber). Sono i colossi universali proprietari di tutto, innanzitutto dei nostri più segreti dati personali. Nemici giurati degli Stati nazionali, visti come ostacoli alla loro espansione monopolistica, teorizzano la nascita di loro isole flottanti extraterritoriali, e intanto evadono imposte per somme incalcolabili. E’ di queste settimane la notizia di concordati con il fisco italiano, da parte di Amazon e Google, per restituire una piccola parte del maltolto, che, nel nostro paese, è di diversi miliardi l’anno. Quanti callisti, idraulici, luminari ospedalieri, persino quante finte cooperative e fondazioni ci vogliono per pareggiare il conto tributario di questi signori?

Secondo studi delle associazioni di categoria interessate, Airbnb, la piattaforma informatica che si occupa di immobiliare e turismo celerebbe, nella sola Roma, 50.000 pernottamenti al giorno. Di qui la richiesta di istituire una web tax discussa addirittura nel G7 di Bari. Ottimo, ma l’idea è destinata al fallimento, se non ad abbattersi sulle prosciugate tasche dei contribuenti “normali”. Infatti, i paradisi fiscali sono più vivi che mai, e, caso strano, appartengono in genere all’area delle ex colonie britanniche. Ma nella stessa UE ne esistono diversi, da minuscoli staterelli come Monaco e San Marino al poco più grande Lussemburgo del caro Jean Claude Juncker. Il Granducato di Claistream e dei conti cifrati ha sempre posto il veto a norme volte ad allargare la base imponibile. C’è di più: nell’Unione europea esiste una norma che permette di tassare le multinazionali suddividendo l’imponibile per ciascuno degli Stati in cui opera. Al di là delle comode difformità dei sistemi tributari coinvolti, nel gioco delle fatture carosello, delle società fittizie e della matrioske, dell’apparizione e riapparizione in qualche remoto angolo di mondo dei profitti, questi signori sono insuperabili, dunque molte chiacchiere, ma pochi fatti.

E giusto per non limitare il primato delle società offshore al riparo da tutto alle Isole Cayman, a Tortola, alle Isole Vergini Britanniche, o alle più vicine Isole del Canale di cui peraltro poco si parla, è bene sapere che nel Delaware, piccolo stato atlantico degli Usa, uno dei tredici fondatori dell’Unione, su 900.000 residenti, ci sono un milione di società anonime, delle quali 60.000 in un unico palazzo, presumiamo affollatissimo.

GAFA, Microsoft e NATU possono dormire quindi sonni tranquilli, finché non cambia il sistema. Tesla è la banditrice della robotizzazione del mondo, a partire dall’automobile senza pilota. Il tema del trattamento tributario dei robot, e, udite udite, financo dell’attribuzione di uno specifico statuto giuridico sarà al centro del dibattito nel futuro prossimo. Del caporalato lavorativo di cui Uber e Airbnb sono la massima espressione si parla ancora troppo poco, nonostante il drammatico impoverimento determinato dal successo di tali piattaforme (cioè dei semplici, per quanto geniali, apparati informatici che governano domanda ed offerta di qualunque merce o servizio al di fuori delle regole e delle norme degli Stati). Siamo ormai ad un passo dalla reintroduzione della servitù della gleba, con una variante rispetto all’economia curtense, cioè la sostituzione del legame inscindibile con la terra (gleba) con quello alla connessione obbligata e perpetua a una decina di giganti dello schiavismo.

Un liberale classico, Antonio Martino, disse una volta che se esistono i paradisi fiscali è perché abbondano gli inferni fiscali. Il monetarista messinese ha ragione, purché sia evidente che il sistema tributario è un girone infernale per i deboli ed i piccoli. Stiamo in Italia: si sbandiera la chiusura di Equitalia, ma la detestata centrale di recupero fiscale verrà incorporata nell’Agenzia delle Entrate. Avrà quindi più potere, soprattutto più immediato, in ossequio alla normativa europea che impone agli Stati di agire in tempi strettissimi una volta individuato debito e debitore. Individuare non vuol dire accertare, che, a propria volta, è altra cosa dall’avere ragione nella pretesa fiscale, come sa chiunque viva la realtà delle commissioni tributarie. Naturalmente, difendersi nel processo tributario è molto più agevole per le società di capitali che per i privati e le piccole aziende, spesso neppure n grado di sostenere le spese legali. Ecco perché funzionano così bene i periodici condoni: i forti chiudono le liti con risparmi significativi, i deboli evitano il peggio, leggi possibili pignoramenti, sequestri, confische, denunce penali.

Soprattutto in questo settore, il classico “divide et impera” funziona alla perfezione. La più stolida sinistra soffia sull’invidia sociale e sulla contrapposizione tra i contribuenti a reddito fisso e gli altri. Gli uni sarebbero onesti, e non è vero, scagli la prima pietra chi non ha preferito lavori o prestazioni in nero, fatte o ricevute, mentre gli “autonomi, le partite IVA sarebbero la sentina di ogni male. Una parte dell’evasione di costoro è di necessità, risponde all’ovvia alternativa se mentire o chiudere bottega. L’altra è vera, ma imparagonabile alle acrobazie di bilancio, alle elusioni, alle leggi favorevoli al sistema delle grande imprese, specie finanziarie e multinazionali. Che dire, poi, di chi attende anni i pagamenti della Pubblica Amministrazione, e non può neppure compensarli in sede di dichiarazioni periodiche IVA? Intanto, ai tassisti massacrati da Uber viene diminuito ogni anno il bonus fiscale legato al consumo di carburante (siamo a circa 700 euro totali per chi ha lavorato 26 giorni al mese), mentre i grandi autotrasportatori, nonché le autolinee urbane e non poche industrie, incassano per l’identico motivo centinaia di migliaia di euro, non di rado milioni annui.

In giro si sente dire che vi sia crisi delle farmacie, sin qui considerate vere e proprie oasi di benessere e liquidità. Aggredite dalle parafarmacie e soprattutto in difficoltà ad incassare i denari delle ricette a carico del Servizio Sanitario Nazionale, perdono valore, e perfino i loro dipendenti (laureati iscritti ad un Ordine professionale) conoscono il precariato ed i bassi salari. I fallimenti avvengono sempre più spesso per crediti inesigibili, su cui lucrano fortemente le stesse banche, attraverso le proprie affiliate dedite al factoring.

Il bollettino dei protesti è offerto da innumerevoli siti, e comunque banche e società finanziarie agiscono come una cosa sola, attraverso banche dati comuni, allorché si tratti di conoscere la storia personale di ciascuno di noi. Alla faccia della riservatezza, della privacy, nonché della sempre sbandierata solidarietà e del diritto di ricominciare da zero nella vita.

In compenso, nella città di Modena, uno dei modelli del progressismo italiano, si istituisce la tassa sugli zerbini delle attività commerciali, se in esse compaiono loghi, segni o lemmi riconducibili all’impresa. E’ pubblicità, tuonano gli inflessibili civici esattori della città di Enzo Ferrari.

Il cinico servo Leporello, nel primo atto del Don Giovanni di Mozart, snocciola a Donna Elvira l’elenco delle conquiste di Don Juan.” Madamina, il catalogo è questo, delle belle che amò il padron mio “. Potrebbe continuare a lungo il catalogo delle vittorie, ossia delle malefatte, del sistema finanziario e dell’imperialismo apolide delle multinazionali. Un elemento che sconcerta, ma che va comunque utilizzato a fini di battaglia morale e civile, è che il sistema di intrattenimento, elemento centrale della strategia di consenso della società dello spettacolo (Debord) riesce a fare l’opposizione a se stesso. E’ un segno di forza, la dimostrazione che la pentola che bolle (melting pot) ha bisogno di sfiatare periodicamente, di allentare la pressione.

Due film usciti da pochissimo ne sono l’esempio. Uno è interpretato da Tom Hanks, The Circle, denuncia spietata dei metodi, ma soprattutto dei fini delle grandi corporazioni tecnologiche di Silicon Valley, che mettono in pericolo la libertà e la sopravvivenza stessa dell’umanità come la conosciamo da millenni. L’altro è Insospettabili Sospetti, che narra l’improbabile rapina in banca da parte di un trio di anziani truffati dall’istituto, che ha venduto loro titoli spazzatura a garanzia del mutuo casa e sostenuto la delocalizzazione dell’industria in cui lavoravano, con il risultato del fallimento del fondo che assicurava la loro pensione. Il film è stato distribuito nelle sale dall’aprile 2017, ma era pronto fin dalla primavera del 2016. Che la sua programmazione sia stata rinviata per motivi elettorali americani, tenuto conto del contenuto “populista” del programma di Donald Trump?

Insomma, è indispensabile che si diffonda un sentimento, un comune sentire popolare che riconosca chi è il vero nemico. L’attuale rissa politica italiana si concentra sulla crisi delle banche, ma il sistema mediatico tende a lasciare in ombra l’essenziale, ovvero che i politici ed i partiti principali non sono gli attori protagonisti, ma i comprimari decisi ad ottenere favori dal sistema economico finanziario attraverso servilismo e compiacenza legislativa. Chi va con il cappello in mano, tuttavia, sono i cosiddetti rappresentanti del popolo, come dimostra, al di là delle verità di comodo, lo stesso caso Boschi-Unicredit- Banca Etruria. O come insegna la storia del fondo pubblico di salvataggio bancario Atlante, rapidamente spolpato dai grandi vecchi della finanza, gli intramontabili Bazoli, Guzzetti e qualcun altro che, toh, sono anche i padroni della grande stampa e quelli che hanno in mano le chiavi di ciò che resta della manifattura e dell’economia italiana.

Dunque, è ora di alzare il tiro: inutile, controproducente, il discredito ed il rancore riservato ai camerieri. Se il menù è immangiabile, il servizio pessimo ed il conto salato, non è colpa loro.  I camerieri politici fanno uno sporco lavoro, sollecitano mance e raccontano un sacco di balle.  Lo fanno con vantaggio personale e di casta, ovvio, ma in conto terzi.

Per modificare il menù, bisogna sostituire tutto: cucina, ristorante, proprietari. Anche i camerieri, ovviamente. Qualcuno sostiene con ragione che la democrazia è un regime fondato sul dissenso. Ortega y Gasset, per innalzare il nascente sistema liberale, diceva che esso è l’unico che rispetta la minoranza, anche la più debole. Non è così, o almeno non lo è più, giacché il sistema odierno, quello del TINA, non vi sono alternative, impedisce che il dissenso si costituisca pur in assenza di repressioni plateali o dirette.

Qui sta la difficoltà drammatica, e il timore di darsi la risposta ad alcune domande. Gli italiani vogliono cambiare il menù, o si accontentano di risolvere, individualmente, i loro problemi privati? Conoscono qual è la posta in gioco, sanno che la politica conta pochissimo e va quindi sostituita in blocco, dopo avere tagliato gli artigli ai veri piani alti? Hanno capito che la democrazia si è convertita in un inganno, o come scrisse Massimo Fini, nel metodo per fregare i popoli con il loro consenso? Per animare un dissenso, occorre guardare la realtà “con occhi asciutti” (Camillo Sbarbaro), sapendo che, a tutt’oggi, il catalogo è questo.

 

 

Roberto Pecchioli

 

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This entry was posted on martedì, maggio 16th, 2017 and is filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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