Chi è il vero eroe dell’Illiade: Achille o Ettore?

di Francesco Lamendola dell’11-06-2017

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Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta: così inizia l’Iliade; ed è strano, ma sintomatico, il fatto che tanti lettori e commentatori contemporanei, pur davanti all’esplicita indicazione di Omero, abbiano continuato, e, in verità, seguitino tuttora, a domandarsi, in toni variamente accorati, chi sia il vero protagonista del poema, ovviamente ponendo un’alternativa fra Achille, il candidato più ovvio e quasi scontato, ed Ettore, l’eroe gentile, umano, tanto più vicino, almeno in apparenza, alla sensibilità moderna, e, in ogni caso, tanto più simpatico alla maggior parte dei lettori, proprio in virtù di tale consonanza del sentire e dell’agire.

In effetti, come potrebbe il lettore moderno trovare simpatico, o anche solamente accettabile, un Achille il quale, davanti alla richiesta, umanissima, del suo valoroso nemico morente, di rendere il suo cadavere ai propri genitori, gli risponde che non lo farà, che lo lascerà insepolto, abbandonato alle fiere dei campi, anzi, che vorrebbe poter sbranare lui stesso, con i propri denti, il suo corpo, tale è l’odio e così grande il desiderio di vendetta che ha nei suoi confronti, per avergli ucciso il diletto amico Patroclo? E chi, avendo ammirato Ettore, presso le Porte Scee, nell’atto di accomiatarsi dolcemente dalla fedele sposa, Andromaca, e di alzare sulle braccia il piccolo figlio, Astianatte, non ha provato un vivissimo moto di simpatia nei suoi confronti, per quel coraggioso, che unisce al sentimento di patria un così vivo amore per la famiglia, e che è così umano e comprensivo con tutti, forse il solo troiano che non disprezza né maledice la cognata Elena, causa della guerra e dell’assedio, e che perfino per lei ha una parola buona, in mezzo a tanto furore belluino?

Il punto è che, se ci lasciassimo guidare da queste simpatie spontanee, non faremmo altro che assecondare il nostro gusto, ma ci precluderemmo la possibilità di entrare, o almeno di tentar di entrare, in quel mondo: il mondo della poesia omerica. Esattamente come se, viaggiando in un Paese straniero, invece di provare ad adeguarci agli usi e costumi del luogo, a cominciare dalla lingua, dalla cucina, dal modo di porsi nei confronti dell’altro, noi pretendessimo di seguire, imperterriti, le nostre vecchie abitudini, trasportandole, per così dire, in terra straniera: senza provare ad imparare quella lingua, senza mai gustare quella cucina, senza mai tentare di porci in relazione con gli altri alla maniera di quelle persone e di quella società. In tal modo, potremmo anche soggiornare in quel Paese lontano per dei mesi o degli anni, ma impareremmo ben poco della sua civiltà, e torneremmo infine a casa nostra senza aver oltrepassato neppure la scorza di quel mondo, così diverso dal nostro. Orbene, proprio la stessa cosa accade ai lettori di Omero, i quali, per abitudine, affezione ai propri modi di pensare e, forse, anche per una forma di pigrizia mentale, pur avendolo letto l’Iliade più volte, non abbiano mai fatto il minimo sforzo per vedere il mondo così come lo vedevano i guerrieri greci (e troiani), per capire quali fossero le cose importanti per loro, per tentar di comprendere il loro animo, e tutto questo dall’interno, non già applicando loro, dal di fuori, le loro categorie mentali, le loro abitudini, i loro tipici modi di sentire e di pensare, che poi sono quelli degli uomini moderni.

Intendiamoci: entrare nel mondo di altri uomini è sempre una cosa estremamente difficile e, al limite, impossibile, specie se essi appartengono a un altro tempo o ad un’altra civiltà, o entrambe le cose insieme; tuttavia, un conto è provarci, e un altro è restare ermeticamente chiusi e corazzati nella propria mentalità. E si tenga presente che tentar di entrare nel mondo altrui non implica la condivisione del giudizio sulle cose. Per entrare nel mondo del fumatore, o in quello del cacciatore, tanto per fare due esempi banali, non è necessario approvare il fatto di fumare, e neppure quello di cacciare la selvaggina; né la cosa richiede che uno si metta a fumare o ad andare a caccia. Semplicemente, richiede un atteggiamento di benevolenza, o almeno di neutralità, verso quelle persone che fumano e si dedicano alla caccia: non si tratta di entusiasmarsi per ciò che esse fanno, ma di provare a capire, e a capirlo dal loro punto di vista, perché lo fanno, e che gusto ci provano. Similmente, entrare nel mondo degli eroi omerici non implica che si debba approvare, ad esempio, l’idea che la guerra sia la cosa più bella che esista, perché in essa si può fare mostra del proprio valore e guadagnarsi, così, una fama imperitura, capace di volare fino ai posteri: ma significa, assai più modestamente, non giudicare il loro atteggiamento verso la guerra secondo le nostre categorie, ma provare a vederlo così essi lo vivevano in se stessi: a cercar di capire la loro mentalità dall’interno, e non dal di fuori. Diversamente, il loro mondo ci resterà sempre totalmente precluso, come una lingua straniera che non comprendiamo. La stessa cosa vale per il lettore della Divina Commedia, il quale, pur essendo – poniamo – ateo, o irreligioso, non si sforzi di entrare nella viva fede cristiana di Dante; o per il visitatore di una cattedrale medievale, o per colui che contempla un affresco di Giotto, o per lo studioso di san Tommaso d’Aquino che si confronta con la Summa theologiae, o per lo storico del regno di Federico II che legga il suo trattato sulla caccia col falcone, o, ancora, del biografo di san Francesco d’Assisi che cerchi di penetrare il mondo descritto nei Fioretti, o il biografo di Marco Polo che s’immerga nelle descrizione de Il Milione.

E adesso veniamo al quesito che, qui, c’interessa: chi è il vero eroe, il vero protagonista del’Iliade? Per innumerevoli generazioni di lettori, non vi è mai stato dubbio di sorta che egli sia proprio quello indicato da Omero sin dal primo verso: Achille, il figlio di Peleo e della più bella delle Nereidi, Teti, amata invano sia da Zeus che da Poseidone. Ettore, tutt’al più, gli fa da contrappeso, al punto che è difficile immaginare l’uno senza l’altro: la genialità dell’autore dell’Iliade consiste proprio nel fare in modo che le caratteristiche e la gloria dell’uno contribuiscano a dare maggior rilievo alla figura dell’altro. Ettore non sarebbe Ettore, se non fosse l’antagonista di Achille; ma anche Achille non sarebbe Achille, non sarebbe l’eroe che conosciamo e ammiriamo, se non avesse quale degno avversario il generoso, valoroso, nobilissimo Ettore, e non solo la folla indistinta degli eroi troiani “minori” (per non parlare del bellissimo, ma vile Paride, il rapitore di Elena, certo non degno di stargli a fronte). Questo è certo.

Osservava a questo proposito un illustre filologo classico, Enrico Turolla (Venezia, 1896-ivi, 1985), docente di letteratura latina a Catania e di letteratura greca a Genova, nel suo Saggio sulla poesia di Omero (Bari, Laterza Editore, 1930, p. 70 sgg.; cit. in: Omero, Iliade, a cura di Athos Sivieri, Firenze, Casa Editrice G. D’Anna, 1962, pp. 425-426):

 

Questo affiorare d’un mondo di umanità, che forma la grandezza e la caratteristica dell’”Iliade”, si esprime nella figura di un personaggio la cui figura agisce largamente nel poema, e attorno alla quale si concentrano tutte le vicende che, nel poema, sono narrate. In altre parole, l’”Iliade” ha un protagonista; anzi, a dire più esattamente, una copia di protagonisti: i due mortali nemici, Achille ed Ettore, le cui esistenze sono legate, misteriosamente, da uguale destino: il più forte uccide l’avversario, ma poi egli stesso morrà, e la morte del primo è la premessa e la condizione della morte del secondo. Presso ‘uno e presso l‘altro, è facile vedere come l’interiorità e la spiritualità abbiano il sopravvento sopra l’esteriorità e direi quasi la meccanicità secondo cui agiscono eroi come Diomede e come Aiace. In queste ultime figure di eroi, Omero ha fatto forse opera ligia alla tradizione; egli on ha rivissuto i caratteri di questi personaggi desunti dalla tradizione senza rinnovamento. Con sicurezza, anche senza conoscere la precedente tradizione epica, possiamo, insomma, stabilire la posizione e la ragione stessa della vitalità dei poemi di Omero. Achille ed Ettore sono espressioni d’umanità sofferente nella passione e nel dolore, sono, in essi le creazioni eterne e grandi del poeta.

La ragione del dolore di Ettore è, in fondo, chiara. Creatura di riflessione, vive conscio del suo destino e pare, anzi, quasi conscio di un destino più triste di quello della sua stessa patria; un comune destino di infelicità umana di cui è un esempio la disgraziata guerra che Troia combatte contro i Greci. Ettore è il personaggio meno primitivo e perciò stesso figura dolorosissima. In lui la mite natura e l’accettazione di una sorte di dolore, conducono ad una rassegnazione che tinge d’un tono di mestizia e di dolcezza tutta la sua figura su cui la morte distende già la sua ombra.

Senza dubbio tuttavia Achille, per ricchezza di echi umani e grandi, per una sua tragicità, per una più vasta capacità di interpretazione simbolica di tutta la vita umana, è qualche cosa di ben più grande e di ben più alto che non sia la figura del suo avversario, a prima vista più simpatica, sia perché più calma e più gentile, sia anche per la sua sconfitta finale, nella lotta con Achille, allorché il poeta non ha nessuna preoccupazione di farcelo apparire in una luce di simpatia e di bontà, superiore a quella del suo avversario…

La figura di Ettore, in fondo, serve, nella mente del poeta, a porre più in luce, per via di contrasto, la figura del protagonista che è, senza dubbio di equivoco, quella di Achille. Come nella tragedia sofoclea ad “Antigone” fa riscontro la figura più mite e più normale di Ismene; come nell’”Edipo” alla figura nobile ed ardente dell’infelice re di Tebe è posta, quasi per sfondo, la figura grigia e troppo chiusa di Creonte, così, in ultima analisi, è anche qui. Sullo sfondo del carattere di Ettore, in cui la mitezza del sentimento e la gentilezza del cuore si effondono in rassegnazione accorata e pensosa, senza contrasti e senza tempeste, si erge la figura del più vasto e più, direi quasi, cosmico eroe figlio della dea del mare.

 

Così, non c’è dubbio che Omero abbia voluto rappresentare in Achille il vero eroe del suo poema,  e non certo in Ettore, per quanta simpatia egli provi nei confronti del principe troiano e per quanta sensibilità e delicatezza dimostri nel rappresentarci i tratti più umani del suo carattere, e specialmente la nobiltà delle sue ultime parole, prima di morire. Tuttavia, non lo si scordi mai, Omero non è Virgilio: se, per Virgilio, simpatizzare con i perdenti, con i morituri (e non si pensi solamente a Turno, ma anche e soprattutto all’infelice Didone!) è un fatto, per così dire, istintivo, connaturato al suo animo, che è, appunto, l’animo di un poeta essenzialmente elegiaco, e non certo epico, per Omero le cose stanno in tutt’altro modo. Per quanto egli possa provare simpatia per i perdenti, a patto che siano nobili e valorosi come lo è, in sommo grado, lo sfortunato Ettore, le sue vere e profonde simpatie vanno ai greci, ai suoi compatrioti, ai rappresentanti della sua cultura e della sua civiltà, non ai troiani, i quali, oltre ad essere i nemici, sono anche gli stranieri, e, perciò, dal punto di vista greco, dei “barbari”.

Sorge, perciò, il legittimo interrogativo su come abbia potuto nascere, diffondersi e radicarsi, l’idea, invero decisamente incongrua, per non dire bizzarra, che proprio Ettore possa essere il “vero” protagonista dell’Iliade, il vero eroe della guerra di Troia, nella prospettiva di Omero (e quando diciamo”Omero”, naturalmente, alludiamo all’autore, o agli autori, del poema iliaco, senza addentrarci, in questa sede, nella complessa, spinosa e aggrovigliata “questione omerica”). Ebbene: per rispondere al nostro quesito, crediamo che si debba spostare lo sguardo sul mondo della scuola. Ciascuno di noi ha incontrato Ettore e Achille, per la prima volta, sui banchi di scuola: specialmente chi non è più tanto giovane, su quelli della scuola media; gli altri, su quelli del liceo. Gli eroi dell’Iliade, pertanto, sono entrati a far parte del nostro immaginario con la mediazione dei libri di testo e, soprattutto, con quella dei professori di lettere. Finché la nostra società ha condiviso alcuni valori fondamentali con la mentalità di Omero – strano ma vero, una certa continuità di fondo è esistita fino a cinquant’anni fa -, cioè dio, patria e famiglia, i professori, quasi tutti uomini, non si sono mai sognati di anteporre la figura di Ettore a quella di Achille. Hanno sempre ammirato Ettore e provato simpatia per la sua causa persa, ma non sono mai stati così offuscati, nel loro giudizio, da preferirlo ad Achille quale protagonista del poema: non hanno fatto l’errore di sovrapporre i loro gusti di uomini moderni, ai gusti di Omero. Ma poi è arrivata la mentalità libertaria ed egualitaria del ’68; sono arrivate – con tutto rispetto, per carità – le professoresse di lettere; ed è arrivata, più in generale, una diffusa femminilizzazione della scuola. A partire da quel momento, la gloria di Ettore ha surclassato quella di Achille, e la prospettiva dei ragazzi è stata spostata e deformata così da portarli a vedere, nell’Iliade, quel che non c’è. Valga per tutti il caso di Tersite, che, stando a una recente antologia scolastica, avrebbe espresso l’autentico sentire, non solo dei guerrieri greci, ma anche di Omero: il che equivale a non aver capito assolutamente nulla dell’Iliade.

Per favore, care professoresse-mamme, non vogliate femminilizzare anche Omero; non capovolgete la sua prospettiva. L’eroe, il protagonista del poema, è Achille, senza ombra di dubbio. Oltre al fatto che ce lo dice Omero, e fin dal primo verso, ce lo dovrebbero dire anche il buon senso e una lettura onesta e serena dell’Iliade. “Onesta” nel senso della poesia onesta di Saba: che cerca solo la verità…

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