Kipling, l’ultimo soprassalto di vitalità d’una civiltà letteraria corrotta e decadente

di Francesco Lamendola del 13-06-2017

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Rudyard Kipling (Bombay, 30 dicembre 1865-Londra, 18 gennaio 1936) sta alla letteratura inglese come Jack London (San Francisco, 12 gennaio 1876-Glen Ellen, California, 22 novembre 1916) sta a quella statunitense. In entrambi si trova quella spinta all’azione energica e risoluta, quel culto della forza e della volontà, quella orgogliosa, e tuttavia problematica, affermazione dell’uomo nei confronti della natura, e dell’uomo bianco nei confronti delle altre razze; meglio ancora: dell’uomo anglosassone, che guarda con un certo disdegno gli altri popoli europei, specie quelli del mezzogiorno e dell’oriente.

Certo, vi sono anche le differenze: in London è assai pronunciata la componente ideologia di sinistra, chiamiamola socialista, peraltro un socialismo tutto suo, sempre fortemente venato di razzismo: la sua sollecitudine va agli operai e ai lavoratori bianchi sfruttati nelle fabbriche, non a qualsiasi abitante del pianeta; che i popoli di colore siano sfruttati, non lo turba affatto, anzi, lo trova giusto, dato che essi hanno tutto da imparare dai loro colonizzatori bianchi. London è anche, se possibile, più individualista, più “anarchico”; Kipling è più consapevole della forza del gruppo, se non addirittura del branco; gli piace esaltare la potenza di un branco di lupi e far notare che essa si sprigiona dal concorso di tutti verso il comune obiettivo, la conquista della preda. Kipling, inoltre, non ce l’ha con la rivoluzione industriale, anche se non ne subisce il fascino; i problemi sociali lo interessano meno; in un certo senso, egli è perfino più primitivo dell’americano, al punto da creare un personaggio indimenticabile, Mowgli, che è un ragazzino cresciuto con gli animali della foresta indiana, e un altro, Kim, cresciuto libero e selvaggio, nella povertà e nella capacità di adattamento, senza mai scordarsi d’essere il figlio di un sergente irlandese e, quindi, di avere, come membro della tribù dei bianchi, degli speciali diritti, che gli indigeni non possiedono. Entrambi ammirano la forza, la destrezza, l’indipendenza, l’istinto infallibile degli animali; London incentra alcuni romanzi su dei cani intelligenti e coraggiosi, assumendo completamente il loro punto di vista; Kipling descrive le fiere della giungla con la partecipazione e l’entusiasmo che vengono solo da un animo capace di disprezzare, se occorre, la compagnia degli uomini, andando diritto per la propria strada. Entrambi, comunque, ammirano gli animali selvaggi, gli animali da preda, perché sanno lottare per vivere, e riconoscono la “giustizia” della legge naturale; che non coincide, però, con la legge del più forte, ma del più abile, per cui nessuno dei due cade nel superomismo, allora tanto di moda, né si lascia impantanare ciecamente nelle teorie del darwinismo sociale, se non per quel tanto che quasi tutti gli scrittori di fine Ottocento sono soliti concedere, chi più, chi meno, quasi come un obolo inevitabile, ma piuttosto formale. Entrambi, inoltre, amano uno stile secco, spoglio e disadorno, ma, in compenso, estremamente vigoroso: disprezzano la sintassi elaborata e le frasi complesse, amano andare dritti al punto; del resto, entrambi vengono dalla gavetta, entrambi si sono fatti largo da outsider nel mondo delle lettere, ed entrambi hanno sempre conservato una profonda diffidenza, ampiamente ricambiata, nei confronti dei salotti buoni della cultura, dove si sorbisce il tè tenendo il dito mignolo graziosamente sollevato, e dove si spettegola e si snocciolano velenose malignità a destra e a manca, specialmente contro i nuovi arrivati nel mondo della carta stampata. Entrambi amano e apprezzano il lavoro manuale, l’umile e dura fatica del contadino, dell’allevatore, del piantatore, del pescatore, il coraggio dell’emigrante, l’ardimento dell’uomo di mare, la tenacia del colono che si spinge verso nuove terre e apre ai frutti del lavoro umano religioni selvagge e inesplorate.

Eppure uno dei due, Kipling, è anche poeta, e nei versi del poemetto Dunga Din, per esempio, sa celebrare l’eroismo delle truppe britanniche in India, e anche quello di un umile portatore d’acqua indigeno, senza scivolare nella trappola della retorica patriottica a buon mercato, ma con accenti di schietta sincerità. Ecco il punto: Kipling è diventato il bardo dell’’imperialismo britannico, mentre London rimane, al fondo, pur sempre un eterno irregolare, un vagabondo, un apolide, il quale, pur ammirando il vigore e l’intraprendenza dei suoi concittadini, sogna le solitudini dell’Artico o quelle dei Mari del Sud, e si trova poco a suo agio in seno alla civiltà.

Molto è stato detto e scritto, forse anche troppo, sull’imperialismo di Kipilig; proviamo a fare un po’ di chiarezza. La sua poesia The White Man’s Burden (Il fardello dell’uomo bianco), del 1899, è diventata sin troppo famosa, quale tipica manifestazione dell’ipocrisia su cui si regge l’idea colonialista: lo sfruttamento dei popoli e delle ricchezze altrui, dietro la maschera della missione civilizzatrice. Ebbene: diciamo chiaro e tondo che Kipling, nato in India e cresciuto con la perenne nostalgia dell’India “selvaggia”, è alieno da qualunque forma d’ipocrisia: se ritiene, come scrive in quella poesia, che l’uomo bianco, meglio ancora, la razza anglo-sassone (la poesia è dedicata alla conquista americana delle Filippine, nel 1898) abbia una speciale missione di civiltà da compiere, è perché lo pensa realmente, sinceramente; e l’ipocrisia, semmai, è quella di chi, perfino a distanza di tanto tempo, non vuole ammettere che quel sentimento era condiviso, allora, cioè più di un secolo fa, dalla maggioranza degli intellettuali ed egli esponenti del mondo della cultura, sia in Europa che in America.

Tuttavia, non si tratta solo di questo, e cioè del fatto che la “colpa” di Kipling, agli occhi dei critici odierni, benpensanti e progressisti, è stata essenzialmente quella di aver detto forte e chiaro ciò che, ai suoi tempi, sentiva e pensava il novanta per cento dei suoi colleghi scrittori, sia in Gran Bretagna che negli altri Paesi europei e negli Stati Uniti. La cosa più importante da osservare, a proposito dell’imperialismo di Kipling, è che esso non si traduce mai in un culto della forza fine a se stesso, né in una celebrazione brutale del “diritto” allo sfruttamento del più forte sopra il più debole. Al contrario: per lui, il diritto della forza è conforme a una legge naturale, ed ha, nella sua visione “naturalistica”, una intrinseca moralità, quella, appunto, che gli viene dalla natura.Pertanto, l’imperialismo e il colonialismo, nella sua ottica, non sono l’arbitrio egoistico del più forte, ma lo strumento di cui si serve una legge morale superiore, quella che spinge l’umanità civilizzata a lottare, e, se necessario, a sacrificarsi, per affermare i valori più alti dei quali è depositaria, e diffonderli presso i popoli che ne sono privi, o solo insufficientemente dotati. Per esempio, nella citata poesia The White’s Man Burden, Kipling non celebra la conquista delle Filippine da parte degli Americani a danno della Spagna, ma la dura, sporca, sanguinosa guerriglia che essi devono sostenere, in un secondo tempo, contro gli stessi Filippini, ai quali devono portare la superiore civiltà bianca, anche al prezzo di non essere compresi, di essere criticati, esecrati e combattuti, di dover sopportare l’ostilità e l’”ingratitudine” di un popolo che essi erano venuti, sì, a liberare (dal decrepito e ormai inadeguato dominio coloniale spagnolo), ma per innalzarlo ad un superiore livello di civiltà, e non per abbandonarlo all’arbitrio e alle violenze indiscriminate di bande guerrigliere indisciplinate e primitive.

Quanto alla celebrazione dell’Impero britannico, l’atteggiamento di Kipling, fiero e orgoglioso di esso al punto di non saper fare alcuna distinzione fra una guerra di aggressione ai danni di un popolo più debole, come i Boeri nel Sud Africa, la cui vera colpa era quella di aver occupato una regione ricca d’oro e diamanti e di ostacolare la marcia inglese from Cairo to the Cape, ed una in cui è in gioco la sopravvivenza stessa della sua patria (si pensi ai versi solenni e maestosi coi quali egli rievoca l’epico scontro delle navi da battaglia al largo dello Jutland, nella Prima guerra mondiale), bisognerebbe, prima di giudicarlo, cercare di comprenderlo. Kipling ha la dote della sincerità, anche se brutale: non crede che si possa fare la frittata senza rompere le uova; non crede, cioè, che si possa portare la civiltà fra gli applausi e le grida di consenso dei popoli africani ed asiatici. Sa che la storia è la storia degli uomini, e che nulla, in essa, viene dato gratis, nulla viene regalato, mai, da alcuno: anche le cause più giuste devono lottare duramente per affermarsi, e devono tenersi pronte a fronteggiare l’incomprensione e l’ingratitudine altrui. Ma una cosa è analizzare le caratteristiche dell’imperialismo e del colonialismo britannici sul piano della critica storiografica, cosa in se stessa perfettamente lecita e anzi doverosa, per mostrarne il lato oscuro, l’avidità, l’egoismo sfrenato, e anche, non di rado, l’ipocrisia paternalistica di cui amava avvolgersi; e un’altra cosa è fare di Kipling il consapevole strumento di quel lato oscuro, di quell’avidità, di quell’egoismo e di quella ipocrisia. Kipling non ha creato il mito dell’impero, lo ha trovato già vivo e operante, già diffuso nella mentalità dei suoi connazionali: quel che ha fatto, è stato di nobilitarlo e innalzarlo al livello di una missione di civiltà, e, sul piano dell’arte – quel che realmente c’importa, finché restiamo sul piano letterario e valutiamo l’opera di Kipling con gli stessi criteri coi quali ci si accosta a qualunque altro scrittore – è stato capace di dare dignità e nobiltà alla materia prescelta, facendone, sì, anche una “ideologia”, ma allo stesso modo in cui hanno fatto “ideologia” Galilei nella rivoluzione scientifica, Voltaire nel’illuminismo, Wackenroder nel romanticismo, Taine nel naturalismo, Wilde o Huysmans nel decadentismo, Marinetti nel futurismo, eccetera. Se “ideologia” è definizione di una certa visione del mondo, ebbene, Kipling ha contribuito più di chiunque altro, nel campo delle lettere, a definire l’ideologia dell’imperialismo; e ha offerto, o rafforzato, o chiarito, a centinaia di migliaia, anzi, a milioni di suoi concittadini, lo strumento ideologico di cui avevano bisogno, per procedere in una delle più vaste e più misconosciute epopee della storia: la diffusione della civiltà europea in ogni angolo del globo terracqueo, colonizzando interi continenti, come l’Australia, o mettendo a frutto Paesi immensi, come il Canada. E ciò fu fatto, senza dubbio, anche al prezzo di sottomettere popoli indigeni e, qualche volta, perfino di sterminarli (come nel caso dei Tasmaniani), ma, in ogni caso, animati dalla coscienza di una missione da svolgere, una missione non ignobile, fatta, prima ancora che di conquiste militari, di duro lavoro e di disponibilità a sopportare i più grandi sacrifici, di misurarsi aspramente con se stessi, di adattarsi ai più grandi cambiamenti, di confrontarsi con delle vere e proprie “missioni impossibili”, sia che si trattasse di mettere a coltura dei territori aridi quasi come deserti, ma potenzialmente ricchissimi, sia che si trattasse di tener testa a orde strabocchevoli di indigeni infuriati e ben decisi a rifiutare il modello della civiltà bianca, come nel caso memorabile dell’assedio delle Legazioni, a Pechino, durante la rivolta dei Boxer.

Uno dei ritratti più vivi e schietti dell’opera di Kipling nel contesto della cultura britannica del suo tempo (ma il quadro è validissimo anche se lo allarghiamo ad includere l’insieme della civiltà letteraria europea, anzi, occidentale, al giro di boa fra XIX e XX secolo) lo abbiamo trovato non in qualche storia critica della letteratura inglese, ma nella prefazione ad una edizione italiana di Capitani coraggiosi concepita per un pubblico giovanile e impreziosita dalle bellissime illustrazioni dell’artista russo Vsevolod Petrovic Nicouline, prefazione firmata da un misterioso M. d. L., che non ha voluto svelare la sua identità (da: R. Kipling, Capitani coraggiosi; tradizione di Mario Malatesta, Firenze, Casa Editrice Marzocco, 1950, pp. VI-VIII e IX-X):

 

Kipling prende letteralmente d’assalto il mondo letterario anglo-sassone di quel tempo,  e la sua azione di conquista, che in breve lo portò al sommo della scala dei valori, ebbe un che di brutale e di violento, che per molti anni non gli fu perdonato, in certi ambienti.  

Mondo di finta rispettabilità tutta esteriore, mondo di vacuo estetismo, quello del tempo; manierato superficialmente, settico e cinico nel fondo; anemico in sostanza. Era il periodo in cui poteva fiorire il “Dorian Gray” di Wilde. Dalla morta e poco pulita gora, ben pochi emergevano: Meredith, Morris, Stevenson, Hardy, Tennyson, Swinburne, Yeats e pochi altri.

Il giovane scrittore si fece largo a gomitate, in questo mondo, che ne fu dapprima sconvolto e scandalizzato. Chi era costui, infine, che osava tanto? Che voleva, che valeva questo “tamburino indiano”?

Ne furon presto edotti. Nemico giurato d’ogni convenzionalismo di maniera e d’ogni svenevolezza di stile e di forma, Kipling era il narratore della vita reale, con le sue brutture e le sue bassezze, ma più ancora con le sue bellezze e i suoi eroismi. E ne scriveva con un’esuberanza quasi fisica, tale da far bene comprendere che i suoi protagonisti erano uomini vivi e reali, con tutte le loro virtù e i loro difetti.

Soldati e marinai, funzionari e avventurieri coloniali, pescatori, costruttori di ponti e di strade, lavoratori della terra e dell’officina, con la piena coscienza della loro abilità, dei loro intenti, ed anche delle loro debolezze, con i loro modi reali e non immaginari, con il loro linguaggio spesso tutt’altro che ortodosso, s’avvicendavano nella sua prosa e nei suoi versi, con vivida e perfetta naturalezza.

Era una cosa nuova, colpì favorevolmente, e fu la causa determinante dell’immediata popolarità di Kipling.

I Britanni, protesi alla conquista del loro impero, attendevano il poeta che desse ali di canto a questo loro epico sforzo, lo scrittore che infondesse loro – potente viatico per le fatiche ed i pericoli d’ogni giorno – la piena coscienza dell’ardua e fatidica missione ch’essi erano chiamati a compiere in terre lontane, per il proprio paese. Si era stanchi, d’altronde, del poeta che usava la penna come un elegante fioretto, che cantava il fiore e l’augellino, la luna e gli innamorati, dello scrittore che poneva i suoi protagonisti e i suoi eroi in un mondo irreale, fuori di portata, nel tempo e nello spazio.

Kipling fu così il Bardo dell’Impero. Parlò con sonoro linguaggio comprensibile e vigoroso, che subito fu udito e raccolto dai pionieri, anche illetterati, che costruivano in ogni pare del mondo e in ogni campo la potenza britannica. S’impose, e fu amato, anche perché quello era il suo momento. Il mondo, del resto, è sempre stato proclive ad accogliere favorevolmente colui che è forte, che sa ciò che vuole, che ha, per dirla brutalmente, del fegato. E Kipling aveva la sicurezza di sé, il coraggio, la brutalità anche; oltre l’originalità, s’intende, e la formidabile inventiva, che gli permetteva di descrivere e illustrare, con abbondanza e pittoresca vivacità di particolari, strane genti e strani paesi.

La sua influenza fu davvero straordinaria, anche nel campo puramente letterario; tanto da aprire, sotto certi aspetti, una nuova èra della letteratura anglo-sassone. Gli scrittori già affermatisi mostrarono, sul principio, un certo risentimento. Non riuscivano a digerire questo zingaro della letteratura, che spezzava le leggi e le tradizioni dell’arte delle lettere, questo misto, come fu detto, di monaco benedettino, crociato e bucaniere, questo pagano adoratore della natura, che non si piegava ai superiori dettami dell’educazione oxfordiana. Poi, dovettero inchinarsi e riconoscerne l’incontestabile superiorità. Nella generazione dei giovani scrittori, egli promosse la convinzione che in letteratura vale più la precisione impressionistica, che la soavità del linguaggio; che la concisione e persino l’asprezza sono forze poderose nello stile; e che l’energia e il dar di gomito valgono in letteratura altrettanto che nella vita. Nel pubblico, ampliandone la visuale, generò una maggiore indipendenza di giudizio, in fatto di simpatie e antipatie letterarie.

In una corrente continua, per un periodo di trenta anni, egli mise insieme oltre venticinque opere, in prosa e in versi, ciascuna delle quali, anche le meno riuscite, porta l’inconfondibile  marchio del genio.

Fu lui a far conoscere, meglio e più di qualsiasi altro scrittore inglese e indiano, la sua terra nativa, attraverso infiniti e indimenticabili tipi e caratteri, in una lunga serie di magnifici racconti, in una miriadi di scintillati frasi realistiche.

Di tutto scrisse, del resto, nel suo incomparabile e pittoresco stile. Racconti, poemi, saggi critici, articoli e romanzi, in cui a volta a volta sono protagonisti l’indigeno e il bianco, la bestia e la natura, verso le quali egli fa sempre assumere dall’uomo una posizione di aperta e gloriosa conquista. […]

Sì, egli appare barbaro, a volte; ma anche quando è barbaro è così genuino, che disarma ogni ostilità ed ogni critica, da vero e grande artista. Anche quando è brutale, ha sempre uno sfondo morale, come del resto quasi tutti gli scrittori anglosassoni. Ma non sermoneggia, perché non c’è in lui la disposizione di atteggiarsi a moralista.  Egli vede il mondo così com’è, con le sue risate e le sue lacrime, la sua follia e la sua saggezza. Il male non lo induce mai ad uno sterile e magniloquente risveglio Egli non pretende di essere un santo, ed il suo consiglio all’umanità è sempre un consiglio virile: affrontare la vita, eseguire il compito che ci è destinato, con fermezza e saggezza, pronti a tutto, con la spada o la penna, azione ed intelletto; “poiché non siamo né imbelli né déi, ma uomini, in un mondo di uomini”.

Kipling esalta la vita eroica. Per lui, chiunque opera con onesto coraggio nella propria sfera d’azione, va aiutato, esaltato. Continuamente egli fa appello all’onestà e al coraggio del singolo per il bene comune. “La forza del lupo è nel branco, e quella del branco nel lupo”, dice nel “Libro della Jungla”; eterna legge di conservazione, questa, senza la quale non può esservi ordine e potenza, né per gli individui, né per le nazioni. La gerarchia di Kipling è quella della natura, dello spirito e delle capacità, e non quella della semplice e bruta sopraffazione del più forte. Il suo Dio è il Dio delle battaglie, terribile e potente, ma umano nel fondo, poiché simpatizza con chi combatte e lavora, e vedrà infine che giustizia sia fatta.

 

È un ritratto potente, in gran parte acuto e veritiero, di cui ci piacerebbe conoscere l’autore. In ogni caso, M. d. L. ha il merito di evidenziare lo sfondo sul quale è emersa, stagliandosi con prepotenza, l’opera di Kipling: quello di una cultura inglese (e, in verità, europea) profondamente decadente, anche in senso morale, oltre che estetico; di una società sprofondata nelle mollezze estetizzanti e nei languori senili di un benessere e di una potenza materiali che si sono, un poco alla volta, trasformati in malessere e in cattiva coscienza: quella, sì, impregnata d’ipocrisia, come si vide quando scoppiò l’affaire di Oscar Wilde, dapprima osannato e idolatrato nei migliori salotti della società londinese, poi gettato impietosamente alle ortiche, dopo il processo e la condanna, benché tutti sapessero, assai prima di quell’esito disastroso, quali fossero i gusti, e i vizi, dello sfortunato scrittore.

D’altra parte, il successo quasi di scandalo di Kipling (uno scandalo alla rovescia, perché egli rivendicava le ragioni della vita sana ed energica, contro le degenerazioni e la decadenza spirituale dell’Occidente) attesta quale fosse il livello ormai prevalente di “malattia” della cultura europea: una cultura che aveva imboccato la via del nichilismo e che corteggiava apertamente la morte, il nulla, la disperazione, il vizio, il sospetto, la negazione, lo sberleffo, la profanazione; che non credeva più né in Dio, né alla patria, e meno ancora alla famiglia; che derideva il sacro, la serietà, l’impegno, la buona fede; che esaltava la trasgressione, la contraddizione, la mancanza di senso; che assisteva, con segreto e masochistico compiacimento, alla dissoluzione dell’io, alla frantumazione della coscienza, allo straniamento dell’uomo da se stesso, al dilagare di un relativismo sfrenato, di un soggettivismo autodistruttivo. Tutto questo era ancora solo parzialmente emerso, solo parzialmente esplicito; però la letteratura stava imboccando quella strada, e, una volta trovatala, non l’avrebbe più lasciata. Sarebbe stata la rivincita postuma di Wilde, di Madame Bovary, delle donne dannate di Baudelaire, del professor Aschenbach di Thomas Mann, e anche del professor Unrat di Heinrich Mann: la rivincita dei falliti, dei lussuriosi, degli indolenti, degli estetici, dei narcisisti, degli edonisti e di tutto quelli che non hanno più uno scopo nella vita, né una meta, né un obiettivo, né un fine da raggiungere. La rivincita degli antieroi di Svevo, di Pirandello, di Kafka, di Musil: personalità contorte, stranite, allucinate, malate di un eccesso d’introspezione e di sottigliezza dialettica; gente disadatta alla vita, anzi, senza più voglia di vivere, ma, in compenso, abbondantemente dotata d’ironia, di sarcasmo, di spirito critico e demolitore, di rancore da sfogare, di conti da saldare, di aspettative avvizzite di cui rivalersi, di sogni infranti da rivendicare. Gente sbandata, disancorata, intrappolata, chiusa nel cerchio stregato della propria debolezza, della propria sterile “saggezza”, ridotta ad arte di distruggere le certezze altrui e di sporcare e infangare a più non posso quel poco di pulito che ancora si trova in circolazione, a cominciare dall’infanzia. Anime perse, vomitate dal sottosuolo di Dostoevskij, demoni ebbri di distruzione, nichilisti fiammeggianti, i quali, non avendo più nulla da sperare, né da perdere, vorrebbero appiccare l’incendio all’universo mondo, e poi stare a godesi lo spettacolo.

Nel migliore dei casi, la cultura di fine Ottocento aveva da offrire degli eroi perplessi, incrinati, vacillanti, falsamene sicuri di sé, ma, sotterraneamente, disorientati e sul punto di crollare al primo soffio di vento: eroi come Lord Jim di Conrad, lo scrittore che, per molti aspetti, si può considerare come l’anti-Kipling. I suoi protagonisti “maledetti”, segnati da un misto di sfortuna e di congenita debolezza, ma ansiosi di riscatto, si contrappongono agli eroi positivi, come nel buon tempo antico, di Kipling, ai suoi capitani coraggiosi, ai suoi ragazzi volonterosi, ai suoi marinai, ai suoi avventurieri, ai suoi coloni pieni di ardimento e di audacia, dai sogni smisurati, incontenibili come forze della natura. Agli eroi di Kipling non capita mai di precipitare nel disonore, come accade a Lord Jim, e di trascorrere il resto della vita nel tentativo di riscattarsi; né, tanto meno, di aver voglia di togliersi la vita, come il Martin Eden di Jack London. No: in loro l’amore per la vita è troppo forte, niente e nessuno riesce a schiantarlo, neppure a incrinarlo: sono tutti d’un pezzo, sono solidi come la roccia, e, anche se conoscono difficoltà, pericoli e anche momenti di scoraggiamento, poi si riprendono sempre, perché li sostiene un’altissima coscienza del dovere da compiere. Non sono dei bruti, e neppure dei superuomini. Ecco perché l’accusa di brutalità, o di darwinismo sociale, rivolta a Kipling, è ingenerosa: anche ammettendo che il darwinismo sociale fosse largamente diffuso fra gl’intellettuali dell’epoca, se non come una precisa teoria sociologica, certo come un’istintiva visione del mondo, resta il fatto che gli eroi di Kipling non celebrano se stessi, e che egli non vuole celebrare, attraverso di loro, l’io individuale, limitato e prepotente; essi sono al servizio di un qualcosa che li supera, uno spirito collettivo, che, dal punto di vista della loro coscienza morale, si può identificare con la missione civilizzatrice del popolo inglese, ma che, in generale, è qualcosa di più grande ancora. Che cosa? Vi è qui un presentimento, un preambolo del sentimento religioso vero e proprio? La vita come dovere diventa la premessa per la vita buona al cospetto di Dio? Il passo sarebbe troppo lungo e non possiamo forzare l’opera di Kipling al di là di quel che lo scrittore ha voluto dire. Troppo forte in lui è il senso immediato e quasi pagano della natura; e la legge della natura elevata a legge morale è suscettibile, sì, di un ulteriore cammino verso la coscienza religiosa, ma si tratta solo di una mera possibilità, e non vi sono indizi sufficienti per ipotizzare che i suoi eroi siano pronti a percorrerla.

Una cosa, però, è certa. Questi personaggi sanno ciò che vogliono: e questo appare straordinario nel contesto della letteratura di fine Ottocento e del primo Novecento. In mezzo ai Mattia Pascal che vogliono cambiare vita, agli Zeno Cosini che sono torturati dalla nevrosi, ai Marcel (della Recherche) che vivono inseguendo voluttuosamente il passato, agli uomini senza qualità che non sanno che fare della loro esistenza, a tutta un’umanità che si dibatte nel male di vivere, nel pozzo della solitudine, o che si consuma in sterili giochi e oziose schermaglie, in gite al faro e in preparazioni della festa per il genetliaco dell’imperatore, in mezzo a tutti questi Leopold Bloom che non sanno chi sono e cosa vogliono, i personaggi di Kipling affermano risolutamente se stessi, la loro fede nel domani, la loro voglia di battersi per ciò in cui credono e per difendere quello che amano. Perfino un umile portatore d’acqua, come Dunga Din, muore felice, sapendo di aver assolto sino in fondo la propria missione. Nessuno è sprecato, nessuno si sente inutile o superfluo. E questo è proprio l’aspetto dell’opera di Kipling che, probabilmente, dava fastidio alle Virginia Woolf e ai James Joyce, e che dà fastidio tutt’oggi – anzi, oggi più che mai – ai critici e agli intellettuali modernisti e progressisti, tutti debitamente democratici e anti-imperialisti (almeno a parole), per i quali il semplice fatto di credere in qualcosa e di aver fede nella vita appaiono già come una forma d’insopportabile arroganza e quasi come un sacrilegio, un tacito rimprovero nei confronti della loro piagnucolosa coscienza dell’infelicità universale…

 

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