Il più grande bisogno del mondo è quello di uomini puri e onesti

di Francesco Lamendola del 15-06-2017

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Il più grande bisogno del mondo è il bisogno di uomini: di uomini veri e fidati, non di marionette e burattini; non di uomini (e donne) venali, egoisti, malfidi, opportunisti, meschini e disonesti, pronti a vendersi al migliore offerente; al contrario, di uomini saldi, sui quali si possa sempre contare. Sono diventati merce rara, e, quindi, estremamente preziosa. Solo che il mondo non lo sa, e credere di poter farne a meno; sicché la loro missione è doppiamente ingrata: perché ormai sono pochi e perché la loro presenza e la loro opera non sono più ritenute necessarie da una società che guarda a ben altri requisiti e che nutre ben altre aspettative nei confronti del prossimo.

Ora, per avere uomini veri, uomini onesti, uomini affidabili, bisogna avere uomini che credono profondamene in Dio: è Dio il garante della loro serietà, ed è sempre Lui l’ispiratore delle loro virtù, nella misura in cui le sviluppano e le pongono al servizio non di se stessi, per la loro gloria o per la loro ricchezza, ma di tutti gli uomini di buona volontà, capaci e disposti a prenderli quali modelli ed esempi di una vita buona, di una vita ben spesa. Ma gli uomini religiosi non spuntano, come il muschio, sui tronchi degli alberi: anche se l’animo umano è naturalmente religioso, c’è bisogno che qualcuno coltivi quella disposizione originaria, che la porti alla piena coscienza e che l’accompagni alla piena fioritura; esattamene come un bambino, predisposto dalla natura a una certa disciplina sportiva, o a un certo talento musicale, o artistico, o di qualsiasi altro genere, non porterà mai quella predisposizione fino all’eccellenza, se non troverà chi lo aiuti a riconoscerla, a valorizzarla, a coltivarla, a praticarla, a dedicarsi ad essa con tutta la passione e con tutta la dedizione di cui egli è capace. Da tutto ciò si comprende quanto sia importante il fattore religioso nello sviluppo della personalità umana, anche per il futuro vantaggio dell’intera società; e come, in particolare, sia d’importanza vitale che la naturale disposizione del bambino al sentimento religioso venga presa per mano e condotta verso la piena maturazione dalla presenza e dall’opera sapiente e benevola di un educatore adulto.

Un tempo, era la società intera, tutto il mondo degli adulti, che svolgeva, direttamente o indirettamente, un ruolo educante nella formazione religiosa dell’individuo; oggi non è più così, anzi, accade il contrario: che il mondo degli adulti fa del suo meglio, vale a dire del suo peggio, per allontanare i bambini dalle loro disposizioni spirituali e religiose e per renderli così come li vuole il consumismo: egoisti, scettici, viziati, preoccupati solo di se stessi, e, quanto a sé, solo del proprio ventre, del proprio portafogli e dei propri organi sessuali. Nessuna meraviglia, quindi, se la società odierna non produce più uomini e donne di animo nobile, capaci di dare un contributo positivo a quanti stanno loro intorno, sia nella piccola sfera della famiglia, sia in quella più grande della collettività locale, nazionale e mondiale: una volta che la cultura moderna si è allontanata da Dio e che ha rinunciato a coltivare un vero e proprio progetto educativo, delegando l’educazione dei bambini – o, per meglio dire, la loro contro-educazione – alla televisione, al computer e ai giochi elettronici, è perfettamente naturale che ci si trovi in presenza di adulti sempre più apatici, passivi, indifferenti, chiusi nel cerchio delle piccole cose, e, per giunta, delle cose puramente materiali, senza mai uno slancio generoso dell’anima verso le altezze, senza mai sentire alcuna nostalgia per il profumo dell’infinito.

Per uscire da questo vicolo cieco è necessario ripartire dai bambini, cioè ripartire dall’educazione; e, più precisamente, dall’educazione religiosa e cristiana. Non tutte le forme di educazioni si equivalgono, così come non tutte le filosofie e non tutte le religioni sono ugualmente buone, o sostanzialmente equivalenti. Questo è ciò di cui ci vorrebbe persuadere la cultura oggi prevalente, o, per meglio dire, imperante: la cultura del relativismo, dell’edonismo e dell’indifferentismo religioso; ma noi, come cristiani e come cattolici, sappiamo che questo non è vero, con buona pace di tutti gli ecumenisti e di tutti i fautori di un “dialogo” che corrisponde, in effetti, all’abbandono della propria identità e della Verità. Come si sarà capito, noi qui stiamo alludendo all’ulteriore problema, rappresentato dal fatto che ad una cultura profana sempre più laicista, secolarizzata e irreligiosa, che sta riportando un pieno trionfo e sta spazzando via quel poco che ancora resta, di religioso, nella dimensione della vita sociale, si somma, da qualche tempo, la minaccia di una cultura pseudo cattolica, in realtà modernista, e quindi anticattolica e anticristiana, la quale, dall’interno, subdolamente, sotto mentite spoglie e ingannando la buona fede di tanti credenti, opera a ritmo sempre più serrato per scalzare le basi stesse della fede e per relativizzare ciò che non può, a nessun patto, essere relativizzato, pena la distruzione totale del cattolicesimo e della Chiesa: la Verità divina.

L’educazione, quindi; l’educazione dei bambini, cominciando dalla famiglia, e proseguendo con la scuola. Ma la famiglia innanzitutto: il bambino che è stato abituato ad accompagnarsi coi genitori alla santa Messa, e con la nonna al cimitero, e con la gente del quartiere o del paese alla processione del Corpus Domini; il bambino, che, pur piccolino, ha aiutato la mamma a preparare il presepio, cui è stato insegnato a farsi il segno di croce, a intingere le ditta nell’acqua benedetta e a piegare le ginocchia, nell’atto di entrare in chiesa; il bambino che ha imparato dagli adulti a rispettare il giorno del signore, la Domenica, e non già a trasformarlo nel giorno del consumismo e della vacuità, gironzolando scioccamente fra le vetrine di un centro commerciale, senza un pensiero al mondo che oltrepassi la sfera degli oggetti materiali da possedere e da esibire, ha ricevuto, con ciò stesso, le basi minime, ma necessarie, per l’ulteriore sviluppo del suo animo religioso: senza di esse, quasi certamente la sua ricerca di Dio finirà ancora prima di cominciare, o si arenerà nel formalismo del culto esteriore, o, peggio ancora, nel culto neopagano, volgare e blasfemo, dei regali costosi per festeggiare la Comunione e la Cresima.

Quel bambino, insieme ali primi rudimenti della sensibilità religiosa, imparerà anche quella forma di delicatezza dell’animo, che ad essa sempre si accompagna: per esempio, andando insieme alla nonna, che si reca in chiesa, di buon mattino, a portare i fiori per abbellire l’altare della Vergine Maria, imparerà sia a rivolgere lo sguardo verso l’Alto, alla nostra Madre celeste, sia a cercare e desiderare le cose belle, pulite, e a manifestare apertamente il sentimento della gratitudine nei confronti dell’altro: perché portare i fiori alla Madonna è una forma di ringraziamento. Sempre che un cattivo prete modernista non s’intrometta a sgridare quella nonna, mortificandola davanti al suo nipotino, per dirle che quel gesto è inutile, magari con la scusa che i fiori “fanno sporco”, ma, in realtà, per la maligna volontà di estirpare dall’animo dei suoi parrocchiani tali forme gentili di devozione agli Angeli, ai Santi ed a Maria, solo perché, nel suo furore iconoclasta e irreligioso, si è dato questo obiettivo da raggiungere, incurante di tutto il male che fan e di tutto lo smarrimento che provoca, senza averne il benché minimo diritto. Così come non ha alcun diritto, eppure lo fa, di proibire ai suoi parrocchiani di ricever la santa Comunione in bocca: perché vi sono dei sacerdoti, e non pochi, che pretendono da essi il gesto di riceverla sulla mano; pretesa infondata, arbitraria, illegittima, dal momento che le disposizioni liturgiche non stabiliscono affatto che tutti i fedeli debbano comunicarsi così come vorrebbero costoro.

Invece, il bambino che vede gli adulti accostarsi ai Sacramenti ed al Santissimo Corpo di Gesù con tutta la serietà, la compostezza, la devozione che tale atto richiede, sia nei gesti e nello sguardo, sia nello stesso modo di vestire (e anche qui, purtroppo, quante brutture si vedono, quante sconcezze, senza che mai codesti preti modernisti trovino nulla da eccepire, anzi, dando il cattivo esempio essi per primi!), si forma, nella sua mente e nel suo cuore, l’idea che l’incontro con Gesù e con lo Spirito Santo è una cosa estremamente seria, che richiede tutta la sua attenzione, tutta la sua dignità, tutta la sua partecipazione. Certo, non comprenderà, razionalmente, il significato di ogni cosa: però gli entrerà nell’animo una certa disposizione spirituale, che porrà in lui dei semi, destinati a germogliare in un secondo tempo, e a dare, forse, molto frutto.

Abbiamo trovato questo concetto molto ben espresso da un’autrice americana, la profetessa Ellen Gould White (1827-1915), la quale, pur non essendo cattolica, bensì tra i fondatori della Chiesa cristiana avventista del Settimo giorno, dimostra, limitatamente alla questione dell’educazione religiosa, una chiarezza espositiva e una capacità di penetrazione non comuni, come appare da questo passo (da: Ellen G. White, Principi di educazione cristiana; titolo originale: Principles of Christian education, 1903; tradizione italiana a cura della casa editrice avventista l’Araldo della Verità, Firenze. 1975, p. 48):

 

Il più grande bisogno del mondo è il bisogno di uomini: di uomini che non si possono né comprare né vendere; di uomini che sono fedeli e onesti fino nell’intimo della loro anima; di uomini che non hanno paura di chiamare il peccato col suo vero nome; di uomini la cui coscienza è fedele al dovere come l‘ago magnetico lo è al polo; di uomini che staranno per la giustizia anche se dovessero crollare i cieli.

Tale carattere però non è l’opera del caso: né è dovuto a speciali favori o doni della provvidenza: un carattere nobile è il risultato dell’autodisciplina, della sottomissione della natura inferiore: della resa dell’io per un servizio d’amore a Dio e agli uomini.

I giovani debbono tener presente che i doni di cui dispongono non appartengono loro: forza, temo, intelletto sono dei tesori dati loro in prestito, perché proprietà di Dio. Ogni giovane dovrebbe decidere di farne l’uso migliore, perché egli è un ramo dal quale il Signore desidera frutto, un amministratore il cui capitale deve crescere, una luce che dissipa le dense tenebre del mondo.

Ogni giovane, ogni fanciullo ha un’opera da compiere in onore di Dio e per il bene dell’umanità.

 

Il Padre celeste, dunque, è simile – come nella parabola evangelica della vite e i tralci – a un agricoltore, e ciascun essere umano è come un tralcio di vite; Egli, dopo aver concimato, zappato, potato, innaffiato le piante con amore e pazienza, venuta la stagione della vendemmia, esamina i filari ed i tralci per vedere se hanno dato i frutti sperati, e se la sua fatica di vignaiolo è stata ricompensata da una messe abbondante. Bisogna aggiungere che, nella sua misericordia e nella sua commovente tenerezza paterna, è disposto a sopportare molte delusioni, molti rinvii e molte inutili ricognizioni: sa che gli uomini sono lenti, pigri e ingrati, e che bisogna seminare cento per raccogliere anche solamente dieci. Perciò, come nella parabola del fico sterile, egli è quanto mai comprensivo e lento all’ira: non ha fretta, non è impaziente, non prova alcuna soddisfazione nel tagliare le piante sterili e gettarle nel fuoco, anzi, vorrebbe non doverlo mai fare, e poter raccogliere i frutti desiderati da ogni filare, su ogni singolo tralcio.  Non è, tuttavia, buonista; non ignora la realtà del male e non è disposto a fare finta di non vederlo. S’ingannano quanto immaginano che la sua misericordia sia infinita: è illimitata, ma non infinita; ciò significa che è sempre pronto ad accogliere, a perdonare, ad abbracciare il figlio traviato, ma non a passar sopra alla malvagità lucida e reiterata, né a sopportare l’assoluta, proterva assenza di pentimento. Egli non può perdonare il peccatore che non si pente, né il malvagio che ricade incessantemente nei propri vizi, perché in Lui, oltre alla bontà, vi è la perfetta giustizia, e la giustizia consiste nel dare a ciascuno quanto gli è dovuto, secondo i suoi meriti o le sue colpe. Non vi sono limiti alla sua capacità di perdonare, dunque, tranne che in un caso: che il peccatore, consapevolmente e ostinatamente, rifiuti ogni occasione di convertirsi, ogni possibilità di bene, e si intestardisca e s’indurisca nel male.

E dunque, ribadiamo il concetto: se la società desidera avere uomini buoni e onesti, deve curare molto di più di quanto non faccia ora, l’educazione dei bambini; e deve curarla in senso cristiano, con tutta la necessaria serietà e con la coerenza che gli adulti devono mostrare, se non vogliono che i loro stessi atti gettino il discredito, e anche un’ombra penosa d’ipocrisia o di ridicolo, su quel che vanno dicendo, a parole, ai loro bambini. In termini ancora più chiari: per il cristiano, il vero educatore è uno ed uno solo, Gesù Cristo: tutti gli altri, a cominciare dai genitori, per non parare di tanti “educatori” professionali, talvolta decisamente fasulli, sono solo dei collaboratori, che possono essere fedeli o infedeli, onesti oppure no. Pertanto, se vogliamo sperare di avere dei futuri adulti un po’ migliori, più puri, più onesti degli attuali, dobbiamo rimettere al centro Gesù quale modello…

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This entry was posted on giovedì, giugno 15th, 2017 and is filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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