Il prossimo attacco teologico sarà alla Presenza Reale di Gesù Cristo nella santa Eucarestia

di Francesco Lamendola del 17-06-2017

00000000000000000000000-preti cellulari

L’opera di distruzione sistematica della Chiesa cattolica da parte clero conquistato dalle idee protestanti e moderniste ha assunto un ritmo incalzante, quasi frenetico. L’attacco si sviluppa su due fronti: organizzativo e disciplinare, da un lato, teologico e dogmatico, dall’altro: in un certo senso, essa presenta tutte le caratteristiche di un contro-concilio di Trento, nel senso che si è prefissa di rovesciare tutte le principali decisioni che, in quei due ambiti, furono prese a Trento, là dove erano state fissate le precise coordinate della fede cattolica e della vita ecclesiastica. Su entrambi i fronti l’attacco è condotto con un misto di prudenza e spregiudicatezza, ma, nel complesso, nel primo caso appare più scoperto ed esplicito, mentre nel secondo, per ovvie ragioni, è assai più cauto e, fin dove possibile, sotterraneo, o quanto meno obliquo.

Sul fronte organizzativo e disciplinare, sono stati commissariati, ingabbiati e pubblicamente umiliati i Francescani e le Francescane del’Immacolata, poi è stata la volta dei Legionari di Cristo ad essere colpiti, nonché infangati sul piano morale, e ora sono nel mirino gli Araldi del Vangelo. La tecnica è sempre la stessa: colpire direttamente il fondatore con accuse infamanti, per paralizzare l’intera struttura e gettare la confusione e il turbamento sia all’interno, sia all’esterno, fra quanti seguivano con simpatia queste realtà. Contemporaneamente, si fanno dei piccoli, ma costanti passi avanti per intaccare il celibato ecclesiastico, per aprire la strada al sacerdozio femminile, per “perdonare” e, probabilmente, reintrodurre nel clero i preti sposati o conviventi more uxorio, ovviamente senza fare distinzioni fra convivenze eterosessuali e omosessuali, per non discriminare né offendere alcuno e per “non giudicare” il prossimo. Frattanto, gli abusi liturgici divengono la regola e ogni sacerdote è lasciato libero di sbizzarrirsi a suo talento, anzi, sovente  viene incoraggiato a farlo, in nome della “vicinanza alla gente”, della “inclusione dell’altro”, della capacitò di “dialogare” con gli uomini del nostro tempo: dalla messa con i burattini (non osiamo scrivere la parola “messa” con la maiuscola), all’aperimessa con  relativi balli da discoteca, al prete che va all’altare in monopattino, o che spruzza sui fedeli l’acqua santa con il fucile giocattolo, o che entra in un canotto, davanti all’altare, e fa finta di vogare, per simulare “il dramma dei migranti” e inculcare il dovere dell’accoglienza incondizionata, o di quell’altro sacerdote che, sempre sull’altare, chiama presso due di sé due lesbiche che si sono appena “sposate” in municipio, le presenta festosamente ai fedeli e si rammarica del fatto che la Chiesa non possa unirle nel vincolo del Sacramento religioso. Ma l’elenco delle stramberie, delle futilità e delle parodie del sacro potrebbe proseguire per pagine e pagine, ad esempio toccando il tema della musica “sacra” e dell’arte “sacra”, come nel  caso del raccapricciante e blasfemo affresco che è stato dipinto nel Duomo di Terni, per ispirazione dell’allora vescovo, Vincenzo Paglia, che trasforma la Resurrezione in una laida e assurda glorificazione del vizio e  del peccato.

Sul fronte teologico e dogmatico, evidentemente, le mosse sono più caute, ma anche qui si è vista una progressione crescente, irresistibile, verso l’eresia e l’apostasia dalla fede cattolica, mai però apertamente ammesse e dichiarate, al contrario, spacciate per “approfondimento”, “chiarificazione”, “maturazione”, “discernimento”, e in cento altri modi similmente truffaldini e sacrileghi. Ha destato sensazione, ma non quanta sarebbe stato necessario, la visita di papa Francesco a Lund, in Svezia, per commemorare i 500 anni dell’eresia luterana, naturalmente guardandosi bene dal chiamarla “eresia” e presentando anzi Lutero come un coraggioso e nobilissimo campione della fede; e ha fatto parlare la sua partecipazione a una liturgia “ecumenica” che non si saprebbe in qual modo chiamare, mentre, in compenso, si sa come si è regolato il papa quando la comunità cattolica svedese gli ha chiesto di celebrare, per lei, la santa Messa: lo ha concesso malvolentieri, quasi brontolando, seccato perché non l’aveva minimamente programmata e, anzi, come ha spiegato lui stesso, perché non aveva inteso far nulla che potesse “disturbare” il clima di dialogo tanto  “costruttivo” con i fratelli luterani. Perché il dialogo, per lui, consiste in questo: nel vergognarsi di essere cattolici, nel nascondere la propria identità cattolica, anzi, nel bastonare i cattolici un po’ troppo “rigidi” (secondo la sua formula), troppo “ideologicamente” legati alla dottrina (sempre parole e concetti suoi), e nel profondersi, per converso, nelle lodi più sperticate verso i protestanti, i giudei, i musulmani, i buddisti, e soprattutto gli atei, i massoni, i radicali e tutti le persone e i gruppi irreligiosi, anticristiani e anticattolici dell’universo mondo.

Pochi, però, sia fra i critici, sia fra i moltissimi favorevoli, si sono accorti che, in Svezia, e anche prima di quel viaggio, il papa Francesco non si è limitato a lodare Lutero e a minimizzare le ragioni della divisione fra cattolici e protestanti; ma è entrato decisamente nel vivo della questione teologica e ha gettato le premesse per l’accoglimento pieno della dottrina luterana su tutti i principali punti in sospeso, dal servo arbitrio alla giustificazione per la sola fede, e anche, cosa più grave di tutte, sulla Presenza Reale di Gesù Cristo, Corpo e Sangue, nel Sacrificio della santa Messa. Ora, se venisse lasciato cadere questo punto, il cattolicesimo sarebbe colpito al cuore: sarebbe finito, semplicemente. Non esisterebbe più, anche se le apparenze potrebbero far pensare il contrario, e anche se papi come Francesco fossero ancora in grado di riempire le piazze (un po’ meno le chiese, a quel che è dato vedere).

Qualcuno potrebbe pensare che stiamo esagerando; che le cose non sono ancora arrivate a questo punto. Niente affatto: è dall’epoca della visita del papa in Svezia, nell’ottobre-novembre 2016, che le cose sono a questo punto, e ora, probabilmente, sono andate ancora oltre, grazie alle varie “commissioni di studio” che si stanno ingegnando di contrabbandare come cattolica, in un prossimo futuro, una teologia che, per poter piacere ai luterani, cattolica non è.

Del resto, il Vaticano ha praticamente ammesso che l’obiettivo del tanto sbandierato ecumenismo post-conciliare è quello di ridurre la dottrina cattolica sulla misura di quella protestante. Si rilegga la nota ufficiale della Santa Sede a corredo del viaggio in Svezia del papa, concordata con la controparte protestante e  diramata nella classica forma della “nota congiunta”:

 

L’evento congiunto della Federazione Luterana Mondiale (LWF) e della Chiesa Cattolica Romana intende mettere in evidenza i 50 anni di continuo dialogo ecumenico fra cattolici e luterani e i doni derivanti da tale collaborazione. La commemorazione cattolico-luterana dei 500 anni della Riforma si impernia sui temi del rendimento di grazie, del pentimento e dell’impegno nella testimonianza comune. L’obiettivo è esprimere i doni della Riforma e chiedere perdono per la divisione perpetuata dai cristiani delle due tradizioni.

 

Per favore, si rilegga il passaggio: L’obiettivo è esprimere i doni della Riforma. Ma di quali doni stiamo parlando, in nome di Dio? La Riforma è stata portatrice di doni, è stata un dono essa stessa? E, in tal caso, un dono in che senso, di chi, per fare cosa? Non si parla più di errori teologici, cioè di eresie; si parla solo di “doni”: l’eresia è diventata un dono. La negazione del libero arbitrio, la giustificazione con la sola fede, la libera interpretazione delle Scritture, l’eliminazione della sacra Tradizione, il sacerdozio universale dei credenti, la riduzione dei sacramenti da sette a due, l’abolizione del culto degli Angeli, dei Santi e di Maria Vergine, la soppressione degli ordini religiosi, il saccheggio dei beni della Chiesa, la decapitazione di Tommaso Moro, lo squartamento dei gesuiti inglesi, il sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi luterani: sono questi i doni della Riforma? E da quando sono diventati dei doni? E da quando la Riforma è stata una riforma, e non una distruzione pura e semplice della Chiesa, con tanto di nozze sacrileghe fra l’ex frate Lutero e l’ex monaca Katharina von Bora, e l’invito a tutti i religiosi a rompere i sacri voti e fare come loro? Tutto questo, peraltro, è perfettamente in linea con la strategia di “riconciliazione” propugnata da papa Francesco nei confronti dei protestanti, ad onta del fatto che le chiese protestanti siano desolatamente vuote e che un miliardo e 300 milioni di cattolici si vedono impegnati in un accordo al ribasso con i quattro gatti della svariate denominazioni protestanti; il che, anche da un punto di vista solamente numerico e quantitativo, ha decisamente qualcosa di strano. Sorge perciò il sospetto: tutta questa smania di arrivare ad una riconciliazione con i luterani non nascerà, per caso, dal fatto che, in queste sedicenti chiese, vigono il sacerdozio femminile, il matrimonio dei pastori, il sacerdozio omosessuale e altre belle cose di questo genere, e che, arrivando a un pieno accordo con i cosiddetti riformati, automaticamente si importeranno anche le loro peculiarità di tipo liturgico e pastorale, oltre che teologico?

Peraltro, è difficile sottrarsi all’impressione che tutto quanto è accaduto finora, altro non sia che una marcia di avvicinamento al vero obiettivo, il Sacrificio della Messa. Da che mondo è mondo, la regola numero in guerra è: colpire al cuore l’avversario. Il cuore della Chiesa cattolica è la Presenza Reale di Gesù Cristo nel Sacramento dell’Eucarestia. Chi volesse attaccare e tentar di distruggere la Chiesa cattolica, colpendola in quel punto otterrebbe, d’un tratto, una serie di risultati che, altrimenti, richiederebbero una serie di azioni distinte, difficili, complesse, di esito incerto. Invece, se si riesce a scuotere la fede nella Presenza Reale, anche senza prendere di petto l’aspetto teologico e dogmatico della questione, si sarà inferto un colpo mortale alla Chiesa e al cattolicesimo.

Vale la pena di rileggersi la parte iniziale di un’intervista concessa da don Francesco Ricossa a Jérôme Boubon, del settimanale francese Rivarol, il 18 novembre 2016, e pubblicata sul numero del 24 novembre successivo, e reperibile gratuitamente anche in rete:

 

RIVAROL: Quali riflessioni le suggeriscono il recentissimo viaggio in Svezia di Bergoglio, viaggio che avuto ufficialmente lo scopo di dare inizio a un anno di celebrazione dei cinquecento anni della Riforma di Martin Lutero, e le dichiarazioni di Francesco su Lutero e con i luterani, nonché la sua partecipazione in una cattedrale luterana ad una riunione con una donna “vescova” e il capo della chiesa luterana di Svezia. Viaggio nel corso del quale Bergoglio non aveva neanche previsto di dire “Messa” (o più esattamente la sinassi di Paolo VI) mentre la scontenta comunità cattolica locale gli ha forzato la mano, cosa che è inaudita?

DON FRANCESCO RICOSSA: Innanzi tutto, questa visita in Svezia è il seguito immediato del pellegrinaggio dei luterani a Roma. Bergoglio li ha ricevuti in Vaticano il 13 ottobre con al fianco la statua di Martin Lutero, e già prima si era recato nel tempio luterano di Roma. La visita in Svezia non è che l’inizio delle iniziative ecumeniche per l’anniversario dei cinquecento anni della Riforma e in fondo, anche se Bergoglio l’ha fatto in maniera più aperta, egli ha solo ripreso la linea di condotta dei suoi predecessori. Infatti, già Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano espresso grandi elogi per Martin Lutero. Questo non è altro che la conferma di quello che si diceva negli anni ’70: “la nuova messa è la messa di Lutero”. Si è gridato allo scandalo quando lo dicevano i tradizionalisti, ma in definitiva è un’evidenza.

D’altronde, la misericordia come la intende Bergoglio è del tutto luterana. Egli parla dell’uomo che può solo peccare, che quasi deve compiacersi nel peccato e che si salva per la misericordia di Cristo anche se non si allontana dal peccato. Ne ha parlato senza posa e in particolare lungo l’anno detto della misericordia che si è chiuso domenica scorsa. Il peccato è nell’uomo, non si può eliminare ed è coperto dal mantello della Passione di Cristo. Nel suo discorso ai missionari della misericordia, Bergoglio ha detto che anche se un penitente non confessa il suo peccato o non vuole abbandonarlo, la misericordia del Signore lo perdona. Questa è un’idea luterana. Nel documento “Dal conflitto alla comunione”, del giugno 2013, egli ha scritto (n. 154) che anche teologicamente, non solo sulla giustificazione, ma anche sulla Presenza Reale, la Transustanziazione essendo considerata come non essenziale In ogni caso, io penso anche che se Lutero tornasse sulla terra, troverebbe che Bergoglio va troppo in là col progressismo!

 

Lasciamo a don Ricossa la responsabilità delle sue speculazioni su Benedetto XVI o sull’ipoetico ritorno di Lutero; resta il fatto che il nucleo del suo discorso è condivisibile: papa Francesco parla dell’uomo che può solo peccare, che quasi deve compiacersi nel peccato e che si salva per la misericordia di Cristo anche se non si allontana dal peccato; e conclude, don Ricossa, che tale impostazione teologica è luterana. Purtroppo ha ragione. Il motto di Lutero, com’è noto, era: Pecca fortiter, sed crede fortius: pecca pure, basta che tu abbia la fede. Logico: non ci si salva con le opere, ma solo con la fede e per la grazia di Dio; dunque, se si ha fede e si pecca, pazienza, Dio ci salverà ugualmente. Anche senza pentimento per il peccato commesso? Probabilmente sì: Lutero non dice: Pecca fortemente, ma poi pentiti ancor più fortemente; ma dice: Pecca fortemente, e poi credi ancora più fortemente. Allora, si direbbe che basti credere, anche senza pentirsi. Il fatto della fede include il fatto del pentimento? Non davvero; per come la pensa Lutero, sono due cose distinte: l’uomo non ha alcun merito davanti a Dio, ha solo colpe; se si salva, è solo per la misericordia di Dio. Ed ecco qui la famosa “misericordia” di cui tanto parla, e straparla, papa Francesco; al punto da averne fatto il perno della sua esortazione apostolica Amoris laetitia.

Che cosa manca, nel discorso di papa Francesco sulla misericordia di Dio? Manca la nozione del pentimento; e, più a monte, manca addirittura la nozione del peccato. Ci avete fatto caso? Da quando è stato fatto papa, e pur non lasciando passare un solo giorno senza sfruttare la Messa nella comunità di Santa Marta per sproloquiare sui temi più vari, sovente con pochissima o nessuna aderenza alle Sacre Scritture, il papa non ha mai parlato del peccato e della necessitò del pentimento. E, se è, per questo nessuno l’ha mai visto inginocchiarsi davanti al Santissimo; al contrario, lo si è visto – durante la vista pastorale a Milano, per esempio: quella della famosa sortita “pubblica” alla toilette mobile – restarsene ostentatamente seduto, per un bel pezzo, davanti all’altare. E allora, ecco che il cerchio si chiude: niente peccato, niente pentimento, niente Presenza Reale quale garanzia della nostra giustificazione davanti a Dio. Se il peccato non è più tale, perché poi, tanto, c’è la misericordia dio Dio; e se il pentimento non è più necessario, perché basta la sola fede (come per i luterani), allora a che serve la Presenza Reale di nostro Signore nel Sacramento dell’Eucarestia? Evidentemente, a niente. E dunque, è perfettamente logico che ci si prepari a “smitizzare” pure quella: dopo che padre Sosa Abascal ha smitizzato la figura del diavolo, affermando che essa è solo un simbolo del male, ora dobbiamo prepararci alla smitizzazione della Presenza Reale di Gesù. Diverrà, guarda caso, una presenza simbolica pure quella. Già Lutero, alla Presenza Reale, ci credeva e non ci credeva: per rimarcare la distanza dai troppo creduli cattolici, rimise in auge il termine “consustanziazione”, in luogo di Transustanziazione. Come dire che il pane e il vino restano pane e vino, ma, nello stesso tempo, diventano anche il Corpo e il Sangue di Cristo. Insomma, un bel pasticcio (bello, si fa per dire).

Quando si arriverà a quel punto – e forse non ne siamo più tanto lontani – l’intera dottrina cattolica diverrà un simbolo, specie dopo che il papa ha detto che non bisogna irrigidirsi su di essa, altrimenti si è solo dei fanatici che cercano la divisione, mentre la dottrina bene intesa produce sempre l’unione (strano, perché Gesù ha detto: Metterò due contro tre e tre contro due). Un simbolo la Trinità; un simbolo l’Incarnazione; un simbolo la Madonna e la sua immacolata Concezione; un simbolo la Passione, Morte e Risurrezione di Cristo; un simbolo il giudizio; un simbolo il paradiso e l’inferno. Chi parla più della morte, della vita eterna, del paradiso e dell’inferno? Bergoglio, forse? Chi parla più, fra tutti questi preti modernisti e tutti questi vescovi e cardinali massoni, dell’eterna dannazione e dell’eterna beatitudine? Sono un simbolo anche quelle? Ma certo. E suor Faustina Kowalska, suor Lucia dos Santos, cos’hanno visto: le fiamme dell’inferno? No, di certo: erano solo un simbolo anche quelle. Era tutto un simbolo; è tutto un simbolo. Ci diranno: Scusate, ragazzi: abbiamo scherzato. Per duemila anni, la Chiesa ha scherzato. Che volete farci, non avevamo compreso bene il significato del Vangelo. Ma ora sono arrivati i teologi sapienti e intelligenti; sono arrivati i Sosa Abascal, i quali, pur non disponendo delle registrazioni autentiche dei discorsi di Gesù, nondimeno hanno saputo ricostruirne il vero tenore, e hanno capito tutto. Fino a ieri, avevamo capito piuttosto male; ma ora, dopo la gloriosa svolta del Vaticano II, e soprattutto dopo l‘elezione di papa Francesco, le cose, finalmente, stanno diventando chiare. Non conta la vita buona, non contano le opere, e non contano nemmeno i peccati; il pentimento, poi, roba d’altri tempi: l’unica cosa che conta è la fede. Proprio come per Lutero.

E ci volevano cinquecento anni, per arrivare a dargli ragione su tutta la linea?

stampa
This entry was posted on sabato, giugno 17th, 2017 and is filed under Senza categoria. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

Leave a Reply

Links


Arianna Editrice
Mursia
Seguici su facebook
Newsletter
Istituto Studi delle Venezie

Archivio