Ius Soli. Una riflessione filosofica fuori dal coro

di Paolo Becchi Arianna Editrice del 17-06-2017

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Si sta approvando in parlamento una legge che mira ad introdurre nel nostro ordinamento lo ius soli, a fianco al tradizionale ius sanguinis: cittadino italiano sarà anche, ora, chiunque sia nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri (se almeno uno di essi sia in possesso del permesso di soggiorno per lungo periodo, oppure se il minore sia presente in Italia da prima del compimento dei 12 anni ed abbia frequentato la scuola italiana per almeno 5 anni).

Gli altri Paesi europei adottano diversi criteri, spesso temperati e bilanciati tra loro: in Germania, prevale lo ius sanguinis, in Francia vige un sistema piuttosto complicato, in cui viene dato maggior peso allo ius soli. La novità, però, è che l’Italia, ossia il Paese più colpito dall’immigrazione, abbia deciso proprio di questi tempi di introdurre un criterio nuovo, proprio in una situazione di emergenza nazionale.

 

W L’INVASIONE

 

È una follia: significa di fatto legittimare l’invasione in corso. Ma si risponde: abbiamo bisogno di immigrati, sono una risorsa non un pericolo, pagano le tasse come noi, i loro figli sono nati qui, obbediscono alle leggi del Paese, contribuiscono alla vita del Paese, etc., sto tracciando un quadro idilliaco, ma non importa ai fini di ciò che voglio dire. Perché allora non garantire loro anche il diritto di cittadinanza? Chi non lo vuole è un razzista, e così il discorso è subito chiuso. No, non è affatto chiuso.

Occorre distinguere tra i diritti politici e quelli civili e sociali. Nessuno intende negare questi ultimi a coloro che vengono qui per avere un lavoro, anche se prima dovremmo pensare ai milioni di nostri disoccupati, ai nostri giovani costretti ad emigrare per trovare un lavoro dignitoso e ve lo dice chi ha una figlia che lavora in Germania ed un altri due che hanno già deciso di fare la stessa cosa, tra qualche anno. Ma a parte questo, che non è certo irrilevante, c’è qualcosa di ancora più profondo, e che è sfuggito a molti nelle attuali discussioni.

 

LA LEZIONE DI HEGEL

 

Stiamo parlando della cittadinanza, vale a dire di un diritto politico. Nelle condizioni attuali questo passaggio nel nostro Paese è estremamente pericoloso. Ogni popolo vuole preservare la propria identità, il proprio senso di appartenenza che è legato a lingua, tradizioni, costumi e valori condivisi, che si tramandano di generazione in generazione.

Non si tratta di razzismo, ma di salvaguardare ciò ci costituisce come Gemeinwesen, come comunità politica. Un conto è la «società degli individui», un altro è la «comunità politica»: lo aveva già lucidamente compreso Giorgio Hegel, quando nella sua Filosofia del diritto, aveva distinto la «società civile – borghese» dallo Stato politico, sottolineando, contro il cosmopolitismo kantiano, il fatto che gli uomini non possono costituirsi in comunità politica se non sulla base di un senso comune di appartenenza. Ed è su questo che si fonda uno Stato. Oggi in Italia lo abbiamo dimenticato.

Paolo Becchi

Fonte; http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59074 del 17-06-2017

 

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