Pontificazioni sinistre: Siamo cattivi? Grazie tante, lo sapevamo già

di Francesco Lamendola del 31-07-2017

00-frank gad - Copia

Qualcuno va dicendo in giro che siamo proprio cattivi. Siamo cattivi, perché pensiamo che la migrazione in atto da parte di sedicenti profughi sia una invasione bella e buona del nostro Paese, e vorremmo che qualcuno facesse qualcosa per fermarla. Siamo cattivi perché osserviamo che l’integrazione degli immigrati è una pia illusione (pia, si fa per dire: piuttosto truce, semmai), come lo è quella del dialogo con il cosiddetto islam moderato. E siamo cattivi perché diciamo che sbagliano quelle scuole che rinunciano a partecipare alla santa Messa, per non “offendere” gli immigrati di altra religione. Che sbaglia quella scuola di Corsico (vicino a Milano) che ha sanzionato il professore reo di avere “insultato” l’islam, su denuncia della famiglia di un’alunna musulmana che aveva incominciato la lezione restando seduta, mentre tutti i suoi compagni si alzavano in piedi all’ingresso del docente, sostenendo che non poteva farlo, perché si era in tempo di Ramadan. E che sbagliano (o peggio, molto peggio) quelle organizzazioni non governative che vanno a imbarcare i “profughi” nelle acque territoriali della Libia, dietro segnalazione telefonica o visiva, e poi li scaricano tutti nei porti italiani, perché tanto l’Italia è grande, buona e generosa. E siamo cattivi perché diciamo che il papa abusa del suo potere spirituale e commette una ingiustizia colossale a ordinarci il dovere dell’accoglienza, mentre milioni di italiani poveri sono abbandonati a se stessi, alle loro pensioni da fame, solo che loro vivono la povertà in modo dignitoso, non spaccano tutto, non pretendono letto e vitto assicurato, e non fanno blocchi stradali, né gettano per terra la pastasciutta della mensa dei poveri. Siamo cattivi, infine, perché denunciamo la doppia morale dei buonisti, la loro bontà cieca e a senso unico, la loro indifferenza e il loro disprezzo per chi non rientra nei loro parametri di bisogno, indigenza, precarietà, disagio, perché non ha la pelle scura, non è handicappato, non è uno zingaro abituato a rubare fin dalla tenera età, e nemmeno un omosessuale che denuncia i suoi coinquilini per offese e comportamento discriminatorio e pretende un congruo risarcimento, mentre, magari, è soltanto un inquilino che non rispetta le regole del vivere civile. Se è così, allora sì, siamo cattivi, e anche brutti e sporchi, se volete. Ma detto da voi, da voi buonisti e progressisti, da voi cattolici di sinistra, da voi omosessualisti e immigrazionisti, non è affatto un’offesa: è un elogio, del quale andiamo fieri come se fosse una medaglia d’oro da mettersi al petto. E guai se così non fosse; guai a noi se non ci accusaste di essere delle persone cattive: cominceremmo a domandarci dove stiamo sbagliando.

Queste riflessioni ci sorgono spontanee ogni qualvolta ci imbattiamo nelle sdegnate reprimende che vengono da loro, dai buoni, dai puri, dai nobili, dai generosi, dagli altruisti, dai disinteressati, che si dicono e si professano tali dai pulpiti più alti, lo ripetono ai microfoni di mezza Italia, lo scrivono (da se stessi) sulla stampa politicamente corretta, cioè sul novanta per cento e più della stampa che circola nel nostro Paese, e anche in gran parte del resto d’Europa, ma specialmente nelle aree culturali di matrice cattolica progressista, o piuttosto modernista, cioè nelle aree culturali che usurpano il nome e i simboli del cattolicesimo per contrabbandare, speculando sulla buona fede della gente, le loro idee eretiche, gnostiche, massoniche, mutuate dai peggiori cascami delle ideologie morte dei secoli passati: l’illuminismo, il positivismo, il liberalismo, il radicalismo, il marxismo, con tutte le loro succursali, le loro derivazioni e le loro schegge, più o meni impazzite. L’altro giorno, per esempio, ci è capitato in mano il numero del giugno scorso di una rivista che avevamo smesso di leggere da moltissimi anni, Nigrizia, il mensile dei padri comboniani dedicato all’Africa e ai suoi problemi, direttore attuale Efrem Tresoldi; l’articolo è di Gad Lerner, che vi tiene una rubrica fissa, intitolata Giufà, ed è dedicato aONG e migranti: così si capovolge la realtà. Come il titolo dice chiaramente, la polemica scoppiata sul modus operandi delle navi delle organizzazioni non governative ha particolarmente indignato il giornalista, il quale milita nel partito dei buoni contro i cattivi, come è provato anche dal fatto che ha rotto la collaborazione con La Repubblica, su cui scriveva da dieci anni, per ragioni di mero compenso economico; ne riportiamo la seconda parte, affinché il lettore possa farsene un’opinione:

 

I messaggi in questione rappresentano un bieco capovolgimento della realtà, ma ciò non di meno dispongono d una potenza suggestiva devastante. Bisognosi di un alibi morale che giustifichi la nostra indifferenza alla sorte di migliaia di esseri umani sofferenti, niente di meglio che aggrapparsi a simili convinzioni: l’Italia è vittima di un’invasione orchestrata da potenze straniere di cui i finti buoni delle ong sono un ingranaggio.

Temo che ci crederanno in tanti, perché è forte il bisogno di credere a simili fandonie con cui si rimuove la necessità di fare scelte difficili: prepararsi ad accogliere più migranti; sacrificare una quota significativa della ricchezza nazionale per favorire la crescita economica e la pacificazione in Africa; prevedere un impegno diretto delle nostre forze armate là dove non esistono più autorità statali, eccetera.

Il capovolgimento della realtà cui sembra destinato ad assoggettarsi il discorso pubblico sui profughi, comincia dalla condanna più ovvia ma anche più ipocrita: le organizzazioni criminali che sfruttano i migranti si sono forse arricchite grazie a decenni di monopolio concesso loro dall’assenza di mezzi di trasporto alternativi? Poi ci sono gli scandali di casa nostra, come il Cara di isola Capo Rizzuto lasciato in gestione alla ‘ndrangheta. Vedrete che anche di questo daranno la colpa alle ong.

Finché l’accoglienza e l’integrazione dei migranti verranno trattate come un’emergenza momentanea, senza affrontare le scelte strutturali, anche di natura economica, che impongono, prevarrà la sordida disfida dei cattivi che accusano gli altri di buonismo.

 

A parte il linguaggio truculento, caratterizzato da un’aggettivazione barocca e melodrammatica (bieco capovolgimento della realtàla condanna più ovvia ma anche più ipocritala sordida disfida dei cattivi), che paiono uscite da un libretto operistico o dal celebre romanzo storico di Massimo d’Azeglio, la nota dominante, non certo originale in simili discorsi, è quella di una autoflagellazione feroce, implacabile, masochista: noi, noi italiani, noi europei, noi bianchi, siamo i cattivi, per definizione, e convinti della nostra colpa storica, ancestrale e inestinguibile (convinti da chi? ma dai preti di sinistra, ovviamente); dunque, qualsiasi cosa possiamo dire o fare, sarà sempre troppo poco, sarà sempre ridicolmente inferiore al bisogno, sarà un’avara goccia d’acqua che avremo versato nel deserto popolato di assetati, per placare, ipocritamente, i nostri sensi di colpa e soddisfare il nostro ereditario, inumano, bestiale egoismo.

Che cosa dovremmo fare, allora, secondo queste tesi? Innanzitutto, prepararci ad accogliere molti più migranti. E non importa se “migranti” è un neologismo inventato apposta per camuffare la vera natura di quelle persone, o della stragrande maggioranza di esse (molti baldi giovanotti, niente vecchi e poche donne): finti profughi e finti disperati, il cui scopo è invadere gradualmente l’Italia e l’Europa, importarvi di sana pianta i loro usi e costumi, rifiutando e disprezzando i nostri, come innumerevoli fatti di cronaca quotidiana mostrano anche ai ciechi (o, almeno, li mostrerebbero, se fossimo disposti a vederli), islamizzarla e arabizzarla, o negrizzarla, e sostituirsi alle nostre popolazioni, già in crisi demografica per conto loro. Per quanti ne accogliamo e ne accoglieremo, saranno sempre pochi: noi abbiamo un debito inestinguibile, siamo colpevoli (del colonialismo, del fascismo, dell’imperialismo, del razzismo, dell’apartheid, eccetera); avanti, dunque, l’Italia è grande e c’è posto per tutti. Secondo: dobbiamo sacrificare una quota significativa della ricchezza nazionale (alt: di quale ricchezza stiamo parlando, per favore? A noi risulta che l’Italia, colpita in pieno dalla Grande recessione del 2007, sta cacciando all’estero i suoi giovani, e spesso i migliori, i laureati con lode, i più intelligenti, i più preparati, i più creativi, in cerca di un lavoro) per favorire la crescita economica e la pacificazione in Africa. Vale a dire, per finanziare dei dittatori o dei governanti corrotti, criminali, totalmente indifferenti alla sorte dei loro connazionali, i quali prendono i soldi, ringraziano, li mettono in tasca e li spendono a loro piacere, in lusso e conti all’estero: perché questa è l’Africa,  spogliata del mito terzomondista e del “buon selvaggio”: un totale, irrimediabile fallimento politico, sin dal giorno della sua indipendenza. Se, poi, come viene suggerito, l’Italia dovesse inviare le sue forze armate in tutti i luoghi ove manca un governo degno di questo nome, dovrebbe attrezzarsi per una cinquantina d’interventi militari, assumendosi il ruolo di supergendarme del Continente Nero: e, quand’anche lo potesse e lo volesse, qualcuno ce ne sarebbe grato? I popoli interessati ci ringrazierebbero? E il flusso degli invasori, pardon, volevamo dire dei poveri migranti, che fuggono da guerra e fame, come recita il mantra obbligatorio, per caso cesserebbe o anche solo rallenterebbe? Certo, nel caso della Libia avremmo dovuto agire così, e fin dalla caduta di Gheddafi: ma qualcosa ci dice che, se lo avessimo fatto, i buonisti, gli africanisti e i terzomondisti di casa nostra avrebbero immediatamente accusato il nostro governo di bieche e anacronistiche cupidigie neocolonialiste, o, peggio, di fungere da volonteroso strumento dell’imperialismo altrui. Cari intellettuali di sinistra, laici e progressisti, tutti politicamente corretti, democratici e antifascisti: alzi la mano chi di voi non lo avrebbe fatto, o non lo farebbe. Com’è che dicevate, o pensavate, ai tempi della partecipazione italiana alla pacificazione dell’Iraq? Per caso:Dieci, cento, mille Nassiriya, per onorare degnamente i 25 morti delle nostre forze armate? Siete sempre gli stessi; gli stessi che, dopo la battaglia di Adua, gridavano: Viva Menelik!, sui cadaveri di 7.000 soldati italiani e nostri fedeli ascari.

È sempre molto interessante, per capire chi si ha di fronte, vedere in chi egli ama identificarsi. Giufà, nella tradizione popolare siciliana (come mostrato dall’etnologo Giuseppe Pitré), è un personaggio ingenuo e credulone fino al grottesco, che fa disperare sua madre con la sua stupidità, ad esempio prendendo alla lettera le sue istruzioni, con esiti assurdi; la variante giudaico-spagnola dello stesso personaggio è poco dissimile, con la sola differenza che vi si trovano, stranamente mescolati alla stupidità e alla dabbenaggine, sprazzi d’inspiegabile genialità, che lasciano gli altri a bocca aperta. Ma nella carriera di Gad Lerner, che è arrivato fino alla direzione del TG1 (dove si è segnalato per non aver voluto mandare in onda l’ultima intervista di Paolo Borsellino, prima che la mafia lo ammazzasse, nel 1992), e che per dieci anni ha condotto, su La7, il programma L’infedele, salvo poi tornare in Rai, sempre con la massima disinvoltura (niente d’illecito, per carità: lo fanno in tanti) e sempre con uno spiccato taglio di sinistra (dopo aver litigato conLa Repubblica per le ragioni anzidette) non pare ci sia tutta questa disarmata, e disarmante, ingenuità. Però è significativo che lui si veda così: puro e innocente, vittima della malizia altrui; è tipico dei buonisti, che si danno da se stesi il diploma di buoni , mentre accusano di cattiveria chi non la pensa come loro.

Di Nigrizia avremmo molto da dire: il discorso sarebbe lungo. Abbiamo conosciuto personalmente lo staff, a suo tempo, e per anni l’abbiamo letta, stante il nostro interesse per le cose africane: finché non ci siamo resi conto che aveva lo stesso difetto dei libri dell’africanista Del Boca: dava sempre ragione ai buoni uomini neri e sempre torto ai cattivi uomini bianchi (cfr. il nostro articolo:Angelo Del Boca e la “sua” Africa, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 10/01/2016). Questo è il modo più sicuro per cresce un figlio viziato e irresponsabile: dargli sempre ragione e dipingerlo come l’eterna vittima della prepotenza altrui. Oltre a questo, e salvo il rispetto dovuto a tanti missionari che hanno svolto e continuano a svolgere un’opera egregia in aiuto delle popolazioni africane, troviamo che la rivista, e da moltissimo tempo, abbia assunto un indirizzo radicalmente politicizzato che non ha nulla di cristiano, ma la rende simile a una variante africanista del Manifesto, con una sistematica deformazione della realtà in chiave neomarxista (anche se i suoi redattori, senza dubbio, si considerano nella linea del “vero” vangelo, che essi soli conoscono, e, naturalmente, negli ultimi anni, in linea con il magistero di papa Francesco: quello sì, che è un vero papa!), e un radicalismo esasperato, che si esprime in una sorta di fondamentalismo alla rovescia e di neoanarchismo estremo: tutto il bene è nei popoli africani, semplici, generosi, laboriosi, tutto il male è nelle multinazionali e nei governi occidentali (e in quello cinese, ultimamente), senza sfumature, senza tinte intermedie. Sarà. Ma noi, dopo aver parlato con diversi missionari, non solo comboniani, che hanno dedicato al servizio degli africani gran parte della loro vita, ci siamo fatti un’idea lievemente diversa. Idealizzare acriticamente gli africani e demonizzare sistematicamente i bianchi non rende un servizio alla verità, né rende giustizia alle persone di buona volontà, di qualunque colore sia la loro pelle. È un alibi veramente troppo comodo, dire che tutti i mali dell’Africa vengono da fuori…

 

Del 31 Luglio 2017

 

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