Forma mentis dei parassiti. Maggiordomi, certo: però tutti citoyens, perdio!

di Francesco Lamendola del 01-08-2017

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Una delle conseguenze più caratteristiche, più durature (e probabilmente irreversibili) e più devastanti della mentalità egualitaria, che ha fatto irruzione in Europa alla fine del XVIII secolo mediante la cultura illuminista, prima, e la Rivoluzione francese, poi, è stata l’assunzione di una falsa coscienza di sé, da parte di persone che, magari brave nel loro ambito familiare o lavorativo, non possono vantare alcun merito particolare al di fuori di essi, però sono ben decise ad avvalersi, fino al limite estremo, di tutti i diritti e di tutte le garanzie, qualche volta i privilegi, che lo Stato democratico garantisce a tutti, e specialmente ai cittadini, teoricamente (ma non necessariamente) più deboli e bisognosi di essere tutelati.

È nata, in tal modo, una nuova forma mentis, una nuova psicologia, una nuova struttura antropologica; e, parallelamente, è nata una nuova figura sociale: quella del “cittadino” ben conscio di tutti i suoi diritti, perfettamente edotto di tutte le leggi, di tutti i cavilli, di tutte le scappatoie per esigere, pretendere, estorcere alla società il massimo vantaggio possibile, in nome di una sua pretesa “debolezza”, o anche, semplicemente, in nome della “democrazia” e dell’”uguaglianza”, ovviamente intese nel senso più riduttivo, formale e meschino, cioè come sinecura per i pigri, gli incapaci e gli stupidi; e, nello stesso tempo, per dare alla società, in cambio di ciò, il minimo indispensabile di quanto dovuto, ma sempre invocando, con grandissimo sussiego, la legge, il diritto, l’umanità, la civiltà, la decenza e, magari, anche l’etica.

È nata anche una quasi professione: quella del cittadino che vive di rendita, sfruttando le tutele sindacali e sporgendo querela a destra e a manca, per estorcere legalmente i contributi degli ex mariti, i risarcimenti di quanti hanno causato (Stato e pubbliche amministrazioni in primis), per davvero o nella sola immaginazione delle “vittime”, gravi danni alla salute del cittadino e del lavoratore, se non di tipo materiale, certo morale, e si sa che i danni morali sono incalcolabili, e non c’è miniera d’oro o d’argento che li possa adeguatamente risarcire. Vediamo, così, la divorziata che fa la bella vita con i soldi dell’ex marito, il quale, da parte sua, s’è ridotto a viver come un barbone, dormendo in automobile, lavandosi nel bagno dell’ufficio e sfamandosi alla mensa dei frati; il falso invalido che si gode la vita senza lavorare, perché, per esempio, in qualità d’insegnante, ha subito un danno alle corde vocali per il troppo parlare nel far lezione in classe, e ha ottenuto dal tribunale un adeguato risarcimento; il bidello svogliato, fannullone, che è stato licenziato per scarso rendimento, o l’impiegato postale sospeso perché beccato a rubare sui risparmi degli utenti, o il vigile urbano che timbrava il cartellino e poi se ne andava al mare, o a sciare, o a fare la spesa al supermercato: ciascuno dei quali è stato riassunto a tamburo battente, mentre la pubblica amministrazione è stata condannata a ripagare loro i mesi di stipendio persi; e non pochi dei quali hanno poi rilasciato interviste, sono andati in televisione, hanno perfino scritto dei libri (o meglio, se li sono fatti scrivere da qualche giornalista compiacente), per tuonare contro le ingiustizie sociali, la disumanità delle leggi, la disinformazione di cui è vittima il pubblico, e per puntare il ditino accusatore contro questo e contro quell’altro. Impossibile, impensabile, surreale, che uno, uno solo di costoro, si sia preso le proprie responsabilità, abbia accettato in silenzio il licenziamento, la sospensione, o la multa, e abbia detto a se stesso: Me la sono cercata, peggio per me; chissà che la lezione m’insegni qualcosa per l’avvenire, o la insegni almeno ai miei figli!

Che se, poi, si va a cercare la radice di questa forma mentis, se non ci si accontenta di prendere atto della frequenza di simili comportamenti, della loro ormai quasi perfetta “normalità” (e sia pure la normalità della follia), si troverà che è sempre la stessa: l’idea egualitaria e democratica insita nell’illuminismo, spinta molto al di là della sua originaria ragion d’essere, l’affermazione di diritti legittimi e il rifiuto di sottostare all’arroganza e all’arbitrio di un’aristocrazia e di un clero ormai corrotti e decadenti, fino ad arrivare a livelli paranoici di auto-affermazione, di narcisismo, di auto-referenzialità; e, più ancora, la negazione aggressiva, implacabile, nei confronti di qualsiasi eccellenza, di tutto ciò che spicca al di sopra del grigiore della massa, che si tratti di una eccellenza fisica come nel caso dell’atleta, o intellettuale, come nel caso dell’uomo di cultura, o spirituale, come nel caso del mistico, dell’uomo o della donna che hanno stabilito, con la preghiera, il digiuno, il dono totale di sé, una relazione privilegiata con la dimensione del divino. E lo possiamo vedere ogni giorno, ogni momento, se vi prestiamo un minimo d’attenzione. La studentessa che prende la scuola sul serio, che viene a scuola per studiare e non per esibire il tatuaggio originale, o il vestito alla moda, o la bella abbronzature vacanziera, suscita l’antipatia delle compagne, anche se non si dà arie, anche se è modesta, riservata, discreta: viene fatta oggetto di frizzi e lazzi, di vere proprie forme di stalking; non le perdonano di essere intelligente, di avere buona volontà, di spiccare al di sopra del pecorume generale. La criticano, la calunniano, le fanno telefonate anonime, scherzi di cattivo gusto, dispetti: se potessero, le caverebbero gli occhi. L’impiegata, la maestra, il professore, l’assessore comunale, i quali brillano, hanno delle idee originali, lavorano anche quando gli altri si riposano e si prodigano per il buon funzionamento dell’ufficio, della scuola o del comune, tutti costoro danno noia ai loro colleghi e alle loro colleghe, li mettono in ombra, li soverchiano con le loro qualità e con le loro virtù: perciò subiscono una guerra silenziosa, ma tenace, incessante, quotidiana, un continuo ostruzionismo, un boicottaggio implacabile, una critica a trecentosessanta gradi, una opposizione rancorosa, una insaziabile brama di vendetta. Ma come si permettono, costoro, di essere più bravi, più laboriosi, più seri, più competenti, e, magari, anche più belli, più simpatici e più apprezzati? È evidente che, se vengono apprezzati dalla gente, ciò avviene solo per una gigantesca ingiustizia cosmica, per la loro diabolica abilità nel fingere, e per l’enorme ingenuità del mondo intero, che non si rende conto del trucco e scambia qualsiasi patacca un po’ brillante per un diamante raro, d’inestimabile valore. Dunque, è necessario punirli.

Queste cose accadono, e sono frequentissime, quando prende il sopravvento la forma altamente maligna di questa mentalità; la forma meno aggressiva, ma sempre con una sfumatura di malignità, consiste nel rifiuto della correzione da parte di chi è più bravo, più competente, più saggio, e, inoltre, nella ostentazione del proprio errore, “sentita” come un diritto inalienabile, come la prova del fatto che siamo tutti quanti dei maggiordomi, però, attenzione!, siano anche dei citoyens, dei cittadini, tutti uguali davanti alla legge, senza preferenze, senza favoritismi.

Un saporoso esempio di questo atteggiamento è narrato da Proust nel suo capolavoro Alla ricerca del tempo perduto, che qui riportiamo (da: Marcel Proust, Il tempo ritrovato, traduzione di Giorgio Caproni, Torino, Einaudi, 1951, e Milano, Mondadori, 1962, pp. 149-150):

 

Consigliai a Françoise e al maggiordomo di andare a letto. Ma quest’ultimo non aveva mai fretta di lasciare Françoise da quando, grazie alla guerra, aveva trovato un mezzo, ancor più efficace dell’espulsione delle suore e dell’affare Dreyfus, per tormentarla. Quella sera, e così ogni altra volta  che mi avvicinavo a loro nei pochi giorni che rimasi ancora a Parigi, udii il maggiordomo dire a Françoise spaventata: “Non hanno mica fretta, si capisce, aspettano che la pera sia matura, ma quel giorno prenderanno Parigi, e allora niente pietà!”.”Signore, Maria Vergine”, esclamava Françoise, “non gli basta d’aver conquistato il Belgio, poverino? Ha già sofferto abbastanza lui quand’è stato ‘invasato’”. “Macché Belgio, Françoise, quello che hanno fatto in Belgio sarà roba da ridere, a paragone!”. E per giunta, giacché la guerra aveva getto sul mercato della conversazione tra persone del popolo termini da esse conosciuti soltanto con gli occhi leggendo i giornali, ignorandone di conseguenza la retta pronuncia, il maggiordomo aggiungeva: “Ve n’accorgerete, Françoise! Stanno preparando un nuovo attacco d’un ‘sagliente’ che farà scomparire tutti gli altri”. Essendomi ribellato, se non in nome d’un po’ di pietà per Françoise e del buon senso strategico, almeno in nome della grammatica, e avendo affermato che bisognava dire ‘saliente’, ne ottenni soltanto di fargli ripetere la terribile frase ogni volta che entravo in cucina, giacché il maggiordomo godeva, quasi come allo spavento della collega, a far vedere al suo padrone che lui, quantunque ex ortolano di Combray e semplice maggiordomo, ma peraltro buon francese secondo la regola di Sant’Andrea dei Campi, aveva acquisito il diritto, dalla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, di dire ‘sagliente’ in perfetta indipendenza, e di non lasciarsi mettere il piede sul collo su un punto non inerente al suo servizio e su cui, perciò, dopo la Rivoluzione francese, nessuno avrebbe potuto trovar da ridire, essendo egli un mio eguale. Ebbi dunque il dispiacere di sentirlo parlare a Françoise d’un’operazione dal gran sagliente, con una insistenza destinata a dimostrarmi come tale pronuncia fosse effetto non d’ignoranza, ma di ponderata e maturata determinazione.

 

L’episodio è senza dubbio divertente e inoltre è narrato con affettuosa bonarietà, ma la psicologia che esso descrive è maligna, e riflette in pieno la mentalità egualitaria della società moderna, secondo la quale nessuno deve permettersi di essere più intelligente, di avere una maggiore cultura, di sapere più cose o di saperle dire o fare meglio di chiunque altro, perché ciò sarebbe un attentato contro laDichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e urterebbe i principi fondamentali della Rivoluzione francese, della democrazia, dell’antifascismo (almeno, per parecchi decenni si diceva così), e insomma di tutto il bagaglio del poltically correct, che oggi si declina sul versante ideologico, ma anche linguistico, più che mai altisonante, del femminismo, dell’omosessualismo, dell’immigrazionismo, eccetera, eccetera. Ed è una psicologia maligna perché presuppone il rancore sociale e personale come atto fondamentale dell’io: laddove le persone non cercano di elevarsi, di perfezionarsi, non cercano, per esempio, di correggere un errore della propria conoscenza, o della propria pronuncia; no, pretendono di ribadire il proprio errore, ostentando la convinzione che esso è “giusto”, in nome dell’egualitarismo sancito dalla cultura e dalla legislazione democratiche. E di ciò abbiamo degli esempi, più o meno incresciosi, più o meno balordi, più o meno folli, ogni giorno, ogni minuto e in ogni situazione e contesto immaginabili. Logico: se viviamo in una società di uguali; se abbiamo combattuto per la libertà e per la giustizia; se la giustizia consiste nell’essere uguali e nel poter dire e fare quel che si vuole, come si permette, quel signore lì, con la sua aria saccente e aristocratica, di correggere una pronuncia sbagliata, una informazione erronea o inesatta? Crede forse di essere da più degli altri? Ed ecco la radice maligna di questa forma mentis: identificare quel che si dice e quel che si fa, giusto o sbagliato, con il proprio essere tout-court, e quindi con il proprio valore in quanto persona. Più o meno come coloro i quali si arrabbiano quando si trovano al volante dell’automobile e vengono sorpassati: perché ritengono che ad essere sorpassata non sia la loro automobile, ma la loro persona, e giudicano ciò un insulto intollerabile, se possibile da lavare nel sangue dell’ignobile offensore.

Si può dire che tutto il mondo moderno è una rivolta, rancorosa e vendicativa, contro l’eccellenza,  contro ciò che è aristocratico, nel senso etimologico della parola: contro le cose e le persone migliori. Tutta la civiltà moderna si fonda sopra una gigantesca operazione di abbassamento, d’impoverimento, d’involgarimento: è una lotta costante, senza tregua e senza quartiere, contro ciò che è meglio, da parte di ciò che è peggio: della stupidità contro intelligenza, dell’ignoranza contro il sapere, del vizio contro la virtù, del brutto (o dell’orrido) contro il bello, del dozzinale contro il raffinato, del kitsch contro l’autentico, del volgare contro il distinto; soprattutto, dell’apparire contro l’essere, e della menzogna contro la verità. E affinché l’intelligenza, il sapere, la virtù, la bellezza, la verità, non possano neanche tentare una controffensiva, la cultura moderna ha affermato, ribadito, e torna continuamente a ripetere, in modo che entri ben bene in tutti i crani, anche nei più refrattari, l’idea che non esistono né l’intelligenza, né il sapere, né la virtù (questa, poi!…), né la bellezza, né la verità, intese in senso assoluto, ma solo in senso soggettivo, cioè come personali atteggiamenti e stati d’animo, peraltro mutevoli (altrimenti, che libertà sarebbe?). Per raggiungere questo stupendo risultato, si sono coalizzate tutte le forze della modernità: la psicanalisi e la televisione, il marxismo e le discoteche, il decostruttivismo e la letteratura: e, a forza di battere e ribattere, sono ormai giunte quasi al coronamento dei loro sforzi incessanti. Ancora un poco, e la bellezza degli escrementi sarà equiparata alla Gioconda di Leonardo, lo splendore d’una discarica a cielo aperto sarà proclamato uguale a quello di una sinfonia di Mozart, e la discesa nei gorghi del piacere pederastico avrà il medesimo valore catartico del viaggio di Dante nellaDivina Commedia. Così, finalmente, non ci saranno più fastidiosi aristocratici che pretendono di correggere la pronuncia di un maggiordomo…

 

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