Qual è l’idea-forza della nostra civiltà?

di Francesco Lamendola del 08-08-2017

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Una civiltà, per sussistere, deve avere una idea-forza: un mito, se si vuole; capace, comunque, di incarnare una grande idea spirituale, perché con le cose materiali si può mandare avanti una fabbrica o una caserma (la seconda già assai meno della prima), e per un tempo molto limitato, ma per mandare avanti una civiltà, per infonderle vigore e giovinezza, perché i suoi figli possano guardare alla vita con fierezza e serenità, è necessaria la forza dello spirito.

Se consideriamo le varie civiltà che si sono succedute nel corso della storia umana, sempre riscontriamo in ciascuna di esse la presenza d’un tale mito, d’una tale idea-forza; e quanto più l’idea forza è stata grande, nel senso di universale e nel senso di saper scendere nelle pieghe più profonde dell’animo umano, tanto più quella civiltà è stata in grado di sfidare tutte le avversità e di prolungare la sua esistenza nel corso dei secoli, perfino dei millenni. Sono le cose che volano basso, a durare poco: e non è detto che un alto grado di benessere materiale o di sviluppo tecnologico valgano a prolungare la vita di una civiltà, se l’idea-forza su cui si regge è debole, o se si è fatalmente indebolita. Dall’idea-forza, infatti, trarre alimento l’energia morale che spinge i suoi membri a credere, sperare e lottare, e non solo per sopravvivere e per assicurare la sopravvivenza della propria famiglia, ma per condividere con i loro simili il senso del destino che li accomuna, e per cercare in sé le risorse per non piegare le ginocchia davanti alle forze ostili – terremoti, pestilenze, guerre disastrose, perfino cambiamento climatici – e per rispondere ai colpi con un’impennata di orgoglio, con un atto di fede nel domani. L’idea-forza, pertanto, ha, in se stessa, una valenza religiosa, quando non è, in tutto e per tutto, una idea religiosa: nessuna civiltà materialista è in grado di elaborare una vera idea-forza, e la storia moderna ne dà ampia dimostrazione. Progresso, Ragione, Sviluppo, Diritti, Benessere: nessuna di queste idee è mai riuscita a diventare una idea-forza; nessuna è mai stata capace di mobilitare tutte le risorse di un popolo, o di un gruppo di popoli, in maniera da creare una sinergia fra i cittadini, e non un conflitto perenne e disordinato di ciascuno contro tutti gli altri.

La civiltà dalla quale proveniamo, e in cui affondano le nostre radici, è la civiltà cristiana, che, per ragioni cronologiche e pratiche, possiamo anche chiamare, senz’altro, civiltà medievale; anche se la parola stessa “medioevo”, inventata da coloro che non l’avevano capita e che la volevamo sminuire, si presta male a rendere l’idea della pienezza spirituale che essa è stata in grado di sviluppare in milioni di persone in tutto il nostro continente, e per un tempo tanto lungo. A sua volta, la civiltà cristiana ha potuto avvalersi delle solide basi culturali, giuridiche, morali, sviluppate dalla civiltà precedente, quella greco-romana, beninteso dopo averla depurata di quanto era con essa incompatibile, come un certo gusto per la crudeltà e l’assoluto disprezzo per la vita umana, e aver incanalato parte delle sue energie verso fini con essa compatibili. Subito dopo, essa dovette affrontare la sfida più grande di tutte; doppia sfida, anzi: sul piano religioso, il dilagare dell’eresia, e specialmente dell’eresia ariana, che, se vittoriosa, avrebbe radicalmente stravolto il senso stesso del cristianesimo (per non parlare dei rapporto fra Chiesa e autorità statale); e la migrazione dei popoli germanici, poi di quelli slavi e infine turco-mongoli, che distrusse l’Impero di Occidente e, mille anni dopo, anche quello d’Oriente, ma che essa riuscì o a convertire ed assimilare, trasformandoli in validi difensori, o a respingere, tenendoli a bada per mezzo di lotte secolari, ma, più ancora, di una continua e feconda mobilitazione spirituale. In fondo, sapere che alle porte dell’Europa, anzi, a un certo punto, proprio nel cuore dell’Europa, era presente e sempre pronta a scattare la minaccia del turco musulmano, ha indotto gli europei ad approfondire la coscienza di sé, della propria identità, dei propri valori, e a cercare conforto e speranza in un rinnovato atto di fede nella religione dei loro padri. Questo ha fatto grande l’Europa e questo le ha dato la capacità di sopravvivere, parando e neutralizzando tutte le  minacce. Le vittorie difensive di Lepanto e Vienna non sarebbero state possibili senza questo vivo clima spirituale, com’era accaduto nove secoli prima, sui campi di Poitiers e davanti alle mura di Costantinopoli.

Ha scritto, con acume, il saggista francese Charles Dufay nel suo libro L’eredità di Roma (che fa parte dell’ampia opera in diciotto volumi Storia moderna di Roma antica, Ginevra, Edizioni Ferni, 1974, pp. 236-238):

 

[…] se Roma non è morta, se essa si è potuta conservare, è solo perché si è trasformata, è solo perché è stata capace di continuare su di un nuovo pianola sua vicenda.

Questa continuità di Roma, dell’IDEA di Roma, è del resto il fattore principale che spiega la nascita dell’Europa moderna attraverso i molteplici grovigli di fatti che costituiscono il Medioevo..

Da questo punto di vista, allora, Scipione non ebbe ragione del tutto, perché se Alarico e Genserico e altri ancora poterono effettivamente contemplare la città eterna ai loro piedi, sconfitta, distrutta, umiliata, nessuno ne poté spegnere lo spirito. Tutto ciò che seguì al grande tonfo dell’impero d’Occidente  non fu un’azione accanita per cancellare il passato e per fare altrimenti di ciò che Roma aveva fatto; anzi, al contrario, fu un continuo darsi da fare per raccogliere, e far propria, e rivendicare, contro tutto e contro tutti, e cioè contro coloro che si sforzavano di fare altrettanto, la grande EREDITÀ DI ROMA.

Su tale eredità, sull’idea di Roma, come ha scritto Eugenio Dupré Theseider, puntarono in molti: “tanto il papato e l’Impero quanto il popolo romano, salvo che ogni volta il significato di essa veniva accomodato alle peculiari esigenze di chi se ne valeva. È così che Roma, Papato e Impero formano nel Medioevo una sorta di trinomio, un sistema politico-ideale soggetto a variazioni di tensione interna del più alto interesse, in rapporto ad avvenimenti che trascendono, da un lato, l’ambito ristretto delle mura e delle colline di Roma, ma dall’altro vi confluiscono come in un punto focale, vi si intrecciano, vi trovano una temporanea soluzione o gli inizi di nuovi sviluppi” (Eugenio Dupré Theseider [Rieti, 22 marzo 1898-Le Foci, isola d’Elba, 21 settembre 1975, storico italiano], “L’idea imperiale di Roma nella tradizione del Medioevo”, Milano, 1942, p. 17).

È di tale eredità che si tratta, in fondo, nella contesa fra i Longobardi di Desiderio e i Franchi di Carlo Magno; è di tale eredità che, contro papi non meno battaglieri, rivendicano il possesso gli Ottoni della casa di Sassonia, gli Enrichi della casa di Franconia, i Federichi della casa di Svevia e di Lussemburgo; è ancora tale eredità che è in gioco nella contesa dei comuni contro l’impero. Infine: è ancora tale eredità, e nel modo più stringente e legittimo, che viene difesa, protetta, potenziata a Costantinopoli, là dove Roma e il suo impero non cessarono né nel 476 né ne per molti e molti secoli ancora.

L’idea di Roma, la sua eredità spirituale, è dunque, come dice ancora il Dupré Theseider, un grande mito, un’IDEA-FORZA. Anzi: essa è l’idea-forza di tutto il Medioevo.

Né col Medioevo essa si esaurisce del tutto, poiché continuerà ad ispirare ogni impero moderno che abbia la pretesa di conseguire valore e significato universali, e cioè legittimità morale, spirituale, civile, giuridica. Si pensi agli ideali dell’impero spagnolo di Carlo V o a quelli che ressero, sino addirittura al 1848, se non al 1918, l’impero asburgico; per non parlare dei sogni napoleonici e della Francia rivoluzionaria. In ognuno di questi episodi Roma, in un modo o in un altro, come repubblica o come impero, fu presente; ad essa ancora e sempre ci si richiama, come al modello del potere legittimo e buono.

Il che significa, a nostro avviso, una cosa: che l’idea dello Stato, inteso come unione civile di tutti gli uomini fondata sulle leggi piuttosto che sulla forza, dello Stato come “civica universalis” eterna, senza preclusioni di razza o di stirpe, di tempo o di spazio, di fattori o di circostanze, è una creazione del genio latino. Qualcosa che prima di Roma il mondo non conobbe e non vide e che dopo Roma difficilmente potrà dimenticare.

 

Già da queste condivisibili osservazioni si comprende quanto ottusa e preconcetta sia stata la radicale incomprensione della civiltà cristiana da parte degli storici illuministi, Edward Gibbon in tesa; il quale, nella sua monumentale Storia della decadenza e caduta dell’Impero Romano, concludeva con la storica frase: Ho descritto il trionfo della barbarie e della religione. E non aveva capito, dopo aver studiato il problema per tutta la vita e aver scritto migliaia e migliaia di pagine, che la barbarie e la religione, ossia i Germani invasori, da un lato, e i cristiani che rifiutarono gli dei della tradizione, dall’altro, non distrussero l’impero di Roma se non per rifondarlo su basi nuove. La verità è che il cristianesimo e il germanesimo sono state le due forze che hanno assicurato a Roma, fatto unico nella storia mondiale, una seconda vita, ancor più longeva e gloriosa della prima, che già era stata eccezionale: qualcosa come millecinquecento anni di rinnovata civiltà, di rinnovato slancio spirituale, che permisero agli europei di vivere con un senso di identità, di appartenenza, di orgoglio per se stessi, per ciò che erano e per ciò da cui provenivano; mentre gli europei moderni non hanno più fierezza, né orgoglio, né consapevolezza di sé, né identità, né radici, nulla insomma di ciò che forma una civiltà propriamente detta.

Sorge perciò, inevitabile, la domanda: qual è l’idea-forza sulla quale si regge la nostra civiltà, ossia la civiltà moderna? La civiltà moderna nasce da un atto di consapevole ribellione contro la civiltà cristiana: le sue basi sono state gettate dai grandi banchieri del XVI secolo, dagli scienziati del XVII e dai filosofi del XVIII. I Fugger, Galilei e Voltaire ne sono i padri fondatori; tutto quel che è venuto dopo, il liberalismo, la Rivoluzione francese, la Rivoluzione industriale, la democrazia, il comunismo, il radicalismo, e soprattutto la massoneria, non è stato che lo sviluppo, sempre più coerente, sempre più implacabile, di quelle premesse. Ora essa si configura come una sorta di totalitarismo democratico, dominato dalla finanza speculativa e proteso alla ricerca di un dominio sempre più sofisticato sulle cose, mediante la tecnologia informatica, che rischia di essere, però, anche la causa principale dell’incretinimento delle persone e del corto circuito che ha portato al crollo della natalità e alla crisi generale di tutti i valori, con il conseguente affievolimento degli orizzonti di speranza e di fiducia nel domani. Il cittadino moderno è un individuo tipicamente isolato, tipicamente narcisista, ultra-individualista, viziato dalla tecnica, ma ansioso, insicuro, nevrotico, perennemente scontento e perennemente proteso alla rivendicazione di sempre nuovi diritti, compreso quello di cambiare sesso, di farsi chiamare uomo o donna a suo talento e di poter usufruire della toilette per maschi o per femmine, secondo il suo insindacabile giudizio personale; e questo dopo aver ottenuto il diritto di lasciare la propria famiglia quando vuole, e di sopprimere un figlio in arrivo in tutta libertà, e a spese della sanità pubblica. Sarebbe più esatto, quindi, non parlare di civiltà modèrna, ma di contro-civiltà: perché essa, per la prima volta  nella storia, è nata da una rivolta contro la civiltà e pratica una sistematica contro-educazione dei suoi membri, quasi una emblematica contro-iniziazione, fatta d’ignoranza delle proprie radici, di disprezzo della propria tradizione e di rifiuto di tutti i valori consolidati, che li rende sempre più inadatti al vivere sociale e sempre più fragili e spaventati anche come singole persone.

E qui arriviamo al cuore del discorso. La civiltà cristiana ha letteralmente creato il concetto di persona, che prima non esisteva. Prima, era lecito vendere, comprare, stuprare, torturare, uccidere e dare in pasto alle belve (anche per semplice divertimento) degli esseri umani, perché non esisteva il concetto di persona, e il valore di un essere umano dipendeva dalla stirpe, dalla classe, dalla condizione economica e sociale; per cui lo schiavo, ad esempio, non era neppure considerato un uomo nel pieno senso della parola. Grazie al concetto di persona, legata al Dio personale, mediante un rapporto personale, il cristianesimo ha fatto fare all’umanità un immenso progresso spirituale e l’ha messa in grado di costruire una civiltà duratura. Poi, però, i fondatori della civiltà moderna hanno ripreso il concetto di persona, ma staccandolo dalla relazione con Dio, sicché ne hanno reciso anche la relazione fraterna con gli altri esseri umani; e la persona, così mutilata, è divenuta una scheggia impazzita, assetata di dominio, sia sui propri simili che sugli altri esseri viventi e sulle cose; un idolo auto-innalzatosi, e smanioso d’imporsi su tutto e su tutti, di farsi regola dell’universo intero; ma, al tempo stesso, così spaventato della propria finitezza, che trema al solo sentir nominare la parola morte. La civiltà moderna si regge sul delirio edonista e narcisista di un piacere illimitato: frigoriferi pieni, prolungata giovinezza e sesso a volontà sono i suoi massimi traguardi. In realtà, si tratta di fumo negli occhi delle moltitudini, secondo un preciso disegno di pochissimi, i quali, nell’ombra, muovono il teatrino del mondo. Siamo giunti, così, al bivio: o tornare a Dio, o perire…

 

Del 08 Agosto 2017

 

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