O.N.G.: chi sono e da dove vengono?

di Francesco Lamendola del 08-08-2017

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Abbiamo sempre sostenuto che il buonismo non è solo una degenerazione della bontà, ma il suo radicale capovolgimento, perché, di fatto, oscurando la nozione del male e promuovendo tutto e tutti al rango di buoni, o di meritevoli di bontà, avvantaggia i malvagi e sfrutta la buona fede degli ingenui per mantenere i fannulloni, i furbastri, i disonesti, insomma i peggiori, purché sappiano recitare passabilmente la parte delle vittime di un ingiusto destino, del quale siamo tutti, soprattutto i buoni, in qualche modo responsabili. Insomma, il buonismo corrisponde allo sfruttamento pianificato del senso di colpa che una società come la nostra, “liquida” e piena di contraddizioni, necessariamente alimenta, generando equivoci e disagi a non finire. Quando, per esempio, mentre siamo seduti a tavola, una organizzazione umanitaria ci spara in faccia, attraverso lo schermo del televisore, le immagini di bambini disidratati e denutriti, e c’informa, con tono accusatorio, che quei bambini moriranno entro pochi giorni o poche ore, se noi non ci affretteremo a spedire del denaro, mandandoci il boccone di traverso e facendoci sentire delle persone orribili, egoiste, indifferenti, dei mostri, degli assassini o, come minimo, dei compici di un genocidio della Ricchezza contro la Povertà (anche se siano persone che a stento portano a casa uno stipendio sufficiente a mantenere la famiglia), viene messa in scena una tipica operazione buonista, un misto di ricatto morale e di egualitarismo e terzomondismo giacobino, rancido e andato a male.

Eppure, il buonismo non è solo questo, non solo ideologia: crederlo, sarebbe ingenuità. Il buonismo è anche un’industria, una società per azioni dai lauti dividendi; una torta di pubblico denaro che fa venir l’acquolina in bocca a molti, a troppi. Attenzione: non stiamo dicendo che tutte le persone che operano nel campo della solidarietà, nazionale o internazionale, sono affiliate o colluse con questa trista congrega di farabutti; ci mancherebbe altro. Ci sono molti idealisti e moltissime belle persone, moltissimi giovani entusiasti e generosi, pieni di amore per il prossimo e desiderosi di fare qualcosa di buono per i meno fortunati. A loro va tutto il nostro rispetto, anzi, la nostra ammirazione. Però, ripetiamo, sarebbe da ingenui voler credere che siano tutti così. No: esiste un fiorente sottobosco di malaffare, di interessi ambigui, di personaggi discutibili, di finalità non dichiarate, comunque diverse da quelle per cui sono stati chiesti e ottenuti i finanziamenti pubblici. Ad esempio, le organizzazioni non governative che vanno a imbarcare i migranti africani fin davanti alle coste della Libia, li trasbordano su altre navi e ritornano al precedente lavoro, d’accordo con gli scafisti, anche se non prendessero un centesimo, sarebbero comunque colpevoli di agire in spregio alle norme internazionali e, soprattutto, in spregio alla verità: sono delle agenzie di auto-invasione dell’Italia, e, in prospettiva, del’Europa, che ritengono giusto trasferire enormi masse di popolazioni dall’Africa sulla sponda nord del Mediterraneo, per delle loro convinzioni ideologiche (giuste, sbagliate: affari loro), comunque non perché il loro reale intento sia quello di salvare dal pericolo dell’annegamento i viaggiatori clandestini. Infatti, non soccorrono delle imbarcazioni in pericolo; le loro navi si accostano a delle imbarcazioni che si sono appena staccate dai moli, prendono a bordo le persone, restituiscono i gommoni perché gli scafisti possano far salire a bordo un’altra ondata di persone. E così di seguito, all’infinito, da settimane, da mesi, da anni. Con il nostro denaro e con gli elogi dello Stato, della Chiesa, degli organi d’informazione e dell’opinione pubblica. Almeno, fino a quando il gioco non ha cominciato ad essere troppo scoperto per non tradirsi.

La recentissima vicenda del sequestro della nave Iuventa, appartenente alla organizzazione non governativa tedesca Jugend Rettet per il “soccorso dei naufraghi” nelle acque del Mediterraneo centrale, da pare della procura di Trapani, con l’accusa di aver supportato oggettivamente e deliberatamente l’opera degli scafisti, addirittura restituendo loro gommoni e altre imbarcazioni minori dopo il trasbordo dei sedicenti profughi, ha permesso di sollevare un lembo della pesantissima coltre che, da sempre, cioè fin dalla loro nascita, copriva le attività delle organizzazioni non governative. In realtà, era il segreto di Pulcinella, e tutti, nel settore, sapevano benissimo come vadano in realtà le cose, non solo riguardo alle strane manovre delle navi “umanitarie” nelle acque del Mediterraneo, e al loro instancabile andirivieni fra la Libia e i porti italiani, ma anche in decine e centinaia di altri ambiti e di altri “progetti”.Progetto, infatti, è la parola magica che dischiude tutte le porte, scioglie tutte le diffidenze, e, soprattutto, apre tutti i portafogli (statali e governativi!) in questi tempi grami di ristagno e di crisi economica. Si costituisce una organizzazione non governative, si richiede e ottiene il riconoscimento dagli aborriti e inefficienti governi, poi si presenta un progetto su questa o quella cosa, per esempio per sensibilizzare le persone alle tematiche del razzismo, della siccità nel Sahel, dei legami tribali e familiari nell’Africa sub sahariana; non importa se è un progetto operativo, e se è realistico (poi magari si scopre che, in quel tal Paese del Terzo Mondo, non ci sono i tecnici per far funzionare una certa struttura idrica, o sanitaria, o industriale), o se si tratta di parole, di chiacchiere, di convegni, conferenze, tavole rotonde, simposi e via dicendo: poi si bussa a quattrini. Che arrivano, eccome se arrivano: e senza far troppe domande, senza chiarire bene a che cosa quei soldi serviranno, come verranno spesi, e chi saranno i veri beneficiari (si calcola che, mediamente, sì e no il 20% dei finanziamenti giunga direttamente alle popolazioni interessate). La cosa funziona in questo modo, perché non si spara sulla Croce Rossa, né si fanno domande a chi dice di voler aiutare i bambini denutriti della Somalia.

Se n’era accorto, fra i pochi, Mario Giordano, che quattordici anni fa scriveva nel suo saggio Attenti ai buoni. Truffe e bugie nascoste dietro la solidarietà (Milano, Mondadori, 2003, pp. 187-190):

 

Le organizzazioni non governative nascono quasi tutte negli anni Settanta. Alla base ci sono la cultura internazionalista del movimento studentesco (formatasi sulla guerra in Vietnam), alcune spinte della cultura marxista (la mobilitazione per Cuba, l’Angola e il Mozambico) e alcuni spunti della cultura cattolica (la teologia della liberazione). In origine esse sono un’espressione della società civile, vanno a occupare gli spazi lasciati vuoti dallo Stato, tanto che la loro stessa definizione è “in negativo” (non governative). Per la verità oggi di “non governativo” è rimasto ben poco: le organizzazioni sono ormai dei veri colossi paragovernativi. E nelle loro mani passa il 65 per cento di tutto l’aiuto umanitario mondiale.

Nel 1979 le Ong in Italia erano appena 40. Oggi sono oltre 180. Centosessantasette sono quelle riunite nell’Associazione delle Ong, che è una specie di “parlamentino nazionale”. Molte di loro poi sono radunate in federazioni (quasi dei sottogruppi). I principali sono Cocis (Coordinamento delle Organizzazioni non Governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, 27 associati), Cipsi (Comitato di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale, 30 associati) e Focsiv (Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontariato, 56 associati).

Le 167 organizzazioni impegnano oltre 3 mila volontari che operano in Italia, i 200 mila soci e gli innumerevoli donatori che ogni anno versano nelle casse della Aiuti Umanitari Italia S.p.A. la bellezza di 100 milioni di euro, cioè circa 200 miliardi di vecchie lire. Perlopiù vengono girati in Africa (circa 60 miliardi l’ano), ma ultimamente tira molto anche l’Asia, grazie alla ripresa dell’Afghanistan.

Non sempre, per la verità, i soldi consegnati alle Ong vengono spesi nell’interesse dei poveri, come denuncia Andree Katter, parroco di Lungi, in Sierra leone: “La gente qui vede i membri delle Ong che se ne vanno in spiaggia a sollazzarsi negli orari d’ufficio e per buona parte del tempo scorrazzano di qua e di là a bordo delle loro Toyota. E allora mi chiedo: se spendi tutti quei soldi in automobili, che osa rimane per la gente? Perché se sei al servizio della gente comune devi tenere uno standard che tenti almeno un po’ di avvicinarsi a quello di coloro con cui interagisci. Se vieni qui vantando grandi progetti altruisti e poi sprechi denaro utile a realizzarli per vive nel lusso… allora hai fallito l’obiettivo”.

Ma la denuncia, trasmessa anch’essa durante la puntata di “Report” del 22 ottobre 2002, non piace al “parlamentino delle organizzazioni non governative”. “Le Ong si sono viste trascinate in illazioni e allusioni che danneggiano l’immagine, le motivazioni e la professionalità dei singoli organismi, delle persone che vi lavorano e dea comunità non governativa nel suo insieme” scrive il portavoce dell’organizzazione in una lettera aperta all’allora presidente della Rai Antonio Baldassarre. “Purtroppo” risponde la Gabanelli “ci sono argomenti ancora intoccabili  in questo paese. Ma se un vescovo prende i soldi per fare un ospedale e poi ci costruisce una cattedrale o se un’organizzazione chiede fondi per occuparsi di migliaia di bambini–soldato che non ci sono più, mi sembra giusto denunciarlo”. […]

Ma certo che è giusto. Ha ragione Milena Gabanelli: bisogna denunciare, senza tabù, quando c’è da denunciare. E per fortuna non siamo i soli a pensarla così: “Troppi soldi vengono utilizzati non per dare un pesce a chi ha fame né per dargli una canna da pesa, ma per approfondire le tematiche del pesce e della canna in fluviali convegni”, scrive Gian Antonio Stella nel suo “Lo spreco” E cita poi alcuni degli aiuti girati dai fondi italiani per la cooperazione internazionale alle associazioni di volontari: 148 milioni di lire (76 mila euro) per studiare “le tecniche del gioco di ruolo nella sensibilizzazione antirazzista”; 90 milioni di lire (46 mila euro) per la pubblicazione di una rubrica mensile di lotta al razzismo e per i lancio di un concorso nazionale su periodici giovani; 137 milioni di lire (70 mila euro) per il progetto”Il nero del bianco: immagini dei neri e dei meticci nella cultura popolar occidentale”; 123 milioni di lire (63 mila euro)  per il progetto “Donne mediterranee”; 61 milioni di lire (31 mila euro) per il progetto: “Conoscere i Curdi: la realtà del Nord Iraq e i suoi protagonisti”; 54 milioni (27 mila euro) per “Roma / quarta circoscrizione: quartiere del mondo”; e infine 29 milioni di lire (15 mila euro) per un appassionante dibattito sul tema “Modelli familiari multietnici a confronto nella realtà marchigiana” (cui ci auguriamo siano seguiti – ma di ciò non esiste riscontro negli archivi – altrettanto appassionanti dibattiti su “Modelli familiari multietnici a confronto nella realtà abruzzese” e su “Modelli familiari multietnici a confronto nella realtà valdostana”). Oltre ai generatori dell’Ansaldo, alle partite di scarponi numero 46 per i piccoli campesinos boliviani, alle tecnologie del mattatoio di Mogadiscio costato 12 miliardi di oggi e mai aperto perché era tutto troppo sofisticato per la manutenzione locale” scrive Stella “abbiamo infatti sempre esportato immense e quantità di parole. Soprattutto attraverso un gruppetto di soggetti che, vista la torta, si sono fatti avanti per averne una fetta.”…

 

Dicevamo che il segreto (di Pulcinella) consiste nel presentare un progetto, parola magica che funge da passepartout. Ciò vale per tutte le realtà in cui esiste una disponibilità di denaro pubblico, anche minima. Vale per l’assistenza ai rom della capitale e vale per lo smaltimento dei rifiuti, anche se serve a coprire perfino operazioni sporche, come la fornitura di armi clandestine ai ribelli albanesi del Kosovo, quando si trattava di preparare la guerra contro la Serbia di Milosevic nel 1999. Perfino nell’ambito scolastico, specie da quando le scuole devono arrangiarsi con la cosiddetta autonomia finanziaria, funziona così: un professore presenta un progetto, il collegio lo approva e i soldini arrivano. Che c’è di male, in tutto questo? Niente. Salvo che l’attività principale dei professori, a nostro (antiquato) modo di vedere, dovrebbe essere quella di far bene la loro lezione in classe, più che di far progetti chiamando esperti e organizzando iniziative d’ogni genere; e, inoltre, che in una scuola dove non ci sono i soldi per acquistare la carta igienica, forse la precedenza andrebbe data a questo tipo di spese. E non vogliamo dire, con questo, che tutti i professori che si fanno promotori di progetti scolastici siano dei furboni che vanno a caccia di denaro (per il progetto stesso, ma anche per le ore che essi vi hanno dedicato…); al contrario, vale lo stesso discorso fatto prima: molti sono dei nobili idealisti, sinceramente interessati a offre agli studenti qualcosa di nuovo e di diverso. Il problema non è che vi siano troppi progetti, ma la distorsione mentale e culturale che deriva dalla loro enfatizzazione, oltretutto a scapito delle attività “normali”. Tornando alle organizzazioni non governative, ci sembra troppo comodo, anche da un punto di vista etico, proclamarsi non governativi e poi chiedere il finanziamento dei governi: così si mantiene la propria autonomia d’azione, ma si è sollevati dal rischio economico. In tal modo si arriva all’assurdo di organizzazioni non governative che pretendono di operare, nel Mediterraneo, rifiutando le regole proposte dal governo italiano, dopo aver riscosso il denaro dello Stato italiano (e anche di altri governi) e scaricando sempre più ingenti masse umane nei porti dell’Italia. Davvero, è un po’ troppo comodo…

 

Del 05 Agosto 2017

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