Solidarietà, diritti e integrazione: le parole-truffa

di Francesco Lamendola del 28-09-2017

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Ci sono tre parole che sono sempre in bocca ai progressisti e, in particolare, agli immigrazionisti (le due cose pressoché si equivalgono): solidarietà, diritti e integrazione. Sono tre parole magiche: basta pronunciarle per veder dipingersi un sorriso radioso sul volto della signora Fedeli, della signora Boldrini, del presidente Mattarella, di monsignor Galantino, di monsignor Perego (quest’ultimo, particolarmente generoso, ne aggiunge una quarta di tasca sua: il meticciato quale futuro degli italiani), di papa Francesco, e anche, guarda caso, di George Soros e di altre personalità internazionali forse non propriamente del tutto filantropiche, vista la dimensione planetaria dei loro affari ed interessi finanziari. Per farcene un’idea più precisa, sfogliamo un libro di storia (di storia!) ad uso delle superiori, uno scelto a caso; poiché la disciplina “storia” è stata individuata da qualcuno come canale privilegiato d’indottrinamento immigrazionista, semplicemente ampliandola ad includere dei vaghi Percorsi di cittadinanza, i quali dovrebbero servire a predisporre le menti dei giovani a considerare come cosa assolutamente normale e naturale, anzi, benefica e meritoria, l’invasione in corso dell’Italia, e la sostituzione della sua popolazione con popolazioni di provenienza africana e asiatica, mascherata da immigrazione, magari anche favorita per ragioni altamente umanitarie. Dunque, uno a caso, e neanche dei peggiori, anzi, a nostro parere, più che discreto per quel che riguarda la parte di sua vera competenza, cioè quella strettamente storica; e vediamo cosa dice in proposito (da: Luciano Marisaldi, Ecumene. La storia e i luoghi dell’uomo, Bologna, Zanichelli Editore, 2016, vol. 2, Impero romano e alto Medioevo, pp. 224-225):

L’integrazione sociale e culturale è un processo lungo, fatto di relazioni fra i migranti e la comunità nella quale vanno a inserirsi. Le politiche migratorie degli stati possono favorire l’integrazione facilitando, per esempio, l’inserimento scolastico, garantendo l’accesso ai servizi sociali (per esempio, alle graduatorie comunali per le case popolari), accelerando le procedure per il ricongiungimento familiare. Non tutti i paesi però adottano legislazioni che facilitano l’integrazione. Nei paesi del Golfo, per esempio, il lavoratore straniero dispone solo di permessi temporanei e l’immigrazione definitiva è scoraggiata. In Europa, generalmente, l’integrazione è vista come un obiettivo da raggiungere, anche perché è ormai chiaro il valore economico e demografico dell’immigrazione.

Dunque: l’immigrazione, se vogliamo chiamarla così, o piuttosto l’invasione mascherata di stranieri in Italia e in Europa, è un fatto naturale, inevitabile, del quale non vale la pena di chiedersi se possa essere accettata o meno dai cittadini dei Paesi “ospitanti”: l’unica cosa di cui si può discutere è non se, ma con quali politiche si favorisca l’integrazione, altro concetto inverosimile, fasullo e tutto da dimostrare, visto che i Paesi che si sono maggiormente impegnati in essa, come la Germania con gli immigrati turchi, dopo tre generazioni sono arrivati a gettare la spugna e ad ammettere che l’integrazione è come l’araba fenice, tutti ne parlano ma nessuno l’ha mai vista. Allora, i Paesi che sono destinatari dei flussi migratori possono favorire o no l’integrazione; se lo fanno sono buoni, intelligenti e simpatici; se non lo fanno sono brutti, stupidi e cattivi: ma soprattutto stupidi, perché, a quanto pare, è ormai chiaro il valore economico e demografico dell’immigrazione. Sarà chiaro per chi scrive simili cose, ma non per noi, e, crediamo, non per tantissimi altri. Dal punto di vista economico, è evidente che un Paese può avere un vantaggio ad accogliere quote molto consistenti d’immigrati stranieri se la sua economia è in espansione; se, viceversa, è in piena recessione, o se sta lentamente e faticosamente uscendo da una crisi devastante, come è il nostro caso, Dio solo sa quanto utile e vantaggioso, anzi, semplicemente quanto sensato, sia assecondare tali massicce immigrazioni. Dal punto di vista demografico, poi, certo che gli effetti sono evidenti: ma forse non tutti gli italiani sono d’accordo che milioni di stranieri, il cui alto tasso d’incremento contrasta in maniera stridente con il nostro crollo demografico, vengano a prendere il posto dei bambini italiani non nati, e dei numerosi italiani in età avanzata che fra dieci o quindici anni non ci saranno più. Ciò equivale a una sostituzione di popolazione: è questo il valore di cui si parla? Questo sarebbe un vantaggio: vedere l’Italia negrizzata, cioè trasformata in una provincia dell’Africa? Del resto, proprio il fatto che i Paesi del Golfo, con una economia ricchissima (per via del petrolio) e che professano la stessa religione degli immigrati, facciamo di tutto per scoraggiare l’immigrazione permanente, e non favoriscano affatto i ricongiungimento familiari, non è di per se stesso abbastanza eloquente? Ciò significa che l’immigrazione straniera, e sia pure con possibilità di offrire posti di lavoro e con una fede religiosa in comune, dai governanti di quei Paesi non è vista come un fatto positivo; che non la giudicano cosa normale e tanto meno, alla lunga, vantaggiosa. Utilizzano la mano d’opera che serve loro, nella misura e per il tempo che serve a loro, e poi rispediscono a casa gli stranieri. Noi, che non abbiamo la possibilità di offrire molti posti di lavoro, e anzi, che abbiamo milioni di poveri italiani dei quali occuparci, e che non abbiamo in comune con gli stranieri proprio niente, né la lingua, né la cultura, e tanto meno la religione, dovremmo regolarci in maniera opposta, considerare gl’immigrati come una benedizione del cielo e spalancare le porte a quantitativi sempre più numerosi di stranieri? Qui c’è qualcosa che proprio non funziona, anche sul piano della logica più elementare. Ma andiamo avanti.

 

Uno dei principali indicatori dell’integrazione è l’equilibrio fra i sessi, segno del generalizzato ricongiungimento familiare. Questo avviene, in particolare, quando l’immigrato considera stabile la sua posizione di lavoro e desidera ricostituire qui la sua famiglia e, in prospettiva, di crescere e far studiare qui i suoi figli.

 

Il raggiunto equilibrio numerico fra i sessi sarebbe, dunque, uno dei principali indicatori dell’avvenuta integrazione (però, questi progressisti dovrebbero mettersi d’accordo fra di loro: i sessi esistono, sì o no? perché quando si parla d’immigrati e ricongiungimenti familiari, sembra di sì; quando invece  si parla dell’educazione gender nelle scuole, pare proprio di no). A sentire questa tesi, parrebbe che, se un immigrato chiede il ricongiungimento con la moglie e i figli, e intende farli studiare in Italia, ciò implichi che l’integrazione è felicemente avvenuta: ma non è vero affatto. Se la moglie dell’immigrato viene in Italia con il burqa, e se ne va col burqa per la strada; e se le sue figlie vanno a scuola con il velo che copre non solo i capelli, ma anche parte del viso; se costui non accetterebbe mai che si fidanzassero con dei ragazzi italiani, ma, al caso, le riempirebbe di botte, per far passare loro la voglia; e se in quella famiglia non si facesse alcuno sforzo per imparare l’italiano, al di fuori dello indispensabile per le necessità quotidiane; se non si mostrasse rispetto per la cultura italiana, né per la religione cristiana, che è, fino a prova contraria, e piaccia o non piaccia ai laicisti, ai radicali e ai massoni dell’establishment progressista, il cattolicesimo; e se, magari, si inneggiasse ai terroristi islamici che in continuazione riempiono di sangue le strade della città d’Europa: ebbene, di che diavolo d’integrazione stiamo parlando? Tuttavia, ammettiamo, per amore d’ipotesi, che non sia questo il caso; che molti degli stranieri i quali chiedono e ottengono il ricongiungimento coi loro familiari, siano ben disposti a integrarsi e, comunque, rispettosi delle nostre leggi e tradizioni; resta il fatto che ogni ricongiungimento significa una famiglia straniera in Italia, mentre prima c’era una persona sola; che il numero degli stranieri, anche grazie alle nuove nascite, crescerà sempre di più; e che sarà sempre più improbabile una eventuale politica italiana di rimpatri, o d’incoraggiamento ai rimpatri, qualora se ne presentasse la necessità, o fosse questa la volontà del popolo e del governo (ammesso che l’Italia sia ancora, almeno in parte, uno Stato sovrano; se no, possiamo anche risparmiarci la fatica di ragionare) e sempre più certa la prospettiva di un definitivo insediamento in Italia di masse crescenti di stranieri. E ancora:

 

Ogni popolo è portatore di una propria cultura che si manifesta in varie forme, per esempio nel modo di vestire, nelle abitudini alimentari, nelle espressioni religiose, nei rapporti fra uomo e donna. Per l’immigrato difendere la propria cultura è un modo per conservare la propria identità,. L’incontro e la conoscenza reciproca delle culture può essere un arricchimento per tutti.  Occorre però vincere i pregiudizi: che nessuno ritenga la propria civiltà superiore alle altre e che nessuno voglia imporre agli altri le proprie abitudini e usanze.

 

Proviamo a tradurre: l’immigrato, per difendere la propria identità, è normale che continui a vestire, nel Paese che lo ospita, come si usa nella sua patria; che continui a mangiare secondo la propria cucina tradizionale; e, naturalmente, che conservi le sue credenze religiose – ci mancherebbe altro! anche sgozzare l’agnello; ma l’integrazione, a questo punto, in che cosa consisterebbe? Di fatto, le strade delle nostre città sono letteralmente piene di stranieri che vanno in giro con i caffettani multicolori e le barbe lunghe, che riempiono l’aria di odore di aglio fritto ogni volta che cucinano, e che chiedono di aprire sempre più moschee o “centri culturali”, i quali altro non sono se non moschee travestite; gente che sovente guarda gli italiani con aria di sfida, come a dire: Vedrete, fra qualche anno, quando saremo più numerosi, chi sarà il padrone qui! Paranoie, esagerazioni? Non tanto, stando a quel che si legge, ogni santo giorno, sulle cronache dei giornali locali (i mass media hanno deciso di non parlare mai della criminalità degli stranieri, a meno che sia assolutamente inevitabile; ma, in compenso, di enfatizzare al massimo ogni più piccolo fatto positivo abbia per protagonista uno straniero, ad esempio un portafogli smarrito e prontamente restituito al legittimo proprietario). Conclusione politicamente corretta: bisogna combattere i pregiudizi, e tutto andrà per il verso giusto! L’importante è che nessuno ritenga la propria civiltà superiore alle altre e che nessuno voglia imporre agli altri le proprie abitudini e usanze. Questa posizione, che sembra così equilibrata e imparziale, ha il piccolo difetto di mettere sullo stesso piano il diritto alla propria identità del Paese ospitante, e quello delle persone ospitate. Che si sappia, è l’ospitato che deve adattarsi alle regole e alle usanze di colui che lo accoglie; se qualcuno chiede ospitalità a casa mia, se posso, gliela offro, ma sono io che stabiliscono a quali regola deve attenersi. Se c’è qualcuno che deve adattarsi, quello non sono io, ma è lui. Non solo: in casa mia, ho tutto il diritto di pensare che la mia casa sia, per me, la migliore del mondo; che non ce ne sia una migliore; e se chi ci entra come ospite si permette di denigrarla, o di offendermi in qualsiasi modo, ho tutto il diritto di metterlo alla porta. Così è sempre stato e così è giusto che sia: non è chi si presenta in casa d’altri che stabilisce le regole, ma è lui che deve attenersi alle regole che gli vengono fissate. Se la cosa non gli piace, nessuno lo trattiene: che se ne torni da dove è venuto. Se, per esempio, non gli garbano le donne al volante; se non approva i matrimoni misti; se lo disturbano il crocifisso, il presepio e i canti di Natale, quello è un problema suo, non nostro: non siamo noi che, per rispetto a lui, dobbiamo sacrificare le nostre usanze e mortificare la manifestazione delle nostre credenze; e se qualcuno di noi lo pensa – certe maestre, per esempio, e certi preti progressisti e di sinistra – beh, allora vuol dire che hanno segatura al posto del cervello, e, quel che è peggio, stanno creando i precedenti perché cresca, da parte degli stranieri, la richiesta di sempre nuovi diritti, e sempre più illegittimi, ciò che equivale a un danno e una umiliazione per tutti gli italiani. Ma quando mai un popolo, che è già tanto generoso da ospitare milioni di stranieri (almeno il dieci per cento della popolazione totale!), deve anche nascondere i simboli della sua identità, per compiacerli?

Da ultimo, l’indottrinamento finale, in cui la nota buonista tocca veramente l’apice:

 

La società italiana, come molte altre in tutto l’Occidente, sta diventando sempre più multietnica. Venire in contatto con esperienze diverse è fonte di ricchezza per tutti, italiani, “nuovi italiani”, stranieri residenti. Agli amici che vengono da lontano, l’Italia e gli italiani si presentano come un mondo da scoprire…

 

Poveri illusi: l’Italia non si presenta loro come un mondo da scoprire, infatti non mostrano alcun interesse per la sua storia, la sua arte, la sua civiltà, e disprezzano apertamente la sua religione; ma come un mondo da conquistare. E poiché queste cose sono sotto gli occhi di tutti, allora chi parla a quel modo non è nemmeno un povero illuso: sa bene quel che sta facendo, e ciò è ancora peggio…

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