Alle radici etiche della nostra crisi attuale

di Francesco Lamendola del 30-09-2017

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La cosiddetta civiltà moderna, o meglio, la contro-civiltà moderna nella quale ci è stato dato in sorte di vivere, all’insegna del relativismo e dei falsi miti del Progresso e della Scienza assolutizzati, è contraddistinta, oltre che da un declino intellettuale e da un evidente scadimento spirituale (il confronto con le generazioni immediatamente precedenti sarebbe impietoso, sia per ciò che riguarda la famiglia, sia per la scuola, sia per la sfera religiosa), anche da un sempre più pronunciato tracollo etico, causa, a sua volta, di mille e mille mali. In poche parole, il livello morale delle persone, e quindi delle loro azioni, si è tremendamente abbassato: vi è stato quasi un crollo. Non che i nostri genitori o i nostri nonni fossero tutti dei santi; avevano, però, il rispetto della santità; avevano ben chiara la distinzione fra il bene e il male; e, se facevano il male, sapevano di farlo, cioè sapevamo di stare sbagliando. Se venivano colti con le mani nel sacco, se venivano sorpresi a mentire, a imbrogliare, a barare, il più delle volte ammettevano la loro colpa e si assumevano la responsabilità del prezzo che avrebbero dovuto pagare per riabilitarsi. Non avevano la sfrontatezza di ribattere, sostenendo che quel che facevano era perfettamente lecito e giusto; non arrivavano neanche a immaginare che si possa agire in maniera scorretta, disonesta, menzognera, e pretendere, se del caso, di aver anche ragione, magari puntando il dito accusatore contro chi chiedeva loro di render conto delle proprie malefatte. Di più: quando una persona si squalificava moralmente, attorno a lei si faceva il vuoto: se era un commerciante, aveva smesso di far affari; se era un professionista, perdeva i clienti; se era un lavoratore, difficilmente trovava lavoro; se era uno che aveva chiesto un prestito e non lo restituiva, non trovava più credito; se erano un fidanzato o una fidanzata che venivano meno alla promessa matrimoniale, difficilmente trovavano una nuova occasione di fidanzarsi (a meno che se ne andassero via, dove nessuno li conosceva); se era un semplice padre di famiglia che si comportava male, si ubriacava, diventava violento, al bar non trovava più amici, i colleghi gli giravano alla larga; se era un peccatore, per ottenere l’assoluzione del sacerdote doveva mostrarsi pentito e contrito, altrimenti veniva invitato a ritornare in confessionale un’altra volta, ma con migliori disposizioni di spirito; se era un bambino che aveva mentito, o rubato qualcosa, o che non combinava nulla di buono a scuola, veniva castigato, e il castigo, insieme all’umiliazione patita, gli facevano passare la voglia di ripetere la cattiva impresa. Questo significa che la società, nel suo complesso, era sana: aveva la capacità di proteggersi, di auto-rigenerarsi, di espellere da sé le mele marce, o di pretendere che si ravvedessero. La società non praticava la generosità all’ingrosso: la stima e la fiducia degli altri, bisognava guadagnarsele; le promesse senza i fatti, valevano zero; i bei discorsi erano tenuti in scarsa considerazione, se non erano accompagnati dalle azioni coerenti e quotidiane. Una rondine non faceva primavera: le persone erano giudicate sul lungo periodo, un bel voto non bastava a meritare un premio o un regalo, ci voleva la promozione, e una carezza o un complimento non bastavano a incantare una sposa o uno sposo, ci volevano il rispetto e la fedeltà coniugali nel corso del tempo, giorno dopo giorno. Se un ragazzo voleva mostrarsi degno di fidanzarsi con una ragazza, metteva nel conto che i futuri suoceri avrebbero voluto prendere informazioni su di lui e osservarlo per un periodo di tempo non troppo breve, in modo da farsi un’idea precisa del suo carattere, della sua serietà, della sua affidabilità: perché mettere su una famiglia fondata sul matrimonio (fra un uomo e una donna, s’intende: non fra due persone dello stesso sesso) era considerata una cosa estremamente seria, la famiglia essendo vista, e perfettamente a ragione, come la base di tutto.

Oggi, e la cosa è sotto gli occhi di tutti, la dimensione etica sta attraversando una crisi gravissima. Agire bene, nel rispetto della norma morale, non è più una priorità, non è nemmeno un virtù; in certi casi, è considerato persino un difetto: quello che conta è arrivare al successo, a qualunque costo, al successo e al denaro, al potere, al piacere sessuale. A pochi interessa sapere se chi ci sta di fronte è una brava persona, una persona onesta, leale e di parola; ci basta sapere se è una persona che può favorire la nostra carriera, il nostro successo, il nostro guadagno. Scendere a compromessi, talvolta anche i più degradanti, non è più visto come una disonore, come una vergogna; il sentimento della vergogna è quasi scomparso: l’onore non si mangia, con la coscienza pulita non si comprano vestiti firmati, automobili costose e orologi Rolex,; con la lealtà e la fedeltà non si avanza nella carriera, non si giunge in alto, non si entra nella magica cerchia di quelli che contano, che hanno la villa con piscina, che partecipano ai party di lusso, che possono concedersi le crociere sul proprio yacht privato. Perciò vi sono molte persone disposte a degradarsi, a tradire ogni principio, anche a prostituirsi, intellettualmente, moralmente e fisicamente, pur di avvicinarsi allo scopo del successo, della ricchezza e del piacere. Dare via la propria intelligenza, per un giornalista senza scrupoli: che sarà mai di tanto grave? Dare via la propria coscienza, per un politico o un amministratore pubblico che si lasciano corrompere: ebbene, forse che non lo fanno tutti? Dare via il proprio corpo, piegarsi alle voglie sessuali di qualche potente, lasciare che si tolga ogni capriccio in cambio di soldi, potere, carriera: che problema c’è? Ancora una volta: lo fanno tutti; è così che si diventa qualcuno, è così che ci si fa strada nel mondo del cinema, della moda, dello spettacolo, della carta stampata, della televisione, persino della politica. È il segreto di Pulcinella: un bel fisico e una totale disinvoltura possono fare miracoli. Persone venuta su dal nulla, perché non valgono nulla, diventano, quasi dall’oggi al domani, delle persone importanti, delle piccole celebrità: diventano attori e fotomodelle famosi, diventano intellettuali di grido, diventano parlamentari, assessori, ministri. Che cosa c’è da scandalizzarsi? È normale: lo fanno tutti, dunque è normale. Tale è la dittatura del relativismo: non è vero, né giusto, né buono, quel che è vero, giusto e buono, ma quel che produce un risultato utile, quel che conviene, quel che permette di appagare le proprie ambizioni, sostituendosi al talento, alla bravura, all’intelligenza. La società in cui viviamo alimenta continuamente delle aspettative irrealistiche, delle pretese esorbitanti: tutto sembra a portata di tutti, purché si sappia essere abbastanza cinici e sfrontati; non occorre aver studiato, avere delle qualità, possedere dei meriti: basta farsi sotto, a gomitate, con qualsiasi mezzo. L’importante è arrivare in alto senza troppa fatica, senza fare la gavetta, senza meritarsi il successo e il guadagno: l’importante è arrivare in alto passando per la scorciatoia, bruciando le tappe grazie alle spinte, alle raccomandazioni, alle agevolazioni di qualcuno che “può”.

E la perversione morale diffusa a tutti i livelli della nostra società è giunta a un punto tale, che astenersi dal cinismo, dall’inganno, dalla malvagità a danno del prossimo, non è solamente qualcosa che ostacola la carriera, che impedisce l’affermazione dei talenti, che vanifica il merito: è, addirittura, un comportamento attivamente dannoso per se stessi, quasi autolesionista. In un mondo di calunniatori, chi non calunnia non solo non fa carriera: rischia di finir male; rischia, per esempio, di essere denunciato dai mascalzoni, di vedersi condannato in tribunale e di dover risarcite, lui, i suoi persecutori, ai quali non ha fatto torto in alcun modo.In un mondo di ladri, chi non ruba come tutti, rischia di essere accusato davvero di furto, e di dover pagare per colpe non sue: in realtà, perché il suo comportamento onesto ha suscitato il furore dei malvagi. In un mondo di bugiardi e di persone che amano sguazzare nella menzogna, chi dice la verità, chi cerca la verità, chi ama la verità, non solo si fa dei nemici, non solo compromettere il proprio avvenire, ma rischia una vera e propria persecuzione, rischia le denunce, rischia, in alcuni casi, persino la pelle, o quella dei suoi cari. Perché un mondo di malvagi non può tollerare che esistano ancora degli onesti; un mondo di bugiardi, non può sopportare che esistano ancora gli amanti del vero; un mondo di cialtroni, non può permettersi di tollerare l’esistenza dei galantuomini. I galantuomini, già per il solo fatto di esistere, danno fastidio: sono di “cattivo” esempio, perché mostrano che si può vivere in un altro modo, cioè rispettando il prossimo, meritandosi le cose, seguendo la strada dritta e non i tortuosi sentieri della furberia e della disonestà. I buoni, perciò, in questa società, devono adattarsi all’idea che non solo non faranno carriera; non solo dovranno vedersi passare avanti persone che non valgono nulla, che non hanno alcun merito, che non possiedono neanche la decima parte della loro bravura, della loro competenza, della loro intelligenza, ma possiedono, in compenso, mancanza di scrupoli e amicizie potenti; dovranno anche rassegnarsi all’idea di essere attivamente ricercati e perseguitati, sia con la calunnia, sia, forse, anche fisicamente: devono mettere in conto di subire le aggressioni più distruttive, quelle che mirano a demolire una persona, a farne a pezzi la reputazione, a gettare su di lei sospetti odiosi, ad avvilupparla nella rete vischiosa delle maldicenze inafferrabili, ma tenaci, invincibili. Più ancora: i buoni, in questa società, sono portati perfino a chiedersi se sia giusto insegnare ai loro figli la lealtà, l’onestà, l’onore, il rispetto di sé e degli altri: perché, così facendo, rischiano di esporli alle stesse tribolazioni che hanno patito loro, e li espongono a una vita difficile, dove il merito non viene premiato, non viene riconosciuto; dove le virtù morali non suscitano stima e ammirazione, ma antipatie e inimicizie; rischiano di gettarli disarmati in una foresta di belve dai denti aguzzi, dove saranno sbranati, perché non possiederanno gli strumenti per difendersi. E quale genitore non si sente tremar le vene e i posi al pensiero che suo figlio, o sua figlia, un giorno potrebbero dirgli: Sì, papà, mamma, voi mi avete insegnato tante belle cose; mi avete insegnato l’onestà, la lealtà, la fedeltà, però mi trovo a quarant’anni senza un lavoro, senza niente, mentre tanti miei amici e compagni più stupidi, più ignoranti, e soprattutto meno onesti di me, non solo l’hanno trovato, ma vivono nel benessere, senza un pensiero al mondo? E se anche quel figlio non lo dirà, probabilmente lo penserà; e se anche non lo penserà, lo penseranno suo padre e sua madre: e il loro cuore sarà trafitto da una pena indicibile, la loro coscienza sarà gravata dai sensi di colpa; sentiranno di avere agito per il meglio, ma in un mondo che tende verso il peggio, dubiteranno di aver fatto davvero la cosa giusta.

Nondimeno, i genitori devono vincere simili momenti di dubbio e di scoraggiamento, devono resistere al ricatto della loro stessa tendenza ad essere iperprotettivi. I bambini e i ragazzi non hanno bisogno di telefonini e di giochi elettronici, né di vestiti firmati, ma di buoni esempi: e i buoni esempi sono quelli del lavoro, dell’onestà, del rispetto degli impegni presi, della disponibilità al sacrificio; perché senza sacrificio non si raggiunge niente di valido, niente che duri nel tempo, e questa è una lezione di vita fondamentale, della quale i giovani hanno assoluto bisogno. Un giovane cui sia stato fornito un bagaglio di valori etici, soprattutto con l’esempio vivente dei suoi genitori e non con dei bei discorsi, ma vuoti e retorici, è una persona che, nella vita, troverà le risorse per fronteggiare qualsiasi difficoltà, morale e materiale; ma un giovane cui non sia stato insegnato l’ABC dell’etica, anche se favorito sul piano materiale da raccomandazioni e intrallazzi, anche se disposto ad agire con totale mancanza di scrupoli, sarà impreparato a ciò che più conta nella vita: al saper fronteggiare virilmente e costruttivamente le difficoltà che, prima o poi, si presentano sempre sul cammino di ciascun essere umano. E allora, probabilmente, piegati sotto il peso schiacciante di un fardello di responsabilità che non sono stati abituati a portare, da sofferenze che sono state ad essi troppo a lungo risparmiate, perché i genitori li hanno tenuti sotto una campana di vetro, saranno proprio quei ragazzi viziati, capricciosi, abituati ad avere tutto senza fatica e senza merito, che chiederanno ai loro genitori: Ma perché, dunque, non mi avete preparato a fronteggiare le difficoltà della vita? Perché non mi avete mai detto “no”, quando era giusto dirmi di no? Perché non mi avete mai dato uno schiaffo, quando me l’ero ampiamente meritato? Ecco, ora sono sprofondato nei guai fino al collo, e non so come uscirne. Ed è colpa vostra! Da parte nostra, pensiamo che ricevere quest’accusa sia, per un genitore, una cosa assai più grave che non il ricevere quell’altra, cioè di non aver insegnato ai propri figli l’arte della disonestà: non vorremmo per alcuna ragione al mondo trovarci nei loro panni. E se i figli dovessero giungere a fare una colpa ai loro genitori di non averli abituati alla disonestà, all’ipocrisia, alla doppiezza, bene, in tal caso vuol dire che quei figli non hanno meritato di ricevere dalla vita più di ciò che li sta amareggiando: sconfitte e frustrazioni. Perché, alla fine, è compito e dovere di ogni essere umano imparare a camminare con le proprie gambe, assumersi le proprie responsabilità (senza scaricarle sistematicamente su qualcun altro) e cercare la via del vero, del giusto e del bene, così come è suo dovere tenersi lontano dalla menzogna, dall’ingiustizia e dalla malvagità.

La società nella quale viviamo potrebbe essere un luogo immensamente migliore, benché sempre imperfetto, se ciascuno di noi si sforzasse di vivere in maniera onesta, e di trasmettere il valore dell’onestà ai propri figli. Tutti, tranne i disonesti più incalliti, ne trarrebbero vantaggio. Vale la pena di provarci: se non vogliamo farlo per noi stessi, facciamolo almeno per amore dei nostri  figli.

 

Del 30 Settembre 2017

 

 

 

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