Antifascisti o anti-italiani?

di Francesco Lamendola del 04-10-2017

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C’è una cosa che la maggior parte degli antifascisti non hanno mai capito, o hanno fatto finta di non aver capito: nella Seconda guerra mondiale, gli Alleati combatterono per far fuori l’Italia, oltre che per far fuori il fascismo.

E c’è una cosa che gli antifascisti non hanno mai saputo, o hanno preferito fingere di non sapere: che lo sport nazionale italiano, per secoli, è stato quello dell’odio e della guerra civile; e che, in tale sport, da sempre una fazione preferisce invocare il nemico esterno piuttosto che veder vincere il proprio nemico interno: fin dai tempi dei guelfi e dei ghibellini, se non da prima ancora. E la stessa identica cosa è stata fatta da loro, dagli antifascisti: quando si trattava di abbattere l’odiato nemico fascista, hanno chiamato il nemico esterno, lo hanno favorito un ogni modo, gli hanno passato le informazioni, spianato la strada; infine, lo hanno accolto coi battimani, le lacrime di gioia e il lancio dei fiori, anche se era lo stesso barbaro che si era annunciato stuprando le donne a più non posso e bombardando e mitragliando le nostre città e seppellendo sotto le macerie decine di migliaia di persone inermi, per lo più vecchi, donne e bambini.

Infine, c’è una cosa che sia i fascisti che gli antifascisti non hanno voluto vedere sino in fondo: che dalle sorti della loro lotta dipendeva il futuro dell’Italia come nazione libera e sovrana, e non solo il destino dell’una o dell’altra fazione; e che, in un Paese normale e presso un popolo maturo, le fazioni preferiscono sacrificare se stesse al bene della Patria, mentre da noi avvenne esattamene il contrario: si preferì assistere alla morte della Patria, anzi, parteciparvi attivamente, piuttosto che lottare per difendere strenuamente i diritti della Patria, non solo col nemico di turno (la Germania), ma anche coi pretesi “amici” e “liberatori”. I partigiani, pur non avendo ormai nulla da guadagnare versando altro sangue e compiendo altre iniquità, mostrarono il loro vero volto subito dopo la cosiddetta Liberazione: e mostrarono di non essere affatto migliori del nemico vinto. La lunga scia di vendette, stupri e assassini che ha costellato la marcia delle colonne partigiane, insinuatesi nella terra di nessuno fra i tedeschi in ritirata e gli angloamericani avanzanti, è stata un saggio eloquente delle intenzioni con cui le forze dell’antifascismo si accingevano a governare l’Italia per i prossimi decenni: come un bottino di guerra, da spogliare e depredare, senza pietà e senza alcun rispetto per il suo popolo. E così hanno continuato a fare, e fanno ancora oggi, certi della loro totale impunità, e resi ancor più arrogati dalla patente di superiorità morale che si son dati da sé: I Saragat, i Pertini, i Napolitano, i Mattarella, vengono tutti da quel brodo di coltura: non stupisce affatto che si siano comportati in maniera faziosa e nel più completo disprezzo della volontà popolare, pur non disdegnando le pose demagogiche e gli atteggiamenti istrionici. La verità è che la base del loro potere è stata arbitraria fin dall’inizio, e supportata da forze straniere; e di ciò hanno campato, dietro il paravento della Guerra fredda. Finita la Guerra fredda, la classe politica italiana è andata allo sbando: aveva perso la sua ragion d’essere e, nello stesso tempo, aveva perso il suo garante e protettore esterno; o, per esser più precisi, non lo aveva perso, ma esso si era reso conto che lei non gli era più indispensabile, e che poteva tranquillamente sostituirla con un’altra. Ciò ha aperto una fase di crisi della nostra classe politica, non ancora finita, perché l’orizzonte internazionale non si è ancora chiarito e assestato; ed essa, come suo costume dal 1945 in poi, sta ancora spiando per cercar di capire chi sarà il probabile vincitore, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, o magari l’Unione europea, ossia la Germania: sempre pronta a correre in suo “aiuto”, a cose fatte, per riceverne in cambio il rinnovo del mandato di classe dominante in conto terzi.

Ci piace svolgere questa riflessione partendo da un giudizio di Giuseppe Bottai sul libro di don Luigi Sturzo, L’Italia e l’ordine internazionale (vol. 8 dell’Opera omnia; in: G. Bottai, Diario, 1944-1948, Milano, Rizzoli Editore, 1982, 1992, nota dell’11 gennaio 1946, pp. 259-263):

 

“L’Italia e l’ordine internazionale” di Luigi Sturzo (Giulio Einaudi Editore, Torino, New  York, 1944) è il libro d’un italiano-antifascista, e non, come quello di Carlo Sforza, d’un antifascista-italiano. Un fascista di convinzione può discordarne, e ne discorda, in molte aprioristiche considerazioni  della “realtà” fascista, ma concorda nello spirito, se non nella lettera, che ne solleva le pagine al di sopra della diatriba partigiana. Che accenti di vera italianità risuonino nella scrittura d’un cattolico può sorprendere soltanto i “laici” della coalizione antifascista. […]

La discriminazione tra fascismo e popolo italiano può essere, e fino a un certo limite, valida nell’ambito della politica interna: è dubbia in quello della politica internazionale. È un grave errore di tattica diplomatica basare una politica estera su un fatto di politica interna, su d’una discriminazione ideologica, su valori “negativi” provvisori e non su permanenti interessi storici.

Quali risultati abbia dato nella politica alleata d’occupazione in Italia lo Sturzo ha già constatato, e consterà ancor più nella politica di pace.

Se si riconosce che la pace di Versaglia fu tra i motivi determinanti della politica estera del fascismo (p. 27: “il meglio è fermarsi a Versaglia e alla rivoluzione russa, cause prossime per il fascismo”), perché non sfruttarne più a fondo la validità “storica”, e non soltanto “fascista”, contro la nuova, e peggiore, Versaglia già in atto? Chiamare “infelice” il patto a quattro di Mussolini (p. 37) è rinunciare a un argomento di politica costruttiva italiana, e non soltanto a una difesa del fascismo. Lo stesso per quel che concerne il problema dell’Anschluss, dove c’era un atteggiamento “positivo” italiano, e non solo fascista, da sfruttare, Né si doveva dimenticare il “revisionismo” di Mussolini, fondato sulla lettera e sullo spirito del trattato di Versaglia: vi si possono cogliere ispirazioni, atte a difendere ancora oggi il “buon” diritto dell’Italia. E si può in coscienza parlare di una “biforcazione delle politiche verso il riarmo da una parte, e il disarmo dall’altra” (p. 30), senza tener conto d’alcune tesi “italiane” sostenute dal fascista Grandi a Ginevra?

Insomma, la tante volte invocata discriminazione tra fascismo e popolo italiano per non dare risultati equivoci, o addirittura contrari agli interessi permanenti dell’Italia, deve, in confronto dei terzi, abilmente e onestamente (l’abilità non esclude l’onestà) distinguere quel ci fu d’”involontariamente” italiano, se proprio non si vuol far grazia al fascismo d’un briciolo di patriottismo, nella politica del ventennio. Statisti e negoziatori accorti potrebbero proprio dalla sopravvivenza di certi valori storici in regime fascista, “perfino in regime fascista”, trarre argomento a una difesa attuale dell’Italia. O che, forse, i precedenti storici della Conciliazione diminuiscono, anziché accrescere, il merito di Mussolini d’avere risolto un problema, non fascista, ma nazionale? Del pari, in un esame spassionato del trattamento usato all’Italia nelle questioni coloniali, senza voler risalire più in là negli anni, dall’impresa libica a Versaglia (p. 18), varrebbe a dimostrare l’esistenza nell’impresa etiopica, accanto a un’esteriore volontà d’”impero”, d’una coscienza civilizzatrice del popolo italiano.

Altrimenti, s’arriva dove stiamo arrivando: a lasciar colpire l’Italia per punire il fascismo, proprio perché la si vuole retrospettivamente dissociare dal fascismo, anche là dove esso fu non provvisoria ideologia e prassi politica, ma storia in atto. Si giunge a quegli “assurdi storici” (la espressione è di Sturzo, p. 7), di cui l’A. si preoccupa tanto nel caso del suo libro. A voler, per esempio, “una grande nazione pacifica”, l’Italia (p. 180) in un “mondo, senza né dominatori né dominati”, immersa in un mare “d’importanza strategica” (p. 183), nel quale si lasciano rafforzare vecchie dominazioni straniere, quali l’inglese, o importarne di nuove, quale la Russia: sì, una politica di pace in una posizione di guerra, o strategica, è un bellissimo rebus. O, ancora, a concedere che il dittatore Stalin “può anche dirsi imperialista, ed è per questo internazionalizzato (p. 196), cioè beneficamente tratto da un astioso isolamento nazionalista e dottrinario a un senso di responsabilità internazionale, mentre si nega al dittatore Mussolini  di aver assegnato all’Italia la stessa responsabilità internazionale col suo imperialismo.

L’antifascismo come formula di politica estera è una bussola folle. Regolandosi con essa s’approda a Trieste jugoslava, a Tripoli turca o russa, a Bengasi egiziana, e magari a Pantelleria inglese. […]

 

Il ragionamento di Bottai prosegue, con ricchezza di argomenti, per esempio citando Sturzo là dove si chiede se fossero veri gi scopidichiarati della guerra da parte alleata, visto poi l’atteggiamento punitivo assunto verso gli sconfitti; ma crediamo che basti. A noi sembra che egli abbia messo il dito sulla piaga giusta, laddove ha mostrato quanto partigiano sia stato l’antifascismo che non si è curato affatto del danno arrecato agli interessi storici e permanenti dell’Italia, nella sua foga di demolire tutto ciò che il fascismo aveva fatto nel corso di un ventennio, specialmente in materia di politica estera (in politica interna, i frutti della legislazione sociale, o quelli della Conciliazione con la Chiesa, sono stato incamerati senza fare una piega e senza ovviamente dire un grazie). Il fatto è che un popolo maturo e consolidato pone sempre in prima istanza i propri interessi vitali, e sa distinguere fra questi e gl’interessi transitori ed effimeri d’una fazione che si trovi temporaneamente al potere (right or wrong, my country); ma non getta mai nel cestino della carta straccia ciò che nella politica di una fazione corrisponde realmente agl’interessi vitali e durevoli della nazione tutta. In Italia, dove un popolo maturo e consolidato non c’era, e meno ancora c’era una classe dirigente degna di questo nome, bensì un’armata Brancaleone sempre pronta a mettersi al servizio del migliore offerente, questo non era il caso; anzi, si può dire che il più ambizioso obiettivo storico postosi dal fascismo al potere, sia consistito proprio nel tentativo di dare compimento a quell’opera, cioè alla formazione e al consolidamento del popolo italiano, opera lasciata a mezzo sia dal Risorgimento, sia dalla Prima guerra mondiale, e risospinta indietro dal Biennio rosso e dalle confuse e drammatiche vicende del primo dopoguerra, anche a causa di sfavorevoli fattori esterni (Versailles e la Rivoluzione russa, come nota giustamente anche Sturzo). Ed è un fatto che la sua più cocente sconfitta sia stata l’aver fallito in quella impresa, peggio ancora, nell’aver contribuito alla catastrofe morale della guerra civile del 1943-45, che ha innalzato la politica sanguinaria di una fazione al livello di un valore ideale e permanente, perfino in una nuova mitologia: quella della Resistenza come momento eticamente più alto della vita nazionale. Va quindi da sé che non esistevano le condizioni necessarie perché le cose andassero diversamente da come sono andate, e non per un misero senno del poi, ma per una considerazione spassionata e obiettiva dei fattori in gioco. Del resto, è possibile che lo stesso Mussolini, che era certamente un uomo intelligente, si fosse reso conto, nel 1939-40, di avere in mano delle carte tutt’altro che soddisfacenti; se non che, certe partite si devono giocare con le carte che si hanno, e non con quelle che si vorrebbe avere; oppure non si dovrebbero giocare affatto, cosa che non è, neppur essa, priva di rischi, perché equivale a rimettersi alla volontà del futuro vincitore, chiunque egli sia.

Il capolavoro di far uscire il proprio Paese pressoché indenne da una cocente sconfitta militare è riuscito a Talleyrand, nel 1815, ma per due ragioni specifiche: primo, la somma abilità dello statista francese al Congresso di Vienna, mentre la classe dirigente democratica e repubblicana italiana non aveva, a Parigi, nel 1947, nessun uomo che si avvicinasse anche solo lontanamente alla sua statura; secondo, e non meno importante, il fatto che il popolo francese era una nazione ormai da secoli, mentre il popolo italiano, all’epoca della Seconda guerra mondiale e della sua disastrosa sconfitta del 1943, non era ancora riuscito a diventare tale sino in fondo. Pertanto, mentre la classe dirigente francese, alla caduta di Napoleone, sapeva bene quali fossero gl’interessi vitali e permanenti della nazione, la nuova classe dirigente italiana del 1945, raffazzonata e malamente assortita, dai vecchi liberali giolittiani usciti dalla catacombe con tube e marsine, o quasi, ai nuovi seguaci del verbo marxista, con il mitra in spalla e il fazzoletto rosso al collo, ebbri di sangue e di vendetta, non lo sapeva affatto; o, per dir meglio, non gliene importava quanto le importava di spazzar via tutto ciò che potesse rappresentare un pericolo per il suo malcerto e traballante potere, cui era giunta in virtù delle baionette straniere e non già per meriti o capacità propri.

È significativo che a fare la doverosa distinzione fra ciò che è antifascismo e ciò che è anti-italiano sia stato uno dei vinti, per giunta un vinto divorato dai sensi di colpa, tanto da arruolarsi, a cinquant’anni, nella Legione Straniera (alla faccia della coerenza!) e che si considerava un cadavere politico fin da quel 25 luglio del ’43 in cui aveva dato anch’egli il suo voto a Dino Grandi, decretando la crisi irreparabile del fascismo, come non avesse capito che il fascismo era Mussolini e che liquidare Mussolini era liquidare il fascismo; e che non abbia saputo farlo nessuno dei vincitori, posto che nell’Italia del 1945 vi fosse qualcuno che poteva considerarsi legittimamente tale.

Bottai, però, non è stato coerente sino in fondo nemmeno in questa linea di pensiero. Egli sostiene che gli Alleati miravano a far fuori l’Italia: giusto; perciò come può illudersi che, una volta raggiunto l’obiettivo, essi avrebbero ascoltato il balbettio pecorile dei suoi dirigenti democratici, i quali mai sarebbero andati al potere, se il fascismo non fosse stato distrutto da loro, dai “liberatori” stranieri? Che la Resistenza abbia restituito l’onore all’Italia e che essa, insieme ad altri sacrifici e mortificazioni, come la consegna della flotta, intatta, a Malta, abbia dato un valido contributo alla vittoria contro il fascismo, queste sono balle che la nuova classe dirigente ha potuto smerciare sul mercato interno, ma all’estero valgono meno di zero. Perciò, se è giusto che Bottai faccia notare le contraddizioni di Sturzo, come la pretesa che l’Italia si acconci a vivere, dopo il 1945, come un grande Paese pacifico (ma avrebbe dovuto dire: castrato) in un mare d’importanza strategica, cioè in un Mediterraneo che è, strategicamente, un perenne scenario di guerra, effettiva o potenziale (e lo stiamo vedendo anche in questi giorni), come non notare la sua contraddizione, allorché s’immagina che la nuova Italia democratica potesse far valere le sue ragioni sul piano internazionale, presso quegli alleati che essa aveva evocato e ai quali s’era consegnata, rinunciando alla sua politica nazionale e affidandosi al loro buon volere? Se la legge fondamentale della politica è quella della forza, sia in pace che in guerra, come Bottai suggerisce – e noi non abbiamo obiezioni sostanziali da avanzare alla sua tesi – allora è chiaro che un popolo inerme ed una classe politica che si è consegnata volontariamente allo straniero, diciamo pure all’ex nemico, per far cadere il proprio nemico interno, ossia il fascismo, devono puramente e semplicemente mettersi il cuore in pace e rinunciare per sempre all’idea di poter svolgere un ruolo rilevante sullo scacchiere mondiale. Chi ha vinto con la pura forza, oltre che con una discreta dose di perfidia e d’inganno (il governo Badoglio, che si credeva tanto furbo, nel 1943 si lasciò felicemente ingannare dalle false promesse degli Alleati), e non, come la vulgata storiografica dominante vorrebbe far credere, per una superiore eticità dei fini perseguiti e dei mezzi impiegati, non tiene alcun conto dei belati dei deboli, specie se costoro si sono resi disponibili ad una carneficina interna per facilitare l’avanzata del vincitore imminente, meritandosi la sua approvazione di facciata e il suo disprezzo profondo. Come potevano, gli Alleati, non disprezzare nel profondo quegli antifascisti italiani, i quali s’erano prestati alla guerra civile, con le armi da essi fornite e le istruzioni delle loro missioni militari, cosa che essi, in casa propria, non avrebbero fatto mai e poi mai, e che avrebbero considerato come il peggiore dei tradimenti nei confronti dei loro popoli? Non per nulla, nel trattato di pace, essi inserirono l’odioso articolo 16, il quale vietava alle autorità italiane di perseguire quegli italiani, sia militari che civili, i quali, a partire dal 10 giugno del 1940 (e non dall’8 settembre del 1943!) si erano attivamente adoperati per la sconfitta in guerra della loro Patria e per la vittoria di quello che era, allora, il suo nemico! Più chiaro di così…

 

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This entry was posted on mercoledì, ottobre 4th, 2017 and is filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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