Una società impazzita che corteggia la morte

di Francesco Lamendola del 04-10-2017

000000000000000000000000000000000-ZIO SAM1

Gli Usa non sono la punta avanzata del cosiddetto Occidente ma il cancro la metastasi dell’Europa la discarica dei suoi vizi peggiori un concentrato delle tendenze più aberranti. 

 

La sera del 2 ottobre 2017, verso le ore 10,00 (ma da noi era già lunedì mattina) gli Stati Uniti sono stati insanguinati dall’ennesima strage compiuta da un folle, che ha sparato all’impazzata su una folla anonima; ma stavolta il bilancio è stato peggiore di tutte le altre volte: si è trattato del massacro più grave compiuto da una singola persona. Un uomo, un pensionato di 64 anni, un certo Stephen Paddock, uomo assai facoltoso, arricchito nel settore immobiliare, ha aperto il fuoco dalla finestra della sua stanza d’albergo, ed è riuscito a uccidere 59 persone e a ferirne, più o meno gravemente, la bellezza di 527, mentre partecipavano ad concerto all’aperto. Aveva, accanto a sé, un vero e proprio arsenale di ben ventitré armi tra fucili e pistole; altre diciannove armi sono state trovate dalla polizia in casa sua, dopo la tragedia. Totale: oltre quaranta armi, perfettamente efficienti e altamente pericolose, nelle mani di una singola persona, decisa a servirsene nella maniera più agghiacciante. Che cosa abbia spinto questo milionario a compiere un gesto del genere, non si sa; come al solito, sono tutti pronti a giurare, a cominciare dal fratello, che era un tipo normalissimo e che non capiscono cosa mai possa esser capitato nella sua testa. Sta di fatto che nessuno, in quell’albergo, si è accorto che nella sua stanza, occupata già da tre giorni, egli aveva trasportato e messo in posizione più di una ventina di armi da guerra: straordinario Paese, dove la libertà dell’individuo è talmente sacra, e i suoi ditti costituzionali sono così radicati e intangibili, che nessuno s’impiccia degli affari altrui, nessuno osa intervenire prima, nemmeno se costui trasforma una camera d’albergo in un fortino pieno zeppo di armi con le quali compiere una strage senza precedenti. Alla fine, quando la polizia ha tentato di fare irruzione, l’uomo si è tolto la vita, dopo aver sparato un’ultima raffica contro la porta. Voleva ammazzare ancora qualcuno: come un cane rabbioso. Ora nessuno saprà mai cosa lo abbia spinto a fare quello che ha fatto; o, almeno, a saperlo con una certa precisione. Ammesso che si possa capire una cosa del genere. Francamente, c’è da dubitarne.

Il fatto è accaduto a Las Vegas, precisamente in un casinò; uno dei tanti. L’albergo era, a quanto pare, l’ottavo albergo più grande del mondo, con qualcosa come 3.000 camere. E tener d’occhio tremila camere non è cosa semplicissima, anche se qualcuno ne avesse l’intenzione. Forse qualcuno ci ha provato: sembra che Paddock, prima di dare inizio alla carneficina, sfondando le finestre, abbia eliminato una guardia giurata che, forse, si era resa conto di quel che stava accadendo. Sta di fatto che il tentativo di bloccarlo è stato vano: il pazzo ha avuto il tempo sufficiente per ammazzare una sessantina di persone e ferirne più di mezzo migliaio. Da solo. Roba da guinness dei primati: anche se un orrido primato. Las Vegas è la capitale del gioco d’azzardo: è una città di oltre 630.000 abitanti, costruita praticamente in mezzo al deserto del Nevada, senza altra attrazione che i casinò e tutto quel che può ruotare intorno alle sale da gioco, dai matrimoni facili ai divorzi ancor più facili e spediti, alla prostituzione per tutti i gusti e tutte le età. Non si tratta di fare del facile moralismo, ma di constatare dei fatti. Oltre mezzo milione di persone che vivono in una città di grattacieli, il cui unico motore economico è il vizio. E se a qualcuno dà fastidio che si constatino i fatti, gridi pure allo sciacallaggio, al moralismo becero, al cattivo gusto da avvoltoi: ma rimane sempre il fatto che quello è il contesto in cui la strage è maturata; che a compierla non è stato un povero, o un uomo di media condizione, magari indebitato, ma un riccone pieno di dollari; e che la folla su cui ha sfogato i suoi istinti omicidi era fatta di giovani e meno giovani che si assiepavano ad un concerto presso il Mandala Bay Resort, un concerto di musicacountry. La gente, infatti, indossava il cappello da cow-boy, quasi tutti, uomini e donne; anche il paraplegico in carrozzella che si vede nelle fotografie,il quale urla terrorizzato e strabuzza gli occhi, mentre una giovane donna, col cappello da cow-boy e gli stivali col tacco ai piedi pure lei, lo spinge in fretta, per allontanarlo dal campo di tiro dell’assassino. Erano lì per divertirsi; niente di satanico, un normale concerto country. Anche il signor Paddock, forse, chissà, era andato lì per divertirsi. O forse no. Forse c’era andato per uccidere; se no, non si capisce bene perché si sarebbe portato dietro un arsenale da guerra. Anche i bravi abitanti di Las Vegas, i proprietari dei casinò e degli alberghi, i croupier, i buttafuori, i baristi, i giudici di pace per i matrimoni, gli avvocati per i divorzi, i commercianti, le squillo, i gigolò e tutto il resto, che altro fanno, se non vivere, magari non del tutto onestamente, però abbastanza legalmente, del divertimento altrui? Divertirsi è lecito, e anche offrire al pubblico i mezzi del divertimento; e la ricerca della felicità è sancita, nero su bianco, come un diritto fondamentale e inalienabile dei cittadini della Repubblica a Stelle e Strisce. Quella che piace tanto ai nostri liberal, ai nostri radicali, perché laggiù ogni sogno si può avverare: dal matrimonio omosessuale all’eutanasia, dalla fecondazione eterologa all’acquisto di mitragliatrici e di bazooka, dal consumo di droga in quantità, all’ingresso in una delle tante chiese del diavolo che prosperano, specialmente in California, con tanto di sacrifici umani. Questi ultimi non proprio legali, ma insomma si sa che ci sono, come si sa che ci sono gli snuff movies, i film particolari per un pubblico di sadici milionari, nei quali gli attori e le attrici vengono stuprati, seviziati e ammazzati per davvero, così da rendere più realistica e più interessante la loro recitazione.

Ora, qualcuno penserà di certo che è, appunto, cosa un po’ troppo facile, e anche un po’ da sciacalli, abbandonarsi a requisitorie contro l’american way of life, dopo una tragedia come questa; ma noi non lo pensiamo, e per almeno due buone ragioni. La prima è che queste cose le abbiamo sempre dette e scritte: abbiamo sempre sostenuto che non vi è nulla di bello, nulla di ammirevole nello stile di vita americano; che la società europea non ha nulla a che fare con quella americana; che gli Stati Uniti non sono la punta avanzata del cosiddetto Occidente (una espressione geopolitica e culturale che ci ha sempre lasciati più che perplessi), ma il cancro, la metastasi dell’Europa, la discarica dei suoi vizi peggiori, il concentrato delle sue tendenze più aberranti, insomma la piena manifestazione del suo lato oscuro. D’altra parte, proprio perché gli Stati Uniti, di per sé, sono nulla, e quel che sono si spiega unicamente con la loro derivazione dal ceppo europeo, analizzare i fenomeni patologici che crescono, con mostruoso gigantismo, nella società americana, è utile e necessario soprattutto per noi europei: per renderci conto del destino che ci aspetta, se non saremo capaci di correggere la rotta del nostro sedicente “progresso”. Gli Stati Uniti ci precedono: la società americana è ciò che sarà la società europea fra un paio di decenni. E tale movimento sincronizzato è già osservabile, lo abbiamo già visto all’opera; già ora noi siamo diventati quel che gli Stati Uniti erano venti o trent’anni fa. Li stiamo imitando: finiremo per essere come loro, anche se abbiamo una tradizione antica migliaia d’anni; anche se abbiamo un sacco di cose, da Dante a Michelangelo, dalla cattedrale di Chartres alla Gioconda, che essi non hanno; anche se noi, prendendoli a modello, scendiamo verso la barbarie, mentre essi, la nostra civiltà, non l’hanno mai avuta, se non imitandola malamente, e nei suoi aspetti più discutibili: il calvinismo, la difesa paranoica della proprietà privata, il disprezzo di ciò che non si capisce, il narcisismo delirante di chi si crede il migliore, sempre e comunque, perché, novello Israele, è stato chiamato da Dio a occupare un continente e a diventare il faro dell’umanità. D’altra parte, questa fiducia in se stessi, una fiducia perfino grottesca, noi europei l’abbiamo perduta, probabilmente per sempre; e quelli che in parte l’hanno conservata, gli inglesi, sono al tempo stesso i loro antichi maestri e i loro recenti discepoli. E un continente malato di auto-disprezzo non potrà mai imitare decentemente un Paese ammalato di megalomania; potrà imitarlo solo nei suoi aspetti peggiori, che sono, a loro volta, le deiezioni di quel continente medesimo. E su che cosa si basa, poi, la mania di grandezza americana? Gli Stati Uniti non hanno mai, dico mai, dovuto battersi in una guerra in cui vi fosse anche solo una parvenza di parità militare: hanno sempre vinto facile su un avversario esiguo, o stremato, o tecnologicamente inferiore. I loro nemici sono stati i pellerossa, i messicani, gli spagnoli, i filippini; poi i tedeschi, nelle due guerre mondiali, ma quando la Germania e i suoi alleati erano già schiacciati dal peso di altri nemici, che avevano dovuto sostenere una lotta ben più dura. Intervenuti quando ormai i loro nemici erano boccheggianti, i gloriosi americani sono tornati a casa, con pochi morti e nessuna distruzione sul loro territorio, carichi di gloria e di trofei; e si son montati sempre di più la testa. Hanno cominciato a giudicare tutti, a ergersi quale mano destra di Dio: a Norimberga, hanno pressato una nazione; a Tokyo, ne hanno processata un’altra: proprio loro, che avrebbero dovuto esser processati per l’atomica su Hiroshima e Nagasaki. Quando hanno dovuto battersi contro un nemico immensamente più debole, ma disposto a lottare sino all’ultimo, in Vietnam, gli americani hanno rimediato una sonora batosta. Non hanno imparato nulla e hanno seguitato ad attaccar briga con dei piccoli nemici, dopo aver fatto credere che fossero temibilissimi: ricordate quando, nella Prima guerra del Golfo, i mass media diffusero la panzana che l’esercito iracheno, che aveva invaso e annesso il Kuwait (con il semaforo verde di Washington, ma questo è un dettaglio che fu subito insabbiato) era il terzo o quarto esercito più potente al mondo? Una panzana paragonabile solo a quell’altra, messa in giro alla vigilia della Seconda guerra del Golfo, e che valse a giustificarla: quella sull’esistenza delle terribili armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. E mai un dubbio, ma un‘autocritica: loro sono sempre i migliori; se sbagliano, sbagliano per troppa fiducia, per un eccesso d’idealismo. Figuriamoci: con tutto il mondo ridotto in schiavitù dal dollaro, una moneta truccata, che vale quanto la carta straccia, tenuta in piedi solo dalle continue emissioni della Federal Reserve e dalla tacita minaccia di una terza guerra mondiale: tanto perché nessuno si permetta di andare a vedere le carte che hanno in mano, e scopra che quella americana è l’economia più indebitato al mondo. Che il debito degli Stati Uniti stia alla base dell’economia mondiale, è il segreto di Pulcinella: qualunque altro Paese, al posto loro, sarebbe già fallito e le grandi banche l’avrebbero spolpato; ma a loro questo destino è risparmiato dal deterrente della potenza militare. Comunque, se i cinesi – che hanno avuto la dabbenaggine di comprarsi il loro debito pubblico – sono piuttosto tesi e arrabbiati, si può capire il perché.

E adesso torniamo a Las Vegas. Una civiltà come quella americana, che è la quintessenza dell’anti-civiltà moderna, basata su una sistematica contro-educazione dei bambini e su ciò che René Guénon chiamava il regno della quantità, non fa altro che corteggiare la morte: sia quando la rappresenta, insieme alle scene di violenza più raccapriccianti, in milioni di ore di programmi televisivi, prodotti cinematografici e giochi elettronici, destinati ad abbuffare il pubblico, così come McDonald’s lo abbuffa di carne di manzo (ultra-estrogenata) e Coca Cola, sia quando la pratica, nelle forme dell’aborto, dell’eutanasia, del consumo di droghe pesanti, nella delinquenza dilagante, spesso del tutto gratuita e immotivata, almeno in apparenza. Almeno in apparenza, perché la violenza cieca ha sempre una spiegazione: non è che nasca dal nulla; o, se pure nasce dal nulla, resta da spiegare cosa sia questo nulla, come si produca il nulla in una società “civile”. Il nodo della faccenda è tutto qui. Il Paese più avanzato tecnologicamente, il più benestante in senso consumista, è anche il Paese che produce il vuoto esistenziale più vasto, più angoscioso, più folle. Nella follia del vuoto esistenziale non si riesce a vivere, si può solo morire. Anche se si è milionari e si può avere qualsiasi cosa, beninteso di tipo materiale: sesso, droga, potere, ogni sorta di divertimenti. Come il signor Stephen Paddock: uno come tanti, beninteso sulla scala americana (perché i milionari non è che siano poi così frequenti nelle altre parti del mondo, dove ci sono un po’ meno finanza e un po’ meno speculazione. E nel vuoto esistenziale che si produce nell’anti-civiltà del nulla, viene risucchiato ogni mostro, evocato ogni demone. Neanche L’Isis, con tutta la sua buona (si far dire) volontà, sarebbe riuscito a fare una simile strage, disponendo sul posto d’un uomo solo. Ciò dimostra che gli americani sono bravissimi a coltivare i propri incubi e a partorire i loro carnefici da se stessi: dalla putrefazione del loro nulla. Non c’è nemmeno bisogno che qualcun li aggredisca dall’esterno; sanno fare tutto da soli. Perché l’essenza dell’anticiviltà è la morte, e in una anti-civiltà non si vive che per morire, se possibile uccidendo o venendo uccisi. Come nel mondo di cartapesta dei film western a base di pistoleros ammazzasette. Aspettare la morte in un letto d’ospedale è poco allettante, specie quando non si crede in nulla, tranne che nel dio denaro. Ci vuol troppo coraggio, e soprattutto ci vuol troppa umiltà. L’americano-tipo non possiede né il coraggio, né l’umiltà: è troppo abituato a vincere facile e a sentirsi un Nembo Kid. Ma, in realtà, è divorato dalle paure, dall’insicurezza, e tormentato dall’angoscia esistenziale. In fondo, aspira alla morte: se non lo ammazza prima il suo modo di vivere, di mangiare, di bere e di fare all’amore: promiscuo, anormale, seminando malattie contagiose. È un morto che cammina, in cerca del pietoso colpo di grazia. Finché siamo in tempo, noi europei dovremmo prendere le distanze da lui. Il suo cadavere finirà per trascinarci a fondo…

 

Del 04 Ottobre 2017

 

stampa
This entry was posted on mercoledì, ottobre 4th, 2017 and is filed under Senza categoria. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

Leave a Reply

Links


Arianna Editrice
Mursia
Seguici su facebook
Newsletter
Istituto Studi delle Venezie
Accademia Adriatica Nuova Italia

Archivio