Rivendicare una sovranità nazionale unica e indivisibile si può

di Cinzia Palmacci del 12-11-2017

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Il Muos, è un sistema militare di controllo e comunicazione composto da satelliti e stazioni di terra posti nei quattro angoli del mondo dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti che ha pensato di collocare l’ultimo nodo di questo sistema proprio a Niscemi in Sicilia, dove già dal 1991 è presente il NRTF, Naval Radio Transmitter Facility, che si compone di ben 41 antenne militari. Decine e decine di studi hanno dimostrato come queste strumentazioni – sia il MUOS che il NRTF – hanno un impatto devastante sull’ambiente e sulle persone, essendo comprovatamente causa di tumori e leucemie. Dalla Val di Susa a Niscemi, da Aviano a Sigonella fino in Sardegna, dire a piena voce no al Muos e no alle basi americane vuol dire opporsi con forza all’ennesimo tentativo di stupro della nostra terra: significa non solo difendere la salute e l’ambiente, ma rivendicare autodeterminazione e sovranità popolare sulla Sicilia e sull’Italia. Vuol dire rifiutare l’ennesimo strumento di morte e distruzione con il quale il Capitale, sotto le mentite spoglie dell’“intervento umanitario” e delle “missioni di pace” massacra terre, culture e popoli sull’altare del Profitto. Si tratta di  una questione centrale nella lotta per la riconquista della sovranità nazionale, verso una consapevolezza collettiva sul ruolo di questa in funzione dell’emancipazione delle classi popolari, quelle capaci di fare “massa critica”, per intenderci.

 

L’alleato “traditore”

 

Arriveremo davvero al punto di doverci liberare dei “liberatori”? In effetti, dalla fine della II guerra mondiale ad oggi, molte cose sono cambiate. L’Italia da paese liberato si trova di nuovo in uno stato di soggezione non solo psicologica, ma fattuale verso chi avevamo creduto un alleato storico affidabile. Purtroppo i fatti ci pongono davanti un’altra verità. Nel 2009, Roberto Fiore presidente di Forza Nuova, presentò al Parlamento europeo un’interpellanza, ispirata dall’Ambasciata Serba, in cui si mettevano in luce gli strettissimi rapporti fra la più grande base militare USA fuori dal territorio americano, Camp Bondsteel in Kosovo, la raffinazione della droga ed il suo smercio in Europa: la risposta fu pilatesca e ridicola e non fugò affatto l’idea che la base e l’emergente Stato islamista Kosovaro ci avrebbero riservato delle brutte sorprese. Oggi, in piena emergenza ISIS, un coraggioso report dell’Espresso ci racconta, con dovizia di particolari, di come le basi del sedicente Stato Islamico, che spuntano come funghi proprio a ridosso di Bondsteel, siano in piena maturazione e si apprestino ad essere operative anche in direzione dell’Italia, come già dimostrato dall’individuazione di una cellula jihadista a Brescia i cui capi provenivano dal Kosovo. Basi Isis a due passi dalle basi Nato che dovrebbero combatterle, basi Isis che sorgono a due passi dal “nemico” che dovrebbero temere? Proprio così. Ma c’è di più: Camp Bondsteel, che copre con radar, intelligence e militari (7000 più spioni vari) una fetta enorme di territorio, è la stessa base in cui si sono addestrati molti capi jihadisti kosovari. Questi due dati sarebbero sufficienti ad uno Stato serio per aprire una crisi urgente con gli USA per minacciare e avviare l’uscita dalla Nato. L’opinione pubblica deve sapere che l’Italia fa parte di un’alleanza militare in cui due Paesi (Usa e Turchia, il primo ed il terzo per forza militare) sono in realtà all’origine del terrorismo, faremo il nostro dovere per informarla. Se vogliamo evitare attacchi terroristici in Italia dobbiamo muoverci: intervenire sul piano interno con energia, ma anche, all’esterno, mettere in mora l’“alleato” traditore, collegandoci con intelligenza e tramite la nostra intelligence ai russi e agli europei che hanno ben chiara quale sia la realtà.
Positivo, in quest’ultima direzione, quanto fatto dal capo dei servizi segreti Manenti nel 2016. Il generale ha incontrato Assad e i suoi servizi di sicurezza, chiedendo loro le liste dei terroristi “europei” schedati dai siriani. Forza Nuova l’aveva chiesto esattamente 16 mesi fa, evidentemente il partito non è più tanto una vox clamans in deserto. Se il Governo italiano non interviene con forza per difendere il territorio, la salute della popolazione e l’ambiente circostante che cosa dovremmo pensare? Dovremmo forse giustificare e comprendere le ragioni profonde di un malcontento generale attraverso le rivendicazioni di indipendenza che serpeggiano in Italia? Del resto, quando uno Stato abdica le sue funzioni di tutela e salvaguardia della popolazione il diritto all’autodeterminazione appare non solo giustificato ma sacrosanto, tuttavia con il rischio di un effetto domino dagli esiti incerti e potenzialmente devastanti. Ma chiunque creda nell’unità della Patria e la rivendica con orgoglio, perché non dimentica i sacrifici di migliaia di soldati che hanno dato la vita per questo ideale, non può accettare supinamente lo sfaldamento di una Nazione senza nemmeno provare a cercare una soluzione. Il consenso plebiscitario del referendum per l’autonomia in Veneto e Lombardia è stato un risultato prevedibile sull’onda emotiva dei fatti in Catalogna, e dello scoramento verso una politica nazionale incapace di un vero cambiamento. Ma cambiare verso ancora si può se si ha il coraggio di mandare in soffitta vecchi schemi attraverso una rivoluzione non solo politica, ma anche concettuale. Ricordiamo sempre che la storia che ci hanno inculcato sui banchi di scuola è il risultato di un lavaggio del cervello di massa che ancora ci impedisce di giudicare gli eventi con lucidità e apertura mentale. La storia, quella vera, possiamo riscriverla noi.

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This entry was posted on sabato, novembre 11th, 2017 and is filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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