Il genocidio dimenticato

di Cinzia Palmacci del 19-11-2017

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Ormai la paura della sinistra per la rimonta delle destre in tutta Europa sta toccando livelli da “crisi di nervi”. Dal PD ai nostalgici di Rifondazione comunista, che partono in tromba destinazione Mosca per le celebrazioni della sanguinosa rivoluzione d’ottobre in onore di Lenin, i livelli critici di queste “memorie dal passato” hanno superato ogni limite di decenza. Soprattutto da quando gli esponenti di sinistra vanno dicendo che le destre rimpiangono i tempi di Mussolini e del nazionalismo germanico. Da quale pulpito viene la predica? Per non parlare di provvedimenti contro ogni revanchismo nazionalista come la legge Fiano che, pur di vietare il saluto romano, renderebbe lecito l’uso dell’accetta. Ma sarcasmo a parte, c’è una pagina dolorosa di storia del comunismo che pochi conoscono, soprattutto in Italia, e che i comunisti nostrani hanno rimosso dalla memoria o non vogliono che torni a galla. L’operazione di damnatio memoriae riguarda la sanguinosa repressione dei contadini russi, che resistettero con eroica pervicacia alla collettivizzazione forzata delle terre imposta dalla dittatura stalinista. La collettivizzazione forzata delle campagne fu iniziata da Stalin nel 1928 in Russia e in tutti i territori conquistati dai bolscevichi nelle guerre seguite alla Rivoluzione dell’Ottobre 1918. I contadini dovevano rinunciare alle loro fattorie che sarebbero state trasformate in ‘Kolkoz’, aziende collettive debitrici verso lo Stato di una percentuale consistente della loro produzione. Un obiettivo da raggiungere a tutti i costi con la violenza, le confische, le esecuzioni e le deportazioni di intere comunità verso la Siberia e le regioni dell’Asia centrale. Formalmente la politica di repressione avrebbe dovuto essere rivolta unicamente contro i contadini più ricchi denominati ‘kulaki’, ma in sostanza si trattava della cancellazione dell’iniziativa economica privata e del ripristino dell’asservimento servile delle popolazioni. Nel 1931 la resistenza dei contadini alla collettivizzazione forzata non era stata ancora domata nonostante l’adozione dei più crudi strumenti repressivi e, come conseguenza, si era determinata un forte diminuzione della produzione agricola e la quasi totale perdita del patrimonio zootecnico del Paese. Il regime comunista decise quindi di adottare, dall’autunno 1932 alla primavera dell’anno successivo, una misura estrema: lo sterminio per fame di una parte della popolazione rurale, attraverso la requisizione di tutti i prodotti della terra. Secondo le stime più prudenti e oramai universalmente accettate, la grande carestia scatenata dai bolscevichi causò la morte di non meno di sei milioni di persone di cui quattro milioni soltanto in Ucraina. Qui, dove alla resistenza alla collettivizzazione si aggiungeva la non sopita aspirazione degli ucraini all’indipendenza da Mosca, gli ordini di Stalin furono applicati nella maniera più inflessibile e prolungata. Insieme ai contadini fu decimata l’intera intellighenzia nel tentativo di cancellare ogni memoria storica della nazione. Di questo genocidio perpetrato nel cuore dell’Europa si sa molto poco in Italia e nel mondo. Decidere di ‘sopprimere’ in tutte le regioni dell’immensa Unione Sovietica, un intero ceto sociale, i contadini in quanto tali, nel suo orrore non è dissimile dalla volontà di ‘sopprimere’ una razza in quanto tale come avvenne con gli ebrei perseguitati dai nazionalsocialisti. In Ucraina il genocidio si completò con il tentativo di cancellare ogni specificità nazionale, aggiungendo alla soppressione della popolazione rurale, l’uccisione della classe colta, la pulizia etnica e il trasferimento coatto di minoranze da altre regioni. Va anche aggiunto che in Italia Mussolini si trovò costretto ad emanare le leggi anti ebraiche a causa dell’alleanza con Hitler, che si era spinta troppo oltre per potersi tirare indietro. Se Mussolini avesse detto “no” a Hitler probabilmente gli Italiani avrebbero seguito le sorti degli Ebrei, e questo Mussolini da grande patriota, ma consapevole dell’errore di quell’alleanza, lo capì bene. Grazie al lavoro effettuato direttamente sugli archivi sovietici, Ettore Cinnella autore del libro Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933 pubblicato da Della Porta Editori, ripercorre tutte le tappe della collettivizzazione delle popolazioni rurali dell’Unione Sovietica che precedettero gli anni dello sterminio per fame. Non mancano le citazioni tratte dai carteggi tra le autorità locali e il centro del potere bolscevico, come questo rapporto sulle deportazioni inviato da un gruppo di operai della regione di Vologda: ‘Sono stati spediti verso terribili geli bambini ancora poppanti e donne incinte, che hanno viaggiato in vagoni bestiame ammucchiati l’uno sull’altro: è qui che le donne hanno partorito (non è questo un oltraggio?). Poi sono stati fatti scendere dai vagoni, come cani, e sistemati in chiese e in magazzini sporchi e freddi, dove non avevano neanche modo di muoversi. Li tengono semi affamati, nella sporcizia, tra pidocchi, al freddo e alla fame; qui si trovano migliaia di bambini, gettati all’arbitrio della sorte come cani, ai quali nessuno intende rivolger l’attenzione. Non c’è da stupirsi che ogni giorno ne muoiano 50 e più (solo nella città di Vologda); presto il numero di questi bimbi innocenti spaventerà la gente, ché già adesso è superiore a tremila’.

 

Da russo autentico Putin non dimentica il genocidio comunista

 

Il presidente russo Vladimir Putin ha partecipato lo scorso 30 ottobre a Mosca, insieme al Patriarca di Mosca e di tutte le russie Kirill e al sindaco della città, Sergei Sobyanin, all’inaugurazione del memoriale, il primo nazionale, dedicato alle vittime dellarepressione in epoca sovietica, in coincidenza con la giornata del ricordo delle vittime della repressione politica. Memorial, organizzazione per la difesa dei diritti civili in Russia, e per la ricostruzione delle storie delle vittime delle repressioni politiche in epoca sovietica, elenca invece 47 persone detenute, a fronte dei milioni uccisi da Stalin, e considerate come prigionieri politici (i casi più noti sono quelli di Oleg Navalny, fratello di Aleksei condannato come lui a tre anni e mezzo di carcere nel caso Yves Rocher, ma senza la condizionale, e il regista originario della Crimea Oleh Sentsov condannato a 20 anni per terrorismo) e altre 70 in carcere per aver cercato di realizzare il loro diritto alla libertà alla religione. “Questo orribile passato non deve essere stralciato dalla memoria nazionale, e neanche deve essere giustificato in alcun modo, in nome di qualsiasi principio del bene superiore della gente”, ha dichiarato Putin nel suo breve intervento alla cerimonia, a cui ha preso parte dopo aver partecipato a una riunione del Consiglio per i diritti umani del Cremlino. “Noi e i nostri figli dobbiamo ricordare la tragedia delle repressioni e le loro cause. Ma questo non significa che si debba chiedere vendetta. Nessuno può spingere la società verso la linea pericolosa del confronto”, ha aggiunto il presidente russo che pure lo scorso giugno aveva denunciatol’”eccessiva demonizzazione” di Stalin, come “uno dei mezzi per attaccare l’Unione sovietica e la Russia”. Non stupisce, dunque, se a cento anni esatti da quegli eventi che sconvolsero il mondo, Vladimir Putin abbia deciso che la Rivoluzione d’Ottobre (che in Russia si festeggia il 7 novembre per effetto del calendario giuliano) non meriti più i fasti, le parate e le fanfare di un tempo. Non per caso nel museo della Rivoluzione, accanto a un busto di Lenin c’è scritto: «A Mosca la presa del potere da parte dei bolscevichi portò a violente battaglie e a centinaia di vittime». L’ambizione del capo del Cremlino è riconsegnare la Russia al ruolo di potenza imperiale che la storia e la geopolitica le hanno assegnato e che proprio la rivoluzione di Lenin aveva cancellato, salvo surrogarlo con quella di epicentro ideologico-militare. Ecco perché alle parate sulla Piazza Rossa, Putin preferisce tavole rotonde nelle università. Le uniche celebrazioni alle quali non rinuncerebbe mai sono quelle che rievocano la guerra contro il nazismo. Combattuta e vinta da Stalin non in nome del comunismo, ma in quello della Grande Madre Russia. A conferma che, nei momenti decisivi, a mobilitare il popolo non è l’ideologia ma i suoi più profondi e radicati sentimenti. Quello che dovrebbero capire i “nostalgici nostrani” del comunismo, è che il male non si celebra ma si supera. Voltare pagina è un dovere verso tutte le vittime che la follia umana ha sacrificato all’altare del potere e del delirio ideologico totalitario.

 

 

Del 19 Novembre 2017

 

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