Mussolini nel 1938 voleva la pace, ma Eden no

di Francesco Lamendola del 23-11-2017

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Abbiamo già parlato, a  suo tempo, del ruolo nefasto svolto da Anthony Eden, Ministro degli Esteri britannico sia prima che durante e dopo la Seconda guerra mondiale (con tre mandati successivi),  per l’andamento delle relazioni italo-inglesi (cfr. l’articolo Anthony Eden odiava l’Italia, pubblicato sul sito Libera Opinione il 07/06/2015); ci resta da dire qualcosa sul danno che il suo orientamento in politica internazionale provocò all’Europa e al mondo, rivelandosi uno dei fattori indiretti che resero possibile la tragedia del secondo conflitto mondiale. Sia nel 1914, sia nel 1939, infatti, le responsabilità inglesi ci furono, e non lievi, ma sono sempre passate inosservate, o quasi, per il fatto che, in entrambi i casi, si trattò di responsabilità di omissione, più che di responsabilità attive: in entrambe le occasioni, infatti, Londra ebbe la possibilità di svolgere un ruolo di dissuasione, ma non lo fece, e, crediamo, non per caso, né per fatalità. Mentre tutti parlano delle responsabilità delle altre potenze, e specialmente di quelle della Germania, delle responsabilità inglesi si tende a non parlare, come se non esistessero: ma la verità è che l’Impero britannico, con il semplice fatto di non far nulla per scongiurare la guerra, laddove ciò sarebbe stato possibile alla sua diplomazia, ha contribuito notevolmente a determinarla. Se avessero visto che Londra era decisa a lottare con decisione per la pace, sia le potenze avversarie, come la Germania, sia quelle amiche, come la Francia, tanto nel 1914 che nel 1939 si sarebbero, molto probabilmente, regolate in maniera assai diversa nelle due rispettive crisi che condussero alla guerra. Tuttavia il governo inglese preferì non sbilanciarsi e lasciare che le cose andassero avanti, fino al punto di non ritorno: senza sporcarsi le mani, senza assumersi responsabilità dirette, consentì che la crisi, da diplomatica, divenisse militare, salvo poi intervenire immediatamente, con tutto il suo peso economico e con la forza decisiva della sua flotta, per sfruttare le circostanze a suo favore. Tutto lascia credere che, sia nel 1914, sia nel 1939, i massimi responsabili della politica inglese avessero non solo messo in conto lo scoppio di una guerra generalizzata, ma che, in realtà, lo desiderassero, e si fossero anche adoperati in tal senso, sia pure in maniera discreta e velata; e la ragione è che, in entrambi i casi, si erano resi conto del ”sorpasso” che la Germania stava effettuando, a tutti i livelli – militare, finanziario, industriale, tecnologico, e perfino navale – nei suoi confronti. Meglio fermare l’ascesa tedesca prima che questa divenisse incontenibile, dunque; meglio non far nulla per salvare la pace, perché la pace avrebbe consentito alla Germania di rafforzarsi ancor di più, e questo avrebbe reso poi la partita alquanto rischiosa, quando le cose fossero giunte al punto di rottura. Questa tendenza, chiamiamola così, della politica estera inglese, appare più evidente nel 1939, meno nel 1914; ma, in entrambi i casi, le premesse generali e la prospettiva di fondo sono le stesse.

E adesso torniamo al signor Anthony Eden, questo perfetto gentleman britannico che odiava non solo la Germania, ma anche l’Italia, e che, in gran parte per ragioni di ripicca personale (si era sentito offeso dal comportamento di Mussolini nei suoi confronti durane la crisi etiopica), fece sempre del suo meglio, o del suo peggio, per nuocere quanto più possibile non solo al fascismo, ma all’Italia e al suo popolo, verso il quale, a quanto pare, non nutriva alcuna simpatia né alcuna stima.  Il ruolo nefasto da lui svolto sullo scenario internazionale appare evidente nel febbraio 1938, quando Mussolini, presentendo le mire di Hitler sull’Austria, pensa di organizzare una conferenza delle maggiori potenze, da tenersi a Roma, per affrontare le principali questioni lasciate irrisolte, o aggravate, dalla sistemazione dell’Europa decisa nella conferenza di Versailles del 1919. In quel momento il Duce si era reso conto di non poter più contare su un asse con la Gran Bretagna e la Francia, irrimediabilmente compromesso dalla vicenda della guerra con l’Etiopia e soprattutto dalle sanzioni della Società delle Nazioni; ma non era ancora troppo impegnato con la Germania, per cui conservava dei discreti margini di manovra, da sfruttare in relativa autonomia sul teatro europeo, in qualità, appunto, di grande mediatore.

Ecco come questo episodio, che meriterebbe di essere ricordato con maggiore rilievo nei libri di storia dedicati alle origini della Seconda guerra mondiale, è stato rievocato da Georges Roux nella sua Vita di Mussolini (titolo originale: Mussolini; traduzione dal francese di Alessandro Lessona, Roma, Edizioni Lessona, 1961, pp. 268-270):

 

La convenzione segreta conclusa a Berlino nel settembre 1937 fra Mussolini ed Hitler ha una importanza ristretta. Essa considera espressamente soltanto l’eventualità di negoziati con l’Inghilterra. Perciò egli stesso li prevede. In quel momento Mussolini non ha ufficialmente rotto i contatti con le potenze occidentali così come non si è definitivamente impegnato con la Germania. Staccato dalle prime e non ancora legato alla seconda, non appartiene ad alcuna delle due parti. È in posizione di chi occupi la terra di nessuno.

Questa posizione fa nascere in lui l’ambizione, di apparire in Europa come un conciliatore. Ha dietro di sé un Paese più debole degli altri tre Grandi. La potenza della sua Italia non può, da sola, pretendere d’imporsi. Ha dovuto rinunciare all’alleanza franco-britannica; esita a spingersi più oltre con il Reich nazista. Gli rimane da svolgere una terza politica, quella del mediatore. Ne trarrebbe un triplice beneficio: gloria personale, pacificazione fra tutti ardentemente desiderata dal suo popolo, una onesta mediazione, fruttuosa per gli interessi italiani, perché dopo tutto certi servizi si pagano.

Cosicché quando si apre l’anno 1938 il Duce offre i suoi buoni uffici. Non si è voluto applicare la sua dea di un “patto a quattro” e il risultato è che la tensione internazionale si è accresciuta. I problemi nati dai trattati mal stipulati del 1919 non essendo risolti s’inaspriscono sempre più. La loro evoluzione, come ogni malattia mal curata, volge  lentamente ma costantemente al peggio. Nello stato in cui sono arrivati possono essere risolti da una conferenza internazionale la quale, per essere efficace, deve svolgersi con un numero limitato di partecipanti.

Mussolini ritiene che bisognerebbe convocarla al più presto se si vogliono evitare mali maggiori. Pone una sola condizione: la conferenza dovrà riunirsi a Roma. Preoccupazioni di prestigio e anche perché pensa che, secondo la consuetudine, la presidenza toccherà a lui lo persuadono a proporre preventivamente la sede. Sembrerebbe che questa proposta dovesse non incontrare ostacoli;  invece l’orgoglio della vecchia Inghilterra non si piegherà ad andare nella capitale latina. “Perché non a Canossa?” grida con sarcasmo un diplomatico inglese. Così si svolgono le imprese umane, così si spingono gli eventi storici. Dettagli di secondaria importanza ma che toccano la suscettibilità, generano alle volte conseguenze incalcolabili. In verità i popoli sono guidati da poverissimi uomini.

Il 16 febbraio 1938 Mussolini dà incarico a suo genero, il conte Ciano, ora Ministro degli Esteri di scrivere al suo ambasciatore a Londra, Dino Grandi, una lunga lettera “personale e segreta” che, naturalmente, il Capo del Governo ha personalmente dettata. Il Duce prega l’ambasciatore di abboccarsi “senza indugio” con il Primo Ministro. Egli “sa” che Hitler è ormai deciso a realizzare l’annessione dell’Austria. In tale eventualità non ci si può attardare ulteriormente ed esitare più a lungo se si voglia veramente salvare l’Europa e la pace. “Senza essere”, scrive egli, “più desideroso di ieri di tendere la mano agli inglesi, tiene a dar loro quest’ultima opportunità di salvare la barca dal naufragio”. Attendere ancora sarebbe follia. Egli suggerisce l’avvertimento che ”tutte le carte del gioco possono non rimanere sempre nelle stesse mani”.

Il 17 Grandi riceve il messaggio. Il 18  è ricevuto da Chamberlain. Il Primo Ministro apprezza la comunicazione. La sua buona volontà è fuori discussione. Ciò non ostante egli è ben lungi dall’essere sicuro che i suoi punti di vista personali siano condivisi da tutti gli altri membri del suo gabinetto. Quando Chamberlain riceve l’ambasciatore d’Italia ha al suo fianco Anthony Eden. Il colloquio, abbastanza agitato, non dura meno di tre ore. Finalmente, il Primo Ministro finisce per accettare un incontro. Il suo segretario di Stato agli Esteri non è d’accordo. All’uscita dal colloquio mobilita i suoi amici. Il 20 febbraio, durante un tempestoso consiglio dei Ministri, Eden dà le proprie dimissioni sbattendo la porta. Una crisi ministeriale si apre a Londra. La proposta del Duce non ha più seguito.

Hitler ha accuratamente e un poco ansiosamente seguito questi passi. Nota il loro insuccesso con soddisfazione poiché non tiene affatto a una conferenza internazionale che potrebbe imbrigliarlo.  Ormai sa di non avere più nulla da temere da una Italia completamente isolata.

In queste condizioni il Führer giudica giunto il momento di realizzare il suo sogno di sempre attaccando la povera piccola Austria. Nel 1935 aveva già approfittato della tensione italo-britannica per decidere il riarmo del Reich; nel 1936 aveva profittato delle sanzioni per rioccupare la Renania; nel 1938 approfitterà delle medesime circostanze  favorevoli per effettuare una simile operazione di forza. Il 12 marzo le sue trippe invadono il territorio della sventurata repubblica austriaca che d’altronde, i trattati del 1919 avevano avuto cura di mantenere disarmata.

 

Questa ricostruzione dei fatti del febbraio 1938 – a parte l’accenno alla “povera, piccola e sventurata” Austria, che ci sembra, francamente, un po’ enfatico – ci appare di una chiarezza e di una obiettività ammirevoli. A differenza di molti altri storici, specialmente anglosassoni (sulla scia del pessimo Denis Mack Smith), autori di grosse monografie sul Duce e sul fascismo, nelle quali l’erudizione è messa al servizio di una tesi preconcetta – cioè che il regime di Mussolini era solo un bluff, una specie di carnevalata, destinato a finire come è finito, ingloriosamente e sanguinosamente, per la somma delle sue colpe imperdonabili, delle sue leggerezze e del suo stesso dilettantismo – Georges Roux non muove da alcun pregiudizio anti-mussoliniano, anzi, non esita a riconoscere al Duce delle doti di autentico statista, pur non immune da contraddizioni, dovute sia al suo stesso carattere e alla sua politica, sia alle condizioni oggettive dell’Italia di allora. In particolare, Roux appare intellettualmente onesto nel valutare Mussolini come un politico che, di fronte al fallimento del progetto di un “fronte a tre” (il fronte di Stresa), italo-franco-britannico, per contenere l’aggressività di Hitler, cerca comunque di giocare un ruolo autonomo sullo scacchiere mondiale, condizionato, però, da un limite invalicabile ed oggettivo: cioè che un politico è costretto, davanti a una crisi internazionale, a giocare con le carte che ha in mano, buone o cattive che siano, e che non gli è concessa dal destino, se non in casi rarissimi e fortunatissimi, di cambiare le carte sfavorevoli con altre migliori, proprio all’ultimo momento, quando i giocatori devono fare la puntata decisiva. E le carte che aveva in mano Mussolini, al principio del 1938, non erano certo delle migliori. Ciò non era interamente colpa sua: l’Italia soffriva di una serie di debolezze strutturali, e prima la guerra d’Etiopia, indi il coinvolgimento crescente nella guerra di Spagna, ne stavano prosciugando le risorse, proprio mentre si andava profilando all’orizzonte la crisi decisiva. Egli aveva cercato l’alleanza con la Francia e l’Inghilterra, ma era stato respinto: questa è la verità; la “sacra indignazione” della Società delle Nazioni per l’aggressione italiana all’Etiopia non è stata la causa, ma la conseguenza di quel respingimento. Gli storici onesti e obiettivi lo riconoscono; così come i diplomatici che furono protagonisti di quella stagione, ammettono che furono Londra e Parigi a spingere l’Italia nelle braccia di Hitler, salvo poi stracciarsi le vesti per la famosa “pugnalata nella schiena “ del 10 giugno 1940 (si veda il libro di memorie di Léon Noël, che fu ambasciatore francese a Varsavia e a Praga negli anni ’30, Les illusions de Stresa, L’Italie abandonnée a Hiler, Editions France-Empire, 1975; cfr. anche i nostri articoli, tutti pubblicati sul sito di Arianna Editrice: Come gli Alleati, per stupidità e cinismo, “regalarono” l’Italia a Hitler, il 13/05/2012; Chi ha scatenato la Seconda guerra mondiale?, il 23/02/2009; Ma è proprio vero che l’Italia avrebbe potuto tenersi fuori dalla Seconda guerra mondiale?, il 12/03/2010).

Il quadro che emerge da questi fatti è abbastanza chiaro. Mussolini, sia pure per ragioni contingenti, non voleva la guerra, né nel 1938, né negli anni immediatamente successivi. Altrimenti, non avrebbe iniziato la costruzione del quartiere E.U.R., destinato ad ospitare l’Esposizione Universale del 1942. Aveva appena conquistato l’Impero, era impegnato fino al collo in Spagna e conosceva i limiti della potenza italiana: perché mai avrebbe dovuto rischiare tutto in una partita estremamente incerta, e con scarse prospettive favorevoli, sia che avesse optato per l’alleanza con Hitler, sia che avesse scelto quella coi vecchi alleati della Prima guerra mondiale? La verità è che egli desiderava la pace e si adoperò quanto gli fu possibile per preservarla; a far fallire la progettata conferenza fu Eden, per ragioni assai meschine. Mussolini si mostrò un vero statista; ma Eden, solo un politicante.

 

Del 23 Novembre 2017

 

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